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Offensiva contro i frontalieri? Industrie svizzere chiedono spiegazioni

Le ultime decisioni di Roma hanno creato malumori tra lavoratori e imprese.
Le ultime decisioni di Roma hanno creato malumori tra lavoratori e imprese. Keystone / Karl Mathis

Nuovo regime fiscale, tasse sulla salute, telelavoro ridotto e riforma della fiscalità internazionale promossa da Roma creano fibrillazioni ai due lati del confine.

La comunità delle lavoratrici e dei lavoratori transfrontalieri, come traspare in questi giorni sui social media, è in subbuglio e le recenti mosse di Roma rischiano di aprire un nuovo fronte, proprio ora che, dopo una lunga gestazione, è entrato in vigore da alcune settimane il nuovo accordo fiscale italosvizzero.

È cambiato il vento?

Il regime tributario che è stato introdotto, come è noto, comporterà un aggravio fiscale per i nuovi frontalieri/e (ma non sarà applicato alle e ai pendolari italiani assunti prima del 17 luglio scorso). Inoltre, dal prossimo mese ai “vecchi” frontalieri sarà applicata la controversa tassa sulla salute (o quota di compartecipazione alle spese sanitarie regionali) prevista dalla legge di bilancio, per un importo che andrà dal 3% al 6% del reddito netto.

E sullo sfondo – è cronaca di questi giorni – si profila la riforma sulla fiscalità internazionale che secondo alcuni pareri potrebbe addirittura mettere in discussione lo stesso statuto del frontaliere. Il decreto legislativo del Governo Meloni contiene una delega attualmente all’esame delle Camere che rischia, con l’introduzione del concetto di “frazionamento quotidiano”, di assoggettare integralmente questa categoria di contribuenti integralmente al fisco italiano.

Una prospettiva che sopprimerebbe le residue agevolazioni fiscali (ad esempio la franchigia che riduce una quota del reddito imponibile) accordate alla manodopera pendolare e renderebbe quindi assai meno interessante un’occupazione in Svizzera.

Preoccupazioni tra gli industriali svizzeri

Questa evoluzione generale comincia inoltre a suscitare qualche riflessione anche al di qua della frontiera. Se è vero, infatti, che il nuovo accordo fiscale è stato promosso dalla Confederazione, sollecitata da determinati ambienti politici e sociali a rendere meno attrattivo il mercato del lavoro interno, le recenti iniziative dell’esecutivo italiano stanno creando qualche timore alle aziende locali, già alle prese con carenze di organico.

“Se prima mancava il personale specializzato nell’industria ora il fenomeno si è esteso anche alle posizioni meno qualificate” e si osservano “meno candidature anche dall’Italia”, rileva Stefano Modenini, direttore dell’Associazione delle industrie ticinesi (AITI).  Per ogni impiego offerto sono infatti ora la metà le risposte totali (compreso chi risiede in Ticino) che giungono alle aziende del cantone: “Evidentemente i nuovi frontalieri riflettono di più prima di venire assunti, visto che ora sono soggetti a maggiori oneri fiscali e ognuno si fa i conti in tasca”.

E la cosiddetta tassa della salute rischia di aggravare il quadro, tanto che l’AITI, analogamente a quanto fatto dalle organizzazioni sindacali italiane a Roma, ha inviato una lettera di chiarimenti a Berna, al Dipartimento federale delle finanze (DFF) e a quello degli Affari esteri (DFAE).  

“Vogliamo capire se questo prelievo viola l’accordo fiscale firmato recentemente con l’Italia, che prevede per i vecchi frontalieri un’imposizione esclusiva da parte della Svizzera e che, in quanto tale, prevale sulle norme nazionali”, spiega il responsabile delle industrie ticinesi.

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Auto in coda al valico doganale di Ponte Chiasso.

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Ecco cosa cambia tra vecchi e nuovi frontalieri

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“Roma tassa il personale di aziende svizzere”

Pur riconoscendo che ci sono “pareri discordanti” – come quello dell’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso che in Consiglio regionale l’ha appena definita “sacrosanta” – le autorità svizzere, secondo Stefano Modenini, non possono limitarsi ad assistere passivamente, ma devono chiedere informazioni al riguardo a Roma. “Ci sono di mezzo le aziende svizzere”, sottolinea il portavoce degli industriali, secondo il quale questo prelievo, che “può arrivare fino a 200 euro al mese, (…) va a togliere soldi dalle tasche dei lavoratori e alle lavoratrici delle nostre imprese” ed è quindi doveroso accertare la sua giustificazione giuridica.

Inoltre, dal profilo finanziario, i frontalieri e le frontaliere contribuiscono già al gettito italiano con gli oltre cento milioni di ristorni versati dai Cantoni all’Italia. Sotto l’aspetto tecnico invece, precisa sempre il direttore dell’AITI, viene definita quota di compartecipazione alla spesa sanitaria delle regioni, ma poi si fa riferimento alle aliquote che sono una prerogativa delle imposte e questo sembra contraddire la potestà tributaria esclusiva in capo alla Confederazione, in base alla citata intesa italo-svizzera. 

Frontalieri penalizzati dal telelavoro al 25%

Imprese elvetiche che tra l’altro hanno già dovuto subire lo smacco del telelavoro, considerato un fattore rilevante di competitività nell’assunzione di personale: Roma infatti, si è limitata a concedere solo il 25% di attività a casa da parte dei frontalieri e delle frontaliere – a regime fiscale invariato -, contro il 40% richiesto da Berna, che ha tentato invano di replicare il modello concordato con Parigi, che fa riferimento a quella quota (in uso tra l’altro anche nel resto del Vecchio Continente).

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mani su computer

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Questo contenuto è stato pubblicato al Si potrà svolgere da casa fino a un massimo del 25% dell’attività lavorativa senza conseguenze fiscali né sullo status di frontaliere.

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“In effetti per molti dipendenti la facoltà di poter lavorare da casa per parte del proprio orario costituisce un fattore importante, un giorno è meglio di niente”, segnala il direttore di AITI che però non si esime dal ricordare come Roma abbia creato una contraddizione tra il trattamento fiscaleCollegamento esterno (25% di telelavoro) e quello previdenziale-pensionistico (49,9%)Collegamento esterno.

Naturalmente, in questa fase siamo ancora in regime provvisorio, nel quale vale fino alla fine del 2025 l’ultimo accordo amichevole italo-svizzero e forse, sperano gli imprenditori elvetici, esistono i margini per migliorare l’intesa nella futura intesa definitiva. Ma bisognerà vincere le resistenze dell’Italia che vede nel telelavoro un incentivo alla fuga oltre frontiera della sua manodopera.

Prudenza sulla riforma del fisco internazionale

Riguardo poi alla temuta riforma del fisco internazionale in discussione a Roma, che potrebbe annullare lo statuto di frontaliere, non c’è allarme tra gli industriali svizzeri, nonostante nella Svizzera italiana interi settori – come sanità, industria, turismo, edilizia e, negli ultimi decenni soprattutto terziario – si reggano grazie al contributo essenziale delle e dei pendolari residenti nelle province oltre confine.

Esperti fiscali con cui abbiamo discusso, evidenzia Stefano Modenini, “bocciano l’interpretazione che emerge dall’articolo” pubblicato su cdt.chCollegamento esterno, e rilanciata anche dalla politica d’oltre confine, secondo cui ci sarebbe un disegno portato avanti dall’attuale Governo per assoggettare tutti i lavoratori e le lavoratrici transnazionali al regime tributario italiano e blindare il mercato del lavoro interno a tutela dell’economia lombarda e piemontese. “Questo significherebbe inimicarsi decine di migliaia di persone che poi votano”, sostiene il rappresentante delle industrie ticinesi, “e contraddire accordi firmati solo alcuni anni fa con Berna”.

Semmai, la logica di tutte queste iniziative, continua, risiede nell’accresciuto bisogno di risorse finanziarie che alla fine però, come nel caso della tassa della salute, sono destinate ad avere effetti limitati sul mercato del lavoro.  “Nel settore sanitario incasseranno pure dei soldi ma non riusciranno a fermare l’esodo di medici ed infermiere”, osserva sempre Stefano Modenini.

E questo vale anche “nei rami in cui le differenze salariali restano elevate”, in particolare come in quello sanitario coperti da contrattazione collettiva. Ma l’aspetto economico non è l’unico dirimente, in Svizzera c’è un’altra cultura del lavoro e altri incentivi professionali.

Autorità elvetiche assai timide

Resta il fatto  che di fronte all’offensiva italiana nei confronti dei suoi frontalieri e frontaliere – i cui contorni restano non del tutto chiari e si prestano a molteplici letture – si constata una sostanziale passività delle autorità e della politica elvetica, nonostante sia comunque una parte in causa del fenomeno.

Una posizione che può avere una duplice spiegazione: a livello ticinese, nonostante importanti settori cantonali, come sanità, industria ed edilizia, dipendano dall’apporto fondamentale della manodopera transfrontaliera, parte dell’opinione pubblica e alcuni partiti guardano con favore alle restrizioni che potrebbero ridurre l’afflusso di salariati e salariate italiane, annota Stefano Modenini.

A Berna invece, anche se Roma resta un’interlocutrice importante, l’attenzione è rivolta principalmente verso altri Paesi. A sud delle Alpi non resta quindi altro che attendere le prossime mosse sul fronte aperto della manodopera frontaliera.

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