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Tassa sulla salute ai frontalieri, il Ticino pronto a bloccare il pagamento dei ristorni

Il presidente del Governo ticinese, Claudio Zali.
Il presidente del Governo ticinese, Claudio Zali, ha dichiarato che il Ticino è pronto a ridurre o bloccare i ristorni fiscali destinati ai Comuni italiani. Keystone / Ti-Press / Massimo Piccoli

Il Canton Ticino porta la crisi con l'Italia direttamente a Berna. Il Governo cantonale ha incontrato il ministro degli esteri Ignazio Cassis per chiedere alla Confederazione di intervenire sul crescente contenzioso con Roma, che rischia di sfociare in una nuova escalation diplomatica. 

La tensione tra Italia e Svizzera torna a salire. Al centro dello scontro c’è la “tassa sulla salute” imposta dalla Lombardia ai vecchi frontalieri. Prevista dalla Legge di Bilancio italiana 2024 per frenare la fuga del personale sanitario verso gli ospedali svizzeri, questo balzello è ritenuto anticostituzionale dai sindacati e soprattutto contrario all’accordo italo-svizzero sui frontalieri.  

Il meccanismo prevede un prelievo mensile compreso tra il 3% e il 6% dello stipendio netto dei “vecchi” frontalieri. La Lombardia ha optato per l’aliquota minima del 3% (il Piemonte ha deciso di non applicarla).

I fondi raccolti – stimati in circa 100 milioni di euro all’anno per la sola Lombardia – serviranno a finanziare un “premio di frontiera” per medici e infermieri lombardi nelle zone di confine, garantendo loro un aumento di stipendio fino al 20%, circa 10’000 euro lordi annui per i medici e 5’400 per gli infermieri. 

Nonostante le molte opposizioni e la difficoltà di attuazione, la Regione Lombardia intende comunque renderla operativa entro settembre. Come contromossa, il Canton Ticino è pronto a ridurre o sospendere i ristorni destinati ai Comuni di confine. 

La dura linea governativa è sostenuta da una mozione interpartiticaCollegamento esterno presentata a febbraio al parlamento ticinese, che chiede la sospensione totale o parziale del riversamento all’Italia dell’imposta alla fonte sui frontalieri. 

L’incontro con Ignazio Cassis

Proprio ieri, lunedì 18 maggio, il Governo ticinese ha incontratoCollegamento esterno a Palazzo delle Orsoline a Bellinzona il ministro degli esteri svizzero Ignazio Cassis. Il Consiglio di Stato ha espressoCollegamento esterno “preoccupazione per lo sviluppo di alcune questioni (come appunto la prevista tassa sanitaria) auspicando che il dialogo bilaterale possa svilupparsi in modo costruttivo con il sostegno della Confederazione”. Un appello chiaro a Berna affinché scenda in campo per tutelare gli interessi ticinesi. 

Da Berna, però, si guarda alla questione con prudenza. Ignazio Cassis, ai microfoni della RSI, ha infatti avvertito che un eventuale blocco dei ristorni “creerà naturalmente una reazione da parte italiana”, ma soprattutto che “la reazione però più pesante sarà nei rapporti tra Cantone e Confederazione: Berna non vede di buon occhio un intervento non coordinato su questo punto”.  

Il consigliere federale ha d’altra parte sollevato dubbi giuridici sulla natura della misura lombarda, sottolineando che prima di agire occorre chiarire se si tratti di una tassa o di un’imposta, ricordando che i ristorni versati all’Italia servirebbero già a coprire eventuali imposte.

Il servizio della RSI sulla visita di Ignazio Cassis:

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Nonostante gli avvertimenti, il Governo ticinese non esclude il blocco. Il presidente del Governo, il leghista Claudio Zali, ha dichiarato che l’Esecutivo è consapevole delle conseguenze: “Riteniamo di avere le nostre ragioni: non siamo noi a consumare uno strappo, ma sarebbe la reazione a quello che consideriamo un comportamento dell’Italia in violazione dell’accordo internazionale”.  

1. Violazione del nuovo Accordo fiscale sui frontalieri

Il nuovo Accordo italo-svizzero sui frontalieri, entrato in vigore nel 2024, prevede che i cosiddetti “vecchi frontalieri” (quelli assunti prima dell’entrata in vigore del nuovo regime) paghino le imposte esclusivamente in Svizzera. Il Ticino ritiene che la tassa lombarda violi questo principio di imposizione esclusiva, configurandosi come un prelievo aggiuntivo applicato in Italia su redditi già tassati in Svizzera. 

2. Attrattività del Ticino

La misura renderebbe meno conveniente lavorare in Ticino per i frontalieri lombardi, riducendo l’attrattività del mercato del lavoro cantonale. Questo è particolarmente critico per il settore sanitario, che dipende in misura significativa da personale proveniente dall’Italia. 

3. Misura distorsiva

La tassa è esplicitamente concepita per disincentivare i frontalieri dal lavorare negli ospedali svizzeri, finanziando al contempo premi salariali per il personale sanitario che resta in Lombardia. Dal punto di vista ticinese, si tratta di una misura protezionistica che distorce la libera circolazione dei lavoratori e penalizza il Cantone in modo mirato. 

Cosa sono i ristorni e come funzionano

Per capire la portata della minaccia ticinese, bisogna fare un passo indietro. I ristorni sono una compensazione finanziaria prevista dal vecchio accordo del 1974 tra Italia e Svizzera: i frontalieri pagano le imposte in Svizzera e una parte del gettito – inizialmente il 40%, oggi circa il 38,5% – viene trasferita all’Italia. 

Nel 2025, la Svizzera ha versato all’Italia circa 120 milioni di franchi, in gran parte provenienti dal Ticino. Queste risorse vengono poi distribuite da Roma a Comuni, Province e comunità montane di confine. 

Si tratta di un tesoretto vitale per questi enti locali. In 50 anni, il Ticino ha versato nelle casse italiane più di 2 miliardi di franchi. I fondi devono essere utilizzati per finanziare infrastrutture legate alla mobilità transfrontaliera e altre opere pubbliche.  

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Relazioni italo-svizzere

Il contributo miliardario del Ticino all’Italia grazie ai frontalieri

Questo contenuto è stato pubblicato al Nei 50 anni di validità del vecchio accordo sulla tassazione dei lavoratori e lavoratrici frontaliere, il Canton Ticino ha versato nelle casse dello Stato italiano 2 miliardi di franchi sottoforma di ristorni fiscali.

Di più Il contributo miliardario del Ticino all’Italia grazie ai frontalieri

In origine solo una quota limitata (10%) poteva essere destinata alla spesa corrente del Comune. Con la Finanziaria 2004 il tetto è stato portato al 30%. Negli ultimi anni, anche per effetto della crisi pandemica, questa quota è stata elevata fino al 50%. Bloccare o decurtare questi fondi significherebbe mettere in seria difficoltà le amministrazioni locali italiane, private di un’entrata su cui contano da decenni.

Bloccare i ristorni: vantaggi e rischi

La prospettiva di un blocco dei ristorni divide profondamente opinione pubblica e politica, in Ticino e a Berna. Valutarne pro e contro è essenziale per coglierne la complessità. 

Per il Ticino, i vantaggi sono soprattutto politici e simbolici. Il blocco rappresenterebbe inoltre uno strumento di pressione su Roma, lanciando un segnale chiaro sul rispetto degli accordi internazionali. Secondo il Cantone, la “tassa sulla salute” viola il nuovo Accordo, che prevede l’imposizione esclusiva in Svizzera per i “vecchi” frontalieri. In quest’ottica, gli eventuali prelievi italiani dovrebbero essere compensati trattenendo i ristorni. 

Gli svantaggi e i rischi, tuttavia, sono altrettanto significativi e di natura sia giuridica che politica. In primo luogo, come ripetuto più volte, bloccare unilateralmente i pagamenti violerebbe un accordo internazionale. Questo aprirebbe un contenzioso legale di difficile soluzione e isolerebbe il Ticino a livello federale, mettendolo in rotta di collisione con la Confederazione stessa (come ha avvertito Ignazio Cassis). 

In secondo luogo, il blocco colpirebbe direttamente i Comuni italiani di confine, che paradossalmente sono i principali alleati del Ticino nella battaglia contro la “tassa sulla salute”. 

Infine, un’escalation del genere rischierebbe di avvelenare ulteriormente il clima tra i due Paesi, rendendo più difficile la risoluzione di altri dossier aperti e danneggiando l’economia di confine. 

I precedenti storici

Non è la prima volta che il Ticino minaccia o attua il blocco dei ristorni. La storia recente registra due precedenti significativi. 

Il primo risale al 30 giugno 2011. In quell’occasione, il Governo ticinese, in risposta all’inserimento della Svizzera nella lista italiana dei paradisi fiscali (black list) e allo stallo nei negoziati per la revisione dell’accordo sui frontalieri, decise di congelare la metà dei ristorni relativi all’anno 2010, circa 28 milioni di franchi. La misura rimase in vigore per diversi mesi, creando tensioni diplomatiche significative, prima che i negoziati riprendessero e i fondi venissero sbloccati. 

Il secondo episodio è più recente e risale al 26 giugno 2019. In questo caso, il Governo ticinese deciseCollegamento esterno di versare all’Italia la quasi totalità dell’importo previsto (oltre 80,5 milioni di franchi), ma trattenne circa 3,8 milioni. La motivazione? Compensare i debiti accumulati dal Comune di Campione d’Italia – all’epoca in profonda crisi finanziaria – nei confronti di aziende ed enti pubblici ticinesi. Pagati i debiti, i soldi vennero sbloccati nel novembre 2020.

La disputa sui ristorni si inserisce in un contesto di rapporti sempre più tesi tra Italia e Svizzera, segnati da diversi dossier irrisolti. 

Uno di questi riguarda gli assegni familiari. Con l’introduzione dell’assegno unico italiano (2022), lo scambio di dati tra INPS e casse svizzere si è inceppato, rendendo difficile il calcolo corretto delle prestazioni e creando il rischio di doppi pagamenti.  

La situazione ha spinto il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri a chiedere al Consiglio federale la sospensione degli assegni familiari svizzeri ai frontalieri italiani fino alla risoluzione del problema. La proposta è stata respinta da Berna. 

Il momento più delicato si è però avuto dopo la tragedia di Crans‑Montana, dove un incendio nella notte di Capodanno 2026 ha causato 40 morti, tra cui 6 italiani. La scarcerazione su cauzione dei gestori del locale ha suscitato la dura reazione di Roma: la premier Meloni ha chiesto un’indagine congiunta e ha richiamato temporaneamente l’ambasciatore. 

Polemic​he anche sulle spese mediche: l’invio di documentazione sanitaria a famiglie italiane ha suscitato forti critiche politiche a Roma, nonostante non fosse richiesto alcun pagamento. 

A pesare infine sono altre questioni aperte, tra cui il carico fiscale sui nuovi frontalieri, i limiti al telelavoro e riforme fiscali italiane che potrebbero incidere sullo statuto di frontaliere. 

Perché il Ticino può farlo e perché fa arrabbiare Berna

I ristorni sono regolati dall’Accordo del 1974, che attribuisce ai Cantoni di confine – dunque al Ticino – la competenza diretta sui versamenti. Il Cantone dispone quindi di un margine d’azione formale. 

Tuttavia, questa autonomia è limitata: non versare i ristorni costituirebbe una violazione del diritto internazionale. In altre parole, il Ticino potrebbe materialmente fermare i pagamenti, ma non farlo legittimamente. Ed è proprio questo che irrita Berna: un’iniziativa cantonale metterebbe la Confederazione in una posizione diplomaticamente imbarazzante. 

La tensione tra autonomia cantonale e responsabilità federale in materia di politica estera è uno dei nodi irrisolti di questa vicenda.  

Un’escalation possibile

La minaccia ticinese di bloccare i ristorni si inserisce in un contesto di tensioni ormai accumulate. Se attuata, segnerebbe un salto di qualità nello scontro tra i due Paesi. Il nuovo accordo prevede una Commissione mista per gestire le controversie: è probabilmente in quella sede che si dovrebbe giocherà la partita per disinnescare il conflitto. 

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