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Svizzera: verso un divieto d’ingresso sistematico per i mafiosi italiani?

La sala del Consiglio nazionale.
"Il Parlamento dovrebbe elaborare un pacchetto di misure legislative specifiche incentrate sull'individuazione e la repressione del fenomeno mafioso in Svizzera". © Keystone / Gaetan Bally

Il 7 giugno scorso, il Consiglio nazionale ha votato con un chiaro "sì" una mozione di Marco Romano (Centro/TI) che mira a vietare l'ingresso in Svizzera alle persone che sono state condannate in modo definitivo in Italia per appartenenza alla mafia. Il Consiglio degli Stati deve ancora esprimersi.

Una simile mozione “antimafia”, approvata con 127 voti favorevoli, 46 contrari e 17 astenuti, non sarebbe mai passata solo cinque o dieci anni fa. È un segno incoraggiante dei tempi, che non può che far piacere a Marco Romano: “Condivido, in Parlamento c’è maggiore attenzione e sensibilità. Questo dovrebbe portare a mio giudizio all’elaborazione di un pacchetto di misure legislative specifiche (sulla falsariga di quanto è stato fatto nella lotta al terrorismo) incentrate sull’individuazione e la repressione del fenomeno mafioso in Svizzera”.

Marco Romano.
Marco Romano. Keystone / Alessandro Della Valle

Il Consigliere nazionale ticinese giustifica la misura proposta con il “preoccupante livello” di infiltrazione in Svizzera di persone legate alla mafia “a titolo attivo o passivo”. L’osservazione è fondata, ma occorre andare oltre la fase di analisi e pensare di “trasformare finalmente gli elementi dell’inchiesta in atti d’accusa”, secondo le parole del procuratore generale della Confederazione Stefan Blättler. Combattere più duramente, sì, ma come? La legge svizzera non contiene alcuna disposizione equivalente all’articolo 416bis del Codice penale italianoCollegamento esterno, né in termini preventivi né in termini repressivi. Per molti mafiosi, la Svizzera è ancora il Paese di Bengodi dove poter sviluppare i propri interessi e dove il concetto di pericolosità sociale associato alla criminalità organizzata è appena preso in considerazione. I casi recenti dimostrano che ci vuole molto di più di un abbellimento cosmetico del Codice penale svizzero per scoraggiare le organizzazioni criminali.

Oltre agli arresti e alle estradizioni nell’ambito delle operazioni di polizia, è già possibile rimediare alle carenze legislative ordinando divieti di ingresso ed espulsioni nei confronti dei membri della criminalità organizzata. Trattandosi di misure amministrative dette di “polizia preventiva”, non è necessario che l’interessato abbia una condanna penale. La Polizia federale (FedpolCollegamento esterno), spiega la sua portavoce Mélanie Lourenço, “può emettere espulsioni e/o divieti d’ingresso sulla base delle proprie conclusioni o su richiesta di altre autorità, in particolare dei Cantoni”. È però ancora necessario analizzare ogni singolo caso, motivare la decisione presa e dimostrare che la persona indesiderata rappresenta una minaccia per la Svizzera.

Segnalazioni e divieti d’entrata

Dal 2018, la Fedpol ha respinto una sessantina di persone legate alla criminalità organizzata, di cui 15 nel 2022. Marco Romano ritiene che ciò sia chiaramente insufficiente e chiede alla Confederazione – in collaborazione con i Cantoni – di fare in modo che a chiunque sia stato condannato in Italia per appartenenza alla mafia e per altri gravi reati connessi venga sistematicamente rifiutata l’entrata e l’insediamento in Svizzera. L’ingresso è stato decisamente facilitato dalla fine dei controlli sulle persone – tranne nei casi sospetti – e dall’abbandono cronico di alcuni valichi doganali minori. Anche il passo successivo è stato aggirato: quando transitano dal Ticino ed entrano in territorio svizzero per stabilirvisi, lavorare o avere “interessi”, sempre più i mafiosi evitano se possibile il servizio di migrazione locale. Semplicemente proseguono il loro cammino e si registrano presso uffici meno inclini a effettuare controlli in Cantoni anche meno “pignoli” e poco sensibili al problema.

A questo proposito, sarebbe stato interessante conoscere l’origine delle segnalazioni che hanno portato ai 60 divieti d’ingresso emessi da Fedpol, ma la sua portavoce precisa che “è sempre il lavoro di analisi giuridica di Fedpol a determinare la decisione di espulsione e/o di divieto d’ingresso e la durata della misura. La fonte delle prove o l’autorità promotrice sono irrilevanti”.

Il Consiglio federale ha respinto la mozione, nascondendosi dietro a un muro di giustificazioni legali e rifiutando ulteriori complicazioni. In particolare, ritiene che le misure regolarmente ordinate da Fedpol funzionino bene e che non sia sempre facile provare i legami di un individuo con la mafia. La difficoltà principale, aggiunge il Governo, è che i casellari giudiziali e i dossier di polizia da presentare a un tribunale amministrativo ai fini di una misura preventiva possono essere ottenuti solo “con un notevole sforzo” dalle autorità italiane.

Il parere del Consiglio federale

La Consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider sottolinea però che la Fedpol sta “redigendo un inventario” dei mezzi di lotta alla criminalità organizzata e che nell’autunno del 2022 è stata effettuata un’indagine presso le autorità federali e cantonali per “individuare gli strumenti e le eventuali lacune nell’identificazione e nel perseguimento della criminalità organizzata”. Un po’ a sorpresa, la responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia sostiene che i mafiosi condannati in Italia sono “persone che non hanno un legame diretto con la Svizzera e che quindi non verrebbero nel nostro Paese”.

“La Svizzera tedesca e la Svizzera francese sono ancora ben lontane dall’aver compreso il fenomeno e la sua portata”.

Marco Romano, consigliere nazionale ticinese del Centro

È solo un punto di vista, ma conferma una ricorrente ignoranza della realtà del problema ai più alti livelli. Da parte sua, la Fedpol sottolinea che è stato anche considerato il principio di proporzionalità, che richiede che ogni caso sia giudicato individualmente, e che “il problema sollevato è quello della pertinenza pragmatica dei divieti di ingresso sistematici. Ad esempio, se un mafioso italiano di 65 anni viene condannato a 40 anni di reclusione e non ha legami con la Svizzera, l’emissione di un divieto d’ingresso in questo caso specifico non sarebbe pertinente”.

Il Governo dà comunque l’impressione che la sua mano sinistra non sappia cosa faccia la sua mano destra, dal momento che nel settembre 2021 ha ammesso che “la consapevolezza della minaccia rappresentata dalle organizzazioni criminali non ha ancora raggiunto lo stesso livello ovunque, e deve ancora svilupparsi ulteriormente”. In questo caso, la consapevolezza ha ancora un po’ di strada da fare per arrivare fin sotto la Cupola federale. Cosa pensa Marco Romano del discorso di Baume-Schneider?

“Questa dichiarazione – se non si tratta di un errore – dimostra quanto la Svizzera tedesca e la Svizzera francese siano ancora lontane dall’aver compreso il fenomeno e la sua portata. Sappiamo che decine di persone residenti in Svizzera sono direttamente o indirettamente legate a dinamiche mafiose. Spesso magari non commettono direttamente reati nel nostro Paese, ma il legame è realtà. La Svizzera viene usata come piattaforma da cui operare, dove è piacevole vivere e dove il fenomeno non è preso sul serio. È disarmante vedere quanta passività e ingenuità vi è rispetto al fenomeno. In questo senso il forte sostegno del Consiglio nazionale alla mia mozione dà un ulteriore chiaro segnale: aprire gli occhi e agire sul terreno!”

Il procuratore generale della Confederazione ha fatto un’osservazione simileCollegamento esterno alla radio svizzero tedesca SRF nel novembre 2022, affermando che il Paese è “piuttosto cieco” quando si tratta di individuare le interazioni e i modelli della criminalità organizzata.

Maxi processo contro l ndrangheta
Maxi processo a Lamezia Terme nel 2021 contro 300 membri della ‘Ndrangheta. Lapresse Valeria Ferraro / Lapresse

Basi giuridiche migliori

Il Consiglio federale sbaglia anche nel ritenere che le condanne inflitte in Italia per l’appartenenza a un’associazione mafiosa siano una garanzia sufficiente di protezione del territorio e dell’economia svizzeri: in realtà, i membri della mafia non sempre sono condannati in quanto mafiosi, e i giudici italiani non emettono necessariamente sentenze di 20, 30 o 40 anni. Non mancano esempi di pesi massimi delle organizzazioni criminali che si vedono commutare la pena in arresti domiciliari, a loro volta revocati per i motivi più disparati: vizi di forma, vizi di procedura, vizi di indagine o problemi di salute.

Nulla sfugge ai loro difensori, che sono delle vere e proprie macchine per annientare e distruggere i casi giudiziari. Il funzionamento delle mafie prevede che non si interrompa mai il legame con l’organizzazione, e non esistono ex mafiosi, nemmeno un individuo a cui è stata inflitta una lunga pena detentiva “molto tempo fa” e che nel frattempo avrebbe riacquistato la sua virtù. 

L’aspetto irritante di queste persone è che trovano sempre una soluzione ai loro problemi. A maggior ragione dobbiamo avere il coraggio di fare un passo in più creando le basi giuridiche necessarie affinché le autorità di perseguimento penale, sottolinea Marco Romano, “possano agire con maggior efficacia e dispongano finalmente di maggiori strumenti legislativi”.


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