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Crans-Montana, magistratura italiana e svizzera a confronto  

Beatrice Pilloud e Francesco Lo Voi.
La procuratrice generale vallesana Beatrice Pilloud con il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi alla conferenza stampa dopo l'incontro del 19 febbraio scorso. Keystone / Alessandro Della Valle

Sei investigatori della Procura di Roma – magistrati e poliziotti – sono arrivati in Vallese per analizzare le migliaia di pagine dell’inchiesta sulla tragedia di Crans-Montana. L’incontro di due giorni segna l’avvio di una fase di “cooperazione rafforzata” tra Italia e Svizzera, con l’obiettivo di far luce sulle responsabilità del disastro e, al tempo stesso, ricomporre lo strappo diplomatico degli ultimi mesi. 

La notte del 31 dicembre molti giovani affollavano il locale “Le Constellation” per salutare l’arrivo del nuovo anno. Musica, brindisi, luci: l’atmosfera era quella spensierata di un conto alla rovescia come tanti. Poi, in appena 90 secondi, tutto è cambiato. Una serie di candele pirotecniche, fissate su bottiglie di champagne, ha innescato la prima fiamma. Il soffitto – rivestito di una schiuma fonoassorbente infiammabile – ha preso fuoco. Il bilancio è stato di 41 giovani morti, tra cui 6 italiani, e 115 persone ferite o gravemente ustionate. 

L’incontro a Sion e l’assistenza giudiziaria

A tre mesi dalla notte di Capodanno, l’indagine giunge ora a uno snodo cruciale. L’incontro a SionCollegamento esterno tra gli inquirenti romani e il Ministero pubblico vallesano rappresenta l’inizio di una cooperazione rafforzata.  

>> Alla vigilia dell’incontro la trasmissione 60 Minuti della RSI fa il punto sulle indagini e valuta le fasi successive dei vari procedimenti in corso: 

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Questo vertice operativo segue e concretizza una promessa formulata lo scorso 19 febbraio a Berna, quando le delegazioni svizzere e italiane – guidate rispettivamente dalla procuratrice generale vallesana Beatrice Pilloud e dal procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi – si erano incontrate per definire le modalità di collaborazione. In quell’occasione è stato chiarito che il Ministero pubblico vallesano ha la direzione del procedimento sul territorio svizzero (decidendo quali mezzi di prova raccogliere e se ammettere gli investigatori italiani alla loro acquisizione), mentre alla Procura di Roma incombe la medesima responsabilità sul territorio italiano. 

La cooperazione rafforzata Italia–Svizzera nasce dalla rogatoria inviata da Roma, che la Procura vallesana ha già accolto. È, in pratica, il livello più alto di collaborazione giudiziaria che due Paesi possono attuare senza istituire una squadra investigativa formale. Questo significa: 
– collaborazione più stretta del normale tra procure; 
– partecipazione diretta degli inquirenti italiani alle attività probatorie in Svizzera; 
– scambio più rapido e completo di informazioni e documenti; 
– coordinamento costante per evitare rallentamenti; 
– tutto nel rispetto di competenze e sovranità dei due Stati. 

In un primo momento, il Governo italiano aveva chiesto la creazione di una squadra investigativa comune, ma per evitare un probabile rifiuto da parte elvetica si è infine fatto ricorso al tradizionale canale della rogatoria internazionale e dell’assistenza giudiziaria. 

La commissione rogatoria è lo strumento con cui l’autorità giudiziaria di uno Stato (Italia) chiede a quella di un altro (Svizzera) di compiere atti istruttori sul proprio territorio. Grazie a questa procedura i magistrati italiani avranno accesso a un dossier di oltre 3’500 pagine. 

Gli indagati e la posizione dei coniugi Moretti

L’inchiesta svizzera, guidata dalla procuratrice aggiunta Catherine Seppey, ha subito recentemente un’accelerazione. Attualmente sono nove le persone indagate: tra queste il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, altri membri dell’amministrazione comunale e, soprattutto, i proprietari del locale, i coniugi Jacques e Jessica Moretti. 

La loro posizione è al centro delle indagini e delle polemiche. Nel corso dei lunghi interrogatori sono emerse pesanti contraddizioni. Jacques Moretti ha fornito dichiarazioni controverse sull’acquisto della schiuma fonoassorbente in un negozio di bricolage e ha sostenuto che i documenti relativi alla sicurezza del locale sarebbero andati distrutti a causa di misteriosi “allagamenti”. 

Quanto alle vie di fuga, un dettaglio inquietante emerge dai video delle telecamere interne: una delle porte di sicurezza del piano terra sarebbe stata chiusa con un chiavistello pochi secondi prima dell’inizio del rogo, ostacolando fatalmente il deflusso dei clienti. Jessica Moretti ha dichiarato agli inquirenti che la porta non veniva mai chiusa, ma le immagini e le testimonianze del buttafuori in servizio che era quella sera hanno smentito la versione offerta dalla donna. 

La crisi diplomatica e le differenze tra gli ordinamenti giudiziari

La gestione dell’inchiesta nelle sue fasi iniziali ha sollevato aspre polemiche. La liberazione su cauzione di Jacques Moretti, avvenuta il 9 gennaio dietro pagamento di 200’000 franchi svizzeri, ha infranto un tabù diplomatico: il Governo italiano ha ritirato per protesta l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado. L’incontro di Sion potrebbe ora favorire un rasserenamento dei rapporti e il possibile rientro dell’ambasciatore. 

Le tensioni derivano anche da profonde differenze tra i due ordinamenti giudiziari. A partire dai reati ipotizzati: la Procura di Roma elenca disastro colposo, omicidio plurimo colposo e lesioni gravissime aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica; il diritto penale svizzero, invece, non prevede reati autonomi di strage o disastro, e riconduce tutto alle ipotesi di reato di omicidio colposo e di lesioni colpose. 

>>Giudice istruttore e procuratore da 27 anni, Nicolas Feuz ha analizzato i meccanismi di questa indagine:

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Tra emozioni e diritto: il caso Crans-Montana analizzato da un procuratore svizzero

Questo contenuto è stato pubblicato al Le indagini sul dramma di Crans-Montana hanno fatto e fanno scorrere fiumi d’inchiostro, sia in Svizzera che all’estero, in Italia in particolare. Giudice istruttore e poi procuratore per 27 anni, lo scrittore di Neuchâtel Nicolas Feuz ha analizzato per il portale Watson i meccanismi di questa indagine.

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Inoltre, l’ordinamento italiano ricorre con maggiore frequenza alla custodia cautelare in carcere per reati di tale gravità e non contempla l’istituto della cauzione. Il sistema processuale svizzero, invece, è più garantista: la detenzione preventiva è considerata un’eccezione, mentre la cauzione è uno strumento legittimo per garantire la presenza a processo dell’imputato, scongiurandone il rischio di fuga, senza che questo equivalga a un’assoluzione anticipata. 

Queste divergenze incidono non solo sull’impostazione del processo penale, ma anche sulla gestione dei futuri risarcimenti civili, per i quali sono già state presentate oltre 100 cause all’autorità di conciliazione del Canton Vallese. 

Fondazioni e aiuti alle vittime: la risposta delle istituzioni

Di fronte alla tragedia, le istituzioni elvetiche si sono mobilitate per fornire un sostegno concreto alle famiglie delle vittime e ai sopravvissuti. Il Parlamento cantonale vallesano ha approvato all’unanimità la creazione della fondazione Beloved, presieduta dall’ex consigliera federale Doris Leuthard. Ha inoltre stanziato un fondo di dieci milioni di franchi, un contributo indipendente dalle future decisioni della Giustizia. Le promesse di donazioni ammontano oggi a circa 24 milioni di franchi, inclusi i contributi del Comune di Crans-Montana e del Canton Vaud. 

>>La trasmissione Falò della RSI ha raccolto la testimonianza di un giovane scampato alla tragedia e ne racconta il lungo e complesso percorso di guarigione :

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A livello federale, il Parlamento ha approvato una legge urgente che prevede un contributo di solidarietà una tantum di 50’000 franchi per tutti i feriti e per i familiari delle persone decedute. Complessivamente, il Governo svizzero ha stanziato circa 35 milioni di franchi per far fronte all’emergenza, sottolineando la natura straordinaria della tragedia e la necessità di colmare le lacune del sistema di mutua assistenza. 

Verso la giustizia

Mentre il percorso giudiziario si preannuncia lungo e complesso, sia sul fronte penale che su quello civile, la cooperazione instaurata a Sion rappresenta un segnale di speranza. Come sottolineato dai legali delle vittime, l’obiettivo resta accertare la verità, rendere giustizia a chi ha perso la vita in conseguenza di quei fatali 90 secondi e tutelare l’immagine di un sistema oggi sotto gli occhi del mondo intero. 

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