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100% made in Switzerland

Il cioccolato al latte è 100% Swiss Made © Keystone / Gaetan Bally

La Svizzera è stata ed è tutt'oggi una terra di inventrici e inventori che hanno cambiato il quotidiano di milioni di persone grazie alle loro scoperte. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 08 giugno 2022 - 16:12
tvsvizzera

Il mondo di chi ama il cioccolato si divide in due categorie: chi ama quello al latte e chi lo considera quasi una blasfemia rispetto a quello “vero”, ossia quello amaro, composto unicamente da cacao e burro di cacao in proporzioni variabili. Un conflitto che dura da anni, ma che senza la Svizzera non sarebbe nemmeno esistito: il cioccolato al latte, infatti, è un’invenzione tutta elvetica. E non è nemmeno frutto della mente di un cioccolataio o di un pasticciere, bensì di un fabbricante di candele. Avete letto bene: dobbiamo il cioccolato al latte a Daniel Peter, i cui affari sono andati in rovina in seguito all’invenzione delle lampade a olio, che hanno sostituito le candele per l’illuminazione delle case.

La fortuna di Daniel Peter fu quella di sposare una certa Fanny Callier, figlia di François-Louis Callier, celebre fabbricante di cioccolato. Peter, visto lo sgretolarsi dei suoi affari, imparò dal suocero la lavorazione del cacao per trasformarlo in deliziose tavolette e fondò una sua azienda a Vevey. Gli affari andavano certo meglio della fabbricazione di candele, ma non erano soddisfacenti. Fu allora che il neocioccolataio decise di integrare alla sua produzione del latte. I primi tentativi furono fallimentari: il latte nella sua forma originale non andava bene perché l’acqua che contiene tendeva a separarsi dalle materie grasse. Poi ci fu un tentativo con quello in polvere, ma il prodotto finale ammuffiva facilmente. L’idea vincente fu quella di integrare il latte condensato alla massa di cacao e burro di cacao. Dopo anni di tentativi (dal 1867, quando fondò l’azienda di Vevey), nel 1875 nacque il cioccolato al latte come lo conosciamo oggi e che ormai viene prodotto ovunque nel mondo.

Per decenni la sua produzione è stata illegale in Svizzera © Keystone / Christian Beutler

E se per accompagnare qualche quadretto di cioccolato al latte si scegliesse di sorseggiare una bevanda nata tra le montagne elvetiche? Stiamo parlando dell’assenzio, la cui paternità fu prima erroneamente affidata al medico francese Pierre Ordinaire, ma che in realtà è di Henriette Henriod, venditrice di assenzio nel villaggio di Couvet, nel canton Neuchâtel. Gli ingredienti di base di questo superalcolico (la sua gradazione va dai 45 ai 75 gradi) sono l’Artemisia Absinthium – cui deve anche il nome – l’anice verde e i semi di finocchio. Diversi ingredienti vi sono poi stati aggiunti nel corso degli anni. Il distillato venne presto rinominato Fée Verte (Fata verde) a causa del suo colore edei suoi numerosi supposti efeftti benefici . La bevanda si diffuse nel XIX secolo a Parigi, tra artisti e scrittori, dove divenne uno dei simboli dello stile di vita bohémien. Presto però ne venne proibita la produzione. Da una parte esistevano studi che mettevano in guardia contro le lesioni al sistema nervoso causate dall’olio essenziale tujone contenuto nell’assenzio. In realtà, però, le quantità che vi si trovano sono talmente basse che bisognerebbe consumarne litri al giorno per subire danni importanti. Quello che però ha portato al suo divieto è un fatto di cronaca: nei primi anni del ‘900 un viticoltore di Commugny, nel canton Vaud, uccise a colpi d’arma da fuoco moglie e figli mentre era sotto l’effetto dell’alcool contenuto nell’assenzio che aveva bevuto. Il popolo svizzero approvò quindi a netta maggioranza un’iniziativa per il suo divieto nel 1908. Divieto che venne poi abolito quasi un secolo più tardi, nel 2005.

Assenzio: tutto un rituale

La preparazione dell’assenzio è molto particolare: si versa una piccola quantità in un bicchiere, sul quale si appoggia un cucchiaio forato contenente una zolletta di zucchero. In seguito viene versata molto lentamente dell’acqua ghiacciata sopra la zolletta (a volte goccia a goccia). Lo zucchero si scioglie, l’assenzio viene diluito e la bevanda è pronta. La proporzione tra assenzio e acqua varia da 1:3 a 1:5.

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Poche le svizzere e gli svizzeri che non ne hanno almeno uno in casa Keystone / Martin Ruetschi

Rimaniamo in ambito gastronomico con un utensile anche lui tutto elvetico: il pelapatate Rex. L’utensile che espatriati ed espatriate si portano spesso appresso all’estero. La sua invenzione è dovuta a tale Alfred Neweczerzal che – racconta la leggenda – lo pensò durante il suo servizio militare: stufo di pelare quintali di patate usando un coltello, ideò nel 1947 questo oggetto, leggero ed estremamente maneggiabile poiché utilizzabile sia da destrimani che da mancini. Il suo punto forte è la lama, che rimane affilata per anni e non arrugginisce. La forma, negli anni, è rimasta praticamente invariata, sono solo cambiati i materiali usati: oggi si usano principalmente alluminio e, in alcuni modelli, la plastica per il manico.

Se riusciamo a conservare i cibi per diversi giorni è grazie a uno svizzero Keystone / Peter Dejong

Siamo sempre in cucina con un altro prodotto Swiss Made: la pellicola di plastica (cellophane). Se al giorno d’oggi sempre più spesso si preferisce conservare gli alimenti in contenitori riutilizzabili oppure in ritagli di cotone cerato, il cellophane ha ancora il vento in poppa. Si tratta di un’invenzione del 1912 del chimico Jacques E. Brandenberger. Come spesso capita, la sua idea iniziale non era di usare il cellophane come viene usato oggi. Durante una cena, vedendo un bicchiere di vino rovesciato su una tovaglia di cotone gli venne infatti l’idea di creare un rivestimento che proteggesse la stoffa in questione. Creò allora un involucro da applicare sui tessuti, ma questo era troppo rigido e si staccava. A Brandenberger venne allora un’altra idea e, dopo anni di ricerche per perfezionare la consistenza della pellicola e la creazione di macchinari per la sua fabbricazione, nacque il cellophane (parola che deriva dall’unione di cellulosa e ‘diaphane’, parola francese che significa ‘trasparente’), che si trova ancora oggi nelle cucine di tutto il mondo.

Georges de Mestral inventò il velcro ispirandosi alla natura Keystone / Alain Gassmann

La lista non si ferma però qui: la Svizzera ha migliorato il quotidiano di milioni di persone anche con il velcro. Alla sua origine c’è Georges de Mestral, ingegnere elvetico che al ritorno da una passeggiata in montagna si accorse che i suoi vestiti, come pure il pelo del suo cane, erano pieni di fiori di cardo alpino. Incuriosito, li osservò al microscopio per capire con quale sistema riuscivano ad attaccarsi in maniera tanto ostinata. Fu così che nel 1955 brevettò il velcro: imitando i micro-uncini dei fiori del cardo alpino che aveva osservato nel suo laboratorio. 

Il lavoro di miliardi di persone dipende dal funzionamento di un mouse © Keystone / Gaetan Bally

Sono inoltre rossocrociati anche il coltellino multiuso (Karl Elsener, 1891), l’asfalto (Ernest Guglielminetti, 1902), la chiave reversibile Kaba (1934), l’LSD (Albert Hofmann, 1943), ma anche la pinza emostatica, il sistema Nespresso, la cerniera lampo, il turbo compressore e molti altri.

Svizzero? Non proprio... Keystone / Alessandro Della Bella

Non l’orologio a cucù, però: nonostante le credenze popolari e malgrado la tradizione orologiera elvetica, l’orologio che nella sua forma originale rappresenta uno chalet di montagna dal quale, ogni ora, esce un uccellino a cantare “cucù, cucù”, è di origine tedesca. Nacque nella Foresta Nera in Germania, dalla mente dell’orologiaio Franz Ketterer all’inizio del XVIII secolo. Fu solo in seguito, nei primi anni del XX secolo, che si diffuse in Svizzera, dove trovò il successo nel 1920, grazie all’azienda familiare di Robert Loetscher, sulle rive del lago di Brienz, che all’epoca fabbricava carillon a forma di chalet. A Loetscher venne l’idea di inserire in questi anche un orologio dotato di un movimento meccanico. Iniziò così il boom dell’orologio (non) svizzero più noto al mondo.


Serie Curiosità rossocrociate

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