Il “contrabbando di neonati” fra Svizzera e Italia
Per oltre un secolo, la Lombardia ha accolto creature trasportate dalla Svizzera da passatori, o affidate alle correnti del lago. I neonati abbandonati per miseria, disagio o vergogna venivano all’epoca definiti “di contrabbando”.
Infagottati in uno scialle o una coperta, abbandonati nottetempo nei pressi di una fattoria o in un altro luogo, purché fosse frequentato e si trovasse in territorio italiano. Fra il Settecento e l’Ottocento, una quantità incalcolabile di neonati è stata trasportata in maniera illegale dalla Svizzera al confinante Regno d’Italia. Della questione si sono occupate alcune ricerche. Oltre ai racconti tramandati per via orale, si trovano tracce della pratica in atti notarili, e negli archivi di ospedali e orfanotrofi italiani.
Negli Annali Universali di Medicina del 1873, per esempio, il presidente del Consiglio d’amministrazione dell’Ospizio provinciale degli esposti di Como riferiva che in quell’anno l’istituto aveva accolto anche: “65 trovatelli provenienti dal Canton Ticino (…) collocati in qualche canestro, abbandonato davanti alla porta od alla finestra di una casa o delle chiese, o sopra un muricciolo, od appeso al ramo di una pianta”.
Le creature venivano talvolta abbandonate per disperazione. “È un gesto che non va visto solo come rifiuto. Era, credo, un atto d’amore. Non li buttavano dalla Rupe Tarpea, ma tentavano di garantire loro un futuro”, dice Enrico Fuselli. Docente di materie letterarie in un istituto tecnico in Italia e appassionato studioso di storie di confine, Fuselli ha ritrovato negli archivi storici della Guardia di Finanza ulteriori conferme su quello che all’epoca veniva chiamato “contrabbando di neonati”.
Navigazione in solitaria
Anche gli agenti italiani che pattugliavano il confine con la Svizzera, infatti, trovavano sui sentieri fagottini che contenevano neonati. “Ai tempi, il controllo avveniva a piedi e le genti del posto sapevano che lasciando un bimbo in un certo punto del confine, sarebbe inevitabilmente stato ritrovato dalle guardie italiane. Ci sono poi testimonianze di neonati recuperati dai pescatori del Comasco. Si trovavano all’interno di ceste impermeabilizzate. Si contava sullo spirare dei venti, perché dalla parte svizzera del lago raggiungessero quella italiana”, racconta Fuselli.
La storiografia ha individuato molte cause per il fenomeno. A partire dall’assenza di strutture di accoglienza per bambini e bambine che non vuoi o non puoi crescere. In Ticino, all’epoca non ce n’era neanche una. Inoltre, come evocava nel 1876 una circolare del Ministero degli interni italiano: “Quel Cantone obbliga le madri naturali a dichiararsi, a dare il proprio nome alla prole illegittima”, mentre il regno già consentiva ai genitori di non rivelare la propria identità.
E ancora, la povertà che non consentiva di sfamare l’ennesima bocca e la difficoltà di donne che sempre più spesso lavoravano. Ma anche la prevalenza nelle regioni interessate di maestranze artigiane itineranti, così come – nell’assenza di metodi contraccettivi moderni – la prole indesiderata di persone che vivevano ai margini della società, e in condizioni socioeconomiche difficili, come prostitute e mendicanti.
A fianco alla povertà e al disagio sociale, le ragioni dell’abbandono erano legate allo stigma di “figli della colpa” o “del peccato”: creature nate fuori dal matrimonio o da relazioni extraconiugali, ma pure, continua Fuselli, “concepite mentre il marito lavorava in luoghi lontani”. Un’affermazione che ritroviamo nel già citato rapporto del 1873: “Risulta dagli atti relativi alla consegna de’ bambini all’Ospizio, che parecchi di loro nacquero da madri, i mariti delle quali sono assenti dal paese da oltre dieci mesi ed anche da più anni, ed emigrati in America”.
>> Sul tema, da ascoltare: “Esposti, trovatelli, venturiniCollegamento esterno”. Una puntata del programma Geronimo di Rete Due RSI.
In genere nel fagotto veniva lasciato un segno di riconoscimento. La metà di un medaglione o di una carta da gioco, che potesse forse un giorno consentire il ricongiungimento con la famiglia d’origine. Comuni erano anche icone religiose, nastri colorati, biglietti contenenti preghiere e in alcuni casi, il nome che si desiderava portasse il neonato, la sua data di nascita, e se fosse già stato battezzato.
A piedi, nella notte
Il fenomeno non ha toccato solo il Ticino. Negli anni Novanta, lo storico Philipp Arnold ha ricostruito i retroscena di analogo fenomeno che ha riguardato neonati che provenivano dalle regioni di lingua tedesca. Il centro della vicenda era il canton Uri, in particolare il villaggio di Flüelen. L’operazione era gestita da levatrici, insegnanti e preti compiacenti, e affidata ai passatori, che conoscevano bene il territorio fra il sud della Svizzera e il nord dell’Italia perché lo attraversavano di continuo per contrabbandare merci di ogni genere. Le creature a Uri venivano sedate con una tintura di oppio, legate a una portantina e trasportate a piedi attraverso il Gottardo.
>> Da leggere, il nostro articolo su Flüelen e sulle ricerche dello storico Philipp Arnold:
Altri sviluppi
Quando i bambini illegittimi venivano trafficati di nascosto dalla Svizzera verso Milano
Lo storico Rolando FasanaCollegamento esterno in “Esposti e trovatelli: infanzia abbandonata tra Comasco e Cantone Ticino, 1780-1870” sottolinea che all’epoca, si trattava di un territorio “resecato da un confine politico che non costituisce una barriera”. Le genti delle regioni attorno a Varese, Como, Milano e nel Ticino parlavano un linguaggio comune, italiano e dialetto, per una relazione “che si intreccia anche nell’alimentazione, nelle pratiche agricole e zootecniche, insomma nella vita e nelle consuetudini”.
Aspetti identitari comuni, di quelle che Fasana non esita a definire “comunità sorelle”. Anche Enrico Fuselli ricorda quanto il confine fosse ancora tutto sommato astratto. Dal punto di vista geografico, poi: “Facilmente attraversabile, perché non ci sono montagne elevate”.
Le creature che sopravvivevano al viaggio venivano accolte inizialmente dagli ospedali e poi dagli istituti, spesso religiosi, dove le balie le allattavano. Appena possibile, venivano date in affidamento, dietro un compenso, a famiglie contadine o artigiane lombarde. Sottolinea Fuselli: “Nella maggioranza dei casi, le aspettava un’esistenza difficile. Non erano accolte da queste famiglie per motivi caritatevoli, ma per denaro. E venivano utilizzate come forza lavoro, per esempio nei campi. Rispetto ai figli legittimi di quella coppia, i trovatelli erano generalmente discriminati”.
La questione fu oggetto di infinite trattative fra le autorità ticinesi e italiane, che introdussero sempre maggiori controlli. Il Canton Ticino nel 1877 emanò una circolare sul tema “esportazione di bambini ticinesi agli esteri Ospizi”. Ordinava la “scrupolosa sorveglianza delle gravidanze illegittime”, introduceva regole stringenti che impedivano alle donne incinte di espatriare “senza avere data prima garanzia della vita e dello stato civile dell’infante”, in nome della “massima moralizzatrice che la madre è obbligata ad allevare e curare la sua prole, ed a combattere pregiudizi che non hanno ragione di esistere, sopprimendo un abuso che torna poco onorevole per il nostro Cantone”.
Dal 1890 l’incidenza della pratica prese a scemare, fino a scomparire, grazie all’arrivo delle leggi per la protezione dell’infanzia, e all’apertura anche in Svizzera di strutture di accoglienza per neonati di cui la famiglia non voglia o non possa occuparsi.
L’amministrazione doganale italiana a partire dal 1891 aveva d’altronde provveduto a impiantare, in prossimità della linea di demarcazione, la cosiddetta siepe metallica di confine (nota come “ramina”), che costituiva un ostacolo insormontabile per il “contrabbando dei neonati”.
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