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A Beirut si riparte dagli ospedali

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Gli specialisti del Corpo svizzero d'aiuto umanitario, che dopo l'esplosione dello scorso 4 agosto a Beirut si erano occupati in primis della verifica della stabilità degli edifici, stanno ora contribuendo alla ricostruzione degli ospedali. Oltre metà delle 55 strutture mediche della capitale del Libano sono inagibili. Reportage.

Questo contenuto è stato pubblicato il 17 agosto 2020 - 21:10

Le telecamere della Radiotelevisione svizzera di lingua francese ci mostrano un ospedale (il Saint-Georges) senza porte e finestre, ma che dopo dieci giorni di chiusura ha potuto riaccogliere i pazienti al piano terra.

Jean-Daniel Junot, il capo della missione umanitaria, è arrivato qualche giorno dopo l'esplosione.

"Abbiamo esperienza di catastrofi, ma arrivando a Beirut ci siamo imbattuti in qualcosa di mai visto. Bisogna immaginare un'onda d'urto di una potenza fenomenale e inaudita attraversare gli edifici, strappando, rivoltando o abbattendo tutto al suo passaggio".

Per far ripartire un ospedale, però, non bastano gli ingegneri civili. Serve l'attrezzatura -una tonnellata di materiale sanitario arrivato a Beirut con un cargo aereo- e soprattutto serve il personale: medici pronti ad entrare in azione in qualche e specializzati nella riattivazione dei servizi sanitari in caso di catastrofe.

Questa missione si occuperà in particolare dell'assistenza a donne incinte e bambini.

"Avevamo perso tutte le medicine, anche quelle salvavita", osserva Rodolphe Gabriel Aziz, del servizio ostetricia e ginecologia del Saint-Georges. "La maggior parte dei macchinari si sono rotti e non avevamo più unità di rianimazione".

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