Il sogno ultracentenario di una “zona franca” sui confini alpini
Se ne parla dalla fine dell’Ottocento, quando il deputato valdostano François Farinet propose l’istituzione sui confini alpini di una zona libera da dazi. Oltre cent’anni dopo, nella regione a statuto speciale che confina con la Svizzera se ne continua a discutere.
Correva l’anno di grazia 1897 e François Farinet mise nero su bianco una proposta di legge su cui lavorava da tempo. L’obiettivo: istituire sui confini alpini un’area libera da dazi doganali. Recitava l’articolo uno: “Sia autorizzato il Ministro delle Finanze, dove e quando lo crederà opportuno per la difesa contro il contrabbando, di spostare o modificare le attuali linee doganali sulla frontiera alpina, colla costituzione di zone neutre o intermedie, nelle quali si smercieranno con ribassi gli articoli di privativa o di grande consumo, colpiti da dazi, più comunemente introdotti in frode nello Stato”.
Enrico Fuselli, docente di materie letterarie in un istituto tecnico in Italia e appassionato studioso di storie di confine, racconta che la proposta del deputato della Valle d’Aosta suscitò interesse nei circoli istituzionali, perché “l’amministrazione doganale spendeva molto per contrastare il contrabbando, ma finiva per incassare poco”. Chi abitava nelle fasce di confine, poi, “lo considerava un mestiere come un altro, che però allontanava dal principio di obbedienza alle leggi”. L’idea di Farinet dunque “incontrò il favore di parlamentari che, come lui, venivano dalle zone di confine e che quindi conoscevano bene la questione”, dice Fuselli.
Visionario e pertinace
“Farinet ha fatto la storia della Valle d’Aosta. Era l’unica persona moderna in un territorio arretrato, dominato dal cattolicesimo clericale”. Anche la valdostana Simona D’Agostino insegna materie letterarie. Oggi dirigente scolastica a Grand-Combin-Gignod, nel 2004 ha pubblicato l’unica biografia esistente di François FarinetCollegamento esterno. D’Agostino racconta che l’opera ha preso forma a partire dalla sua tesi di laurea, dedicata alla costruzione di due identità, “la ‘piccola patria’ di un luogo di confine, e la ‘grande patria’ dell’unificazione dell’Italia”. Quanto a Farinet, la docente non nasconde di considerarlo ormai un amico di famiglia “perché quando scrivi una biografia finisci per appassionarti al personaggio”, e quasi ti sembra di potergli leggere nel pensiero.
Racconta D’Agostino, che Farinet fece della zona franca un vero cavallo di battaglia: “Ne scrisse molto, in particolare nella sua carriera come giornalista”. Tuttavia, nel corso delle sue ricerche la docente non è riuscita a trovare prove che la proposta di legge sia stata depositata. Il testo in effetti non è presente nel portale storico della Camera dei deputatiCollegamento esterno, dove peraltro, come era prassi al tempo, Farinet da François divenne Francesco. Fuselli sottolinea come il testo fosse stato presentato, ma che finì in un limbo poiché, a seguito di una crisi politica, cadde il Governo. Di sicuro, l’idea del parlamentare valdostano raccolse lodi sperticate nel mondo delle Regie Guardie di Finanza, che della sicurezza del confine si occupavano. Ricorda Enrico Fuselli: “Il loro settimanale pubblicò i sei articoli della proposta di legge. Insieme alla relazione di approfondimento che la accompagnava. La zona franca di Farinet occupò le colonne di ben otto numeri della pubblicazione”. Nel caso in cui la zona fosse stata istituita, le guardie “avrebbero operato in condizioni meno difficili, ovvero in località poste ad altezze minori rispetto a quelle delle fasce di confine alpine”, spiega.
Anche lo scrittore valdostano Mario Caniggia Nicolotti si è chinato sul mistero della proposta di legge Farinet. Ha ripreso articoli pubblicati da giornali dell’epoca per questo testo ricco e affascinante dedicato alla vicendaCollegamento esterno. In base a quelle testimonianze, non si sarebbe giunti alla presentazione in Aula, ma alla “creazione di una commissione formata dai deputati delle regioni di montagna e di confine”. Commissione d’iniziativa parlamentare di cui, in effetti, si trova traccia negli archivi storici. Il dibattito andò avanti negli anni a seguire e Farinet fu rieletto al Parlamento nazionale, dove rimase fino al 1909, eppure non rilanciò la sua proposta di zona franca. Perché?
Secondo i due docenti italiani, si trattò di realismo politico. Dice Fuselli: “Deve essersi reso conto che non c’era vero sostegno da parte dell’amministrazione delle dogane”. Conferma D’Agostino: “La reazione del Governo era stata tiepida. E i giochi di forza fra autorità centrale e regioni periferiche erano centrati su ‘do ut des’: ti facciamo delle concessioni, se voti come vogliamo noi. Farinet era un politico navigato, e sapeva quando era opportuno fermarsi”. La parabola della zona franca rispecchia una trasformazione profonda nel percorso del valdostano. Da accanito liberale che non temeva di rompere con il passato e lanciarsi in battaglie coraggiose, col passare degli anni si fece più conservatore. Racconta la sua biografa, che “continuò a impegnarsi per la regione e per la difesa delle sue specificità. Ma usò il suo ruolo di parlamentare anche per diventare un potente uomo d’affari, in particolare nell’ambito della nascente industria di sfruttamento delle acque alpine per la produzione di energia elettrica”.
Istituita, e mai attuata
In Valle d’Aosta, la questione di essere riconosciuta come area libera da gabelle e dazi non ha mai smesso di appassionare. Incredibile ma vero, la zona franca è stata persino istituita – eppure, non è mai stata attuata. La prevede, infatti, l’articolo 14 della legge costituzionale del 1948Collegamento esterno che ha concesso alla regione lo statuto speciale. Il testo ne delega le modalità di attuazione a provvedimenti bilaterali fra Stato e Regione. Tuttavia, alla messa in pratica non si è mai arrivati. Nella Gazzetta Ufficiale si trova una processione surreale di successivi decreti di aggiornamento, entrati in vigore negli anni 1956, 1967, 1979, 1986. Leggi che riconoscevano alla Valle d’Aosta contingenti di specifiche merci esenti da dazio, in virtù della sua posizione di confine. Ma niente da fare, per la zona franca. A metterci sopra una pietra tombale, ci ha pensato l’Unione Europea. L’UE è fondata su una frontiera doganale esterna comune e le poche eccezioni riguardano zone franche storicamente esistenti, come Campione d’Italia e Livigno. Se Farinet fosse andato a fondo, e fosse riuscito a far passare la sua proposta, oggi la Valle d’Aosta avrebbe potuto essere riconosciuta dall’UE come zona franca.
Eppure, la politica valdostana non ci ha ancora messo un punto. Negli ultimi decenni, la chimera della zona franca è stata oggetto di una moltitudine di convegni, proposte, testi per campagne elettorali e programmi di governo. A luglio 2024, il Consiglio regionale ha approvato una proposta di legge stataleCollegamento esterno per l’istituzione di alcune ‘zone produttive speciali (ZPS)’ e ‘zone franche montane (ZFM)’. Il testo “cerca di attuare le disposizioni del nostro Statuto speciale che, fino ad ora, non sono state pienamente applicate”, ha detto Stefano Aggravi (Rassemblement Valdôtain), illustrandone i contenuti in aula. Chiara Minelli ha spiegato cosìCollegamento esterno l’astensione del suo partito, il Progetto Civico Progressista: “Descrivere questo provvedimento come attuativo dell’articolo 14 a noi sembra un’esagerazione”. Nelle ZFM non scomparirebbero le imposte, ma sarebbero ridotte. C’è da scommetterci, che dall’Oltretomba François Farinet sta seguendo la faccenda con grande interesse.
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