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Quell’uso improprio delle leggi per tutelare una lingua

L aula della Camera dei deputati a Roma.
L'anglicizzazione ossessiva rischia di portare a un collasso dell’uso della lingua italiana. Ne sono convinti Fabio Rampelli e cofirmatari che così giustificano il Ddl. Keystone / Ettore Ferrari / Pool

Una legge per tutelare e valorizzare la lingua italiana contro l’eccessiva anglicizzazione. Questo l’obiettivo di Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Camera. Per il professor Lorenzo Tomasin, docente di storia della lingua italiana all’Università di Losanna, è illusorio cercare di tutelare una lingua con delle norme anche se il disegno di legge individua problemi reali.

In Italia non esiste una politica linguistica. Anzi, il linguaggio anche della politica, nel nuovo millennio, si è anglicizzato sempre di più introducendo parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato. Questa anglicizzazione ossessiva rischia, però, nel lungo termine, di portare a un collasso dell’uso della lingua italiana. Ne sono convinti Fabio Rampelli e cofirmatari che così giustificano il disegno di leggeCollegamento esterno.

“È illusorio cercare di tutelare una lingua italiana con delle leggi. Quello che può fare la legge è stabilire i confini nell’uso generale della lingua”, ribatte Lorenzo Tomasin, veneziano d’origine e professore ordinario di filologia romanza e storia della lingua italiana all’Università di Losanna. Da italiano all’estero, può avere quel giusto distacco per commentare una legge, quella presentata il 23 dicembre 2022 dal deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che riguarda l’obbligo di utilizzare la lingua italiana per la fruizione di beni e servizi pubblici.

“È una legge che riprende in sostanza una proposta già fatta nel 2018Collegamento esterno – ricorda Tomasin -, individua problemi reali e contiene elementi corretti misti però a misure propagandistiche. Qualche passaggio della legge evoca vaghi echi della politica linguistica fascista”.

Articolo 1: La Repubblica garantisce l’utilizzo della lingua italiana in tutte le interazioni tra la pubblica amministrazione e i cittadini, nonché in ogni sede giurisdizionale.

Articolo 2: L’utilizzo della lingua italiana è obbligatorio per la promozione e la fruizione di beni e servizi pubblici sul territorio nazionale. Gli enti pubblici e privati sono tenuti a presentare documentazione relativa ai beni materiali e immateriali prodotti e distribuiti sul territorio nazionale in lingua italiana e ogni informazione presente in un luogo pubblico o derivante da fondi pubblici deve essere trasmessa in lingua italiana.

Articolo 3: Inoltre, per ogni manifestazione, conferenza o riunione pubblica organizzata sul territorio italiano, è obbligatorio utilizzare strumenti di traduzione per garantire la perfetta comprensione in lingua italiana dei contenuti dell’evento.

Articolo 4: Chiunque ricopra cariche all’interno di istituzioni italiane, della pubblica amministrazione, di società a maggioranza pubblica e di fondazioni, è tenuto a conoscere e avere padronanza scritta e orale della lingua italiana. Le sigle e le denominazioni delle funzioni ricoperte nelle aziende che operano sul territorio nazionale devono essere in lingua italiana e anche i regolamenti interni delle imprese che operano sul territorio nazionale devono essere redatti in lingua italiana.

Articolo 5: Viene prevista la modifica dell’articolo 1346 del codice civile, rendendo obbligatorio l’utilizzo della lingua italiana nei contratti di lavoro. Il contratto deve essere stipulato in lingua italiana.

Articolo 6: Negli istituti scolastici di ogni ordine e grado e nelle università pubbliche italiane, le offerte formative che non sono specificamente rivolte all’apprendimento delle lingue straniere devono essere in lingua italiana.

Articolo 7: Viene istituito presso il Ministero della Cultura il Comitato per la tutela, la promozione e la valorizzazione della lingua italiana sul territorio nazionale e all’estero. Sarà presieduto da rappresentanti dell’Accademia della Crusca, della Società Dante Alighieri, dell’Istituto Treccani, del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero dell’Istruzione e del Merito, dell’Università

Articolo 8: “La violazione degli obblighi di cui alla presente legge comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa consistente nel pagamento di una somma da 5.000 euro a 100.000 euro”.

Rampelli non vuole essere frainteso: “Laddove non esistano termini equivalenti in italiano e non traducibili in un termine corrispondente, l’inglese o il termine straniero sono indispensabili. Ma perché usare ‘meeting’ se possiamo dire riunione? O ‘feedback’ se possiamo dire ‘riscontro’. Ma soprattutto perché lo Stato, le comunicazioni tra organi dello Stato, le leggi dello Stato devono parlare inglese o essere scritte con termini in inglese? La parola è democrazia e se non ti fai capire o non vuoi farti capire dal popolo sei antidemocratico“.

Lorenzo Tomasin ha un’interpretazione parzialmente diversa dell’uso eccessivo di parole straniere: “Spesso l’uso di parole di un’altra lingua è sintomo di provincialismo, altre volte ancora le si usano quando non si governa bene la propria lingua, per cui ci si muove meglio nella nebbia di un’altra”.

Nato a Venezia, è dal 2012 professore ordinario di Storia della lingua italiana, e dal 2014 di Filologia romanza all’Università di Losanna.

In precedenza ha insegnato o ha svolto attività di ricerca all’Università « Ca’ Foscari » di Venezia (di cui è stato prorettore), all’Università Bocconi di Milano e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si è anche formato (PhD, 2002).

Si occupa di temi posti tra storia linguistica e storia letteraria, di linguistica italiana e romanza, di problemi e metodi della filologia romanza. Autore di un centinaio di articoli scientifici e una decina di volumi, ha condiretto una Storia dell’italiano scritto, uscita in sei volumi da Carocci (2014-2021), e codirige, nell’ambito di un progetto finanziato dal Fns, un Vocabolario storico-etimologico del veneziano realizzato in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’istituto OVI del Cnr di Firenze.

Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca, dell’Accademia dell’Arcadia e dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

La legge – secondo il primo firmatario – nasce da due considerazioni. La prima: i cittadini hanno diritto alla comprensione. Se questa manca, non c’è democrazia. Si tratta qui di porre un argine al dilagare dell’utilizzo di termini stranieri al posto di quelli italiani. Secondo: è evidente che i processi di globalizzazione mettono a rischio, quasi ovunque, le lingue madri. Da tempo la globalizzazione e il monolinguismo stereotipato che conducono all’inglese rappresentano un pericolo per le lingue locali.

C’è però un problema fondamentale, sottolinea Tomasin: “La legge non distingue mai due problemi legati ma distinti. Da un lato l’utilizzo di parole ed espressioni straniere nella lingua italiana (la presenza cioè di elementi lessicali di lingue straniere) dall’altro la sostituzione di una lingua con un’altra. Sono questioni affini, ma ben distinte”.

“Abbiamo già vissuto una stagione simile con il francese: alcuni francesismi sono entrati stabilmente nella lingua italiana; altri li abbiamo persi nel tempo”.

Lorenzo Tomasin, professore di storia della lingua italiana all’Università di Losanna.

Nel primo caso, che si usino delle parole prese in prestito da altre lingue è naturale. La lingua è viva e si contamina. Come ricorda Tomasin abbiamo già vissuto una stagione simile con il francese: “È naturale che le lingue abbiano momenti in cui importano materiale da altre lingue. Alcuni francesismi sono entrati stabilmente nella lingua italiana in varie fasi della storia; altri li abbiamo persi nel tempo: passata la moda, passati i francesismi”. La mescolanza delle lingue è un fattore positivo a patto che non conduca all’omologazione linguistica, che è l’anticamera dell’omologazione sociale e culturale.

Quello che è molto più grave è quando una lingua viene messa in discussione nella sua totalità, nella legittimità del suo uso in tutte le situazioni: “Lingue locali abbandonate per far spazio alle lingue della colonizzazione o della globalizzazione. Questo fenomeno ha determinato la morte o il depauperamento di diverse lingue. Un rischio che si deve tenere presente. Certo l’italiano ancora non corre questo pericolo. Però in alcuni ambiti, penso a quelli scientifici e dei dibattiti culturali, l’inglese viene spesso preferito all’italiano”.

L’Italia come la Francia?

Rampelli ricorda che l’Italia non sarebbe il solo Paese a prevedere la salvaguardia del proprio idioma. Una legge simile esiste anche in Francia dall’agosto del 1994 con ottimi risultati. Si chiama legge ToubonCollegamento esterno, dal nome dell’ex ministro della cultura francese che rende obbligatorio l’uso della lingua francese nelle pubblicazioni governative, nelle pubblicità, nei luoghi di lavoro, nei contratti e nelle contrattazioni commerciali, nelle scuole finanziate dallo Stato e in altre situazioni.

E chi conosce la Francia sa bene che, anche in mancanza di una legge, i francesi non chiamerebbero mai ‘computer’ il loro ‘ordinateur’.

“È tutta una impostazione diversa della società e della cultura francese. La Francia è sempre stato uno stato centrale, dirigista per effetto della sua storia. Questa difesa della lingua e della cultura non è recente, non risale sicuramente alla legge, si è sedimentata nei secoli e le premesse sono diverse. Non dimentichiamo che la Francia, a differenza dell’Italia, ha avuto per secoli un impero coloniale”.

“La lingua italiana, paradossalmente, è più tutelata in Svizzera che in Italia”.

Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera

Tornando alla legge italiana, e passando in rassegna articolo per articolo, ci si chiede davvero se serva un articolo di legge (articolo 4) per affermare che i funzionari pubblici devono sapere l’italiano. “Se sente il bisogno di affermarlo per legge – aggiunge Tomasin – vuol dire che c’è un problema. Mi sembra ovvio – e sono pienamente d’accordo – che in un Paese dove la lingua ufficiale è l’italiano, che gli atti pubblici siano in italiano, che i contratti siano redatti in italiano. Ma trovo francamente ridicolo non permettere per legge l’uso di sigle come CEO e altre ancora”.

Aprendo gli orizzonti, Rampelli ricorda che la lingua italiana, paradossalmente, è più tutelata in Svizzera che in Italia. Poiché l’italiano è parlato solo dall’8,1% della popolazione ed è in minoranza rispetto al tedesco (63,5%) e al francese (22,5%), il Consiglio federale ha fatto della promozione dell’italiano una priorità. In Italia, invece, non esiste alcuna politica linguistica.

A proposito di Svizzera

Come stiamo in Svizzera? In un paese che riconosce quattro lingue ufficiali, la legge federale sulle lingue nazionali e la comprensione tra le comunità linguisticheCollegamento esterno è un caposaldo del federalismo.

+ Italiano, una lingua svizzera.

Nonostante la legge, la Confederazione deve affrontare un caso ben diverso da quello italiano. Qui non si tratta semplicemente di fermare l’uso smodato di anglicismi (che pure c’è), qui la posta in palio è ben più consistente: l’inglese sta diventando la lingua franca. Ha spodestato il francese – lingua nazionale – che fino a pochi anni fa era conosciuta da pressoché tutti gli svizzeri.

“Nella società svizzera l’inglese viene usato come ‘scorciatoia’. La Svizzera è uno Stato che vive sulla diversità culturale e linguistica. I suoi abitanti trovano un modo per comunicare insieme e convivere nella diversità linguistica. Se si va verso una diminuzione di questa diversità attraverso l’inglese come scorciatoia mettiamo in discussione la stessa ragione d’essere della Svizzera” sottolinea Tomasin.

Una deriva pericolosa: “Il plurilinguismo deve essere tutelato e valorizzato. La Confederazione se lo può e se lo deve permettere… che cosa sarebbe una Svizzera senza il plurilinguismo?” si chiede per concludere Lorenzo Tomasin.


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