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“Trasferirsi 5’000 anni fa”: sulle tracce di chi attraversava le Alpi

andrea balbo
Andrea Balbo vive in Svizzera dal 2015. SWI swissinfo.ch

Che cosa può dire il Neolitico al presente? Andrea Balbo, geoarcheologo all'Università di Ginevra, studia come le società antiche hanno attraversato le Alpi e interagito con l'ambiente. Per lui il passato può aiutarci a risolvere le sfide più importanti di oggi, a cominciare dal cambiamento climatico. Cresciuto nelle Piccole Dolomiti, in Svizzera ha ritrovato paesaggi e codici culturali familiari.

Prima di mettersi in cammino, Andrea Balbo e la sua squadra cercano “l’ultimo bar possibile” per una colazione veloce. Poi, con gli zaini preparati il giorno prima e il meteo controllato all’alba, si sale: 500, 1’000, a volte 1’500 metri di dislivello. Fino ai laghetti, ai passi di montagna, ai massi erratici lasciati dai ghiacciai.

Balbo è un geoarcheologo: studia come le società umane si sono adattate agli ambienti in cui vivevano e come, a loro volta, li hanno trasformati. Il suo lavoro va da una scheggia di pietra allo spostamento di intere popolazioni, da un singolo passo alpino ai cambiamenti del clima nell’arco di millenni.

Una disciplina tra due mondi

Originario del Veneto, Balbo arriva all’università con alle spalle studi tecnici e una preparazione da architetto. Voleva allargare quella formazione ad ambiti più umanistici, senza però rinunciare alla componente tecnica, racconta. Iscriversi a conservazione dei beni culturali a Bologna è stato un punto d’incontro che gli permetteva di “tenere in piedi le due cose”.

È durante quegli studi che comincia a interessarsi al rapporto tra società umane e ambiente. Alle questioni ambientali, spiega, si è avvicinato “perché sono di attualità, e tutti noi siamo anche un po’ il risultato dell’epoca in cui viviamo”. Da lì arriva alla geoarcheologia, che unisce le scienze della Terra allo studio del passato umano. Ad attirarlo è stata soprattutto la possibilità di “studiare problematiche attuali, ma sul lungo periodo, nel corso dell’evoluzione dell’umanità”.

“Un arco rotto non serve più”

Il progetto a cui Balbo lavora all’Università di Ginevra parte dall’ipotesi che alla fine del Neolitico ci fossero contatti regolari tra Sion, capitale del canton Vallese, e Aosta. Non solo scambi occasionali, ma comunità legate attraverso i passi alpini.

A suggerirlo sono due necropoli megalitiche dello stesso periodo, una in ciascuna città. Gli oggetti e le stele ritrovati presentano forti somiglianze, “come se trovassimo dei piatti dello stesso corredo in due città differenti”. La genetica potrebbe fornire una prova ancora più diretta, ad esempio se venissero ritrovate due sorelle sepolte nei due cimiteri.

Poi bisogna capire dove passassero queste comunità. Occorre provare a “trasferirsi 5’000 anni fa”, ricostruire dove si trovavano i ghiacciai e individuare i percorsi allora possibili, dai più facili ai più difficili. E alla fine si va su quegli stessi passi e si cercano, sui due versanti, tracce che risalgano allo stesso periodo.

uomo che arrampica
Arrivando al Col de Miage, 3’300 m, al confine tra Francia e Italia- Per gentile concessione di Olivier Ballari

Il problema è che chi attraversava la montagna viaggiava leggero, portando con sé solo l’essenziale. “Avevano poco e stavano molto attenti a non perderlo”, spiega Balbo. Qualcosa, però, può rimanere: una scheggia di pietra, i resti di un focolare, un oggetto smarrito o ormai inutilizzabile, come un arco rotto.

Questo articolo fa parte di una serie dedicata alla comunità accademica italiana in Svizzera.

Sono oltre 3’000 le ricercatrici e i ricercatori italiani censiti in 13 istituzioni universitarie e di ricerca svizzere, secondo un’indagineCollegamento esterno realizzata nel 2024 dall’ufficio dell’Addetto scientifico presso il Consolato generale d’Italia a Zurigo. La presenza più numerosa è stata rilevata all’Università di Zurigo, all’ETH e all’EPFL.

La maggior parte lavora in ambiti scientifici, tecnologici e delle scienze della vita, ma la comunità italiana è presente anche nelle discipline umanistiche e sociali, nonché nell’economia privata.

La serie racconta alcuni di questi percorsi: storie di ricerca, mobilità, integrazione e confronto tra il sistema accademico italiano e quello svizzero.

Tra biblioteca e montagna

L’alternarsi di “biblioteca e montagna” è la parte del mestiere che Balbo preferisce. “È come andare all’opera dopo aver letto il libretto”, dice. “Uno si prepara, così si gode di più lo spettacolo”. E sul campo, aggiunge, “non si guarda solo lo spettacolo, si diventa attori”.

Quando la squadra individua una zona promettente, si divide e “rastrella” il terreno alla ricerca di qualche traccia che affiori in superficie. Ogni ritrovamento viene fotografato, annotato e georeferenziato, in modo da poter tornare sul posto.

Sono giornate di 12, 14 ore. Se non si rientra a valle, la sera si dorme in rifugio o in bivacco. E la fatica, racconta Balbo, a volte può far dimenticare dove ci si trova. Per questo cerca di ritagliare per sé e per la squadra delle pause in cui fermarsi, guardarsi intorno e provare a immaginare com’era quel paesaggio migliaia di anni fa.

Tramandare le conoscenze

La conoscenza necessaria per attraversare le Alpi 5’000 anni fa non nasceva da una singola esperienza, ma si costruiva nel tempo e veniva tramandata. “Sono convinto che una delle più grandi innovazioni umane, al di là del fuoco, del trasporto e delle città, sia la memoria: la capacità di trasmettere esperienze e conoscenze del passato attraverso le generazioni”.

La memoria, osserva Balbo, permette di comprendere fenomeni che nessuno potrebbe osservare nell’arco di una sola esistenza. Per questo il passato “partecipa alla ricerca di soluzioni per le sfide più importanti al giorno d’oggi”, afferma parlando dei cambiamenti climatici e ambientali.

Oggi, dall’altra parte della cattedra, dedica molta attenzione proprio all’insegnamento, una parte del mestiere che gli piace sempre di più, dice, per il contatto con le nuove generazioni.

La mobilità del ricercatore

Balbo la mobilità non la studia soltanto: l’ha vissuta in prima persona. Nell’espressione “fuga di cervelli” però non si riconosce. Per lui la mobilità appartiene piuttosto alla natura stessa del mestiere del ricercatore. L’università, già nel nome, rimanda a una dimensione che supera i confini nazionali, osserva, e “i campi della conoscenza sono transnazionali”.

Questa dimensione Balbo comincia a sperimentarla già da studente. Mosso dalla curiosità e incoraggiato dai suoi professori, negli anni Novanta parte per un Erasmus ad Aix-en-Provence, in Francia. Da quell’esperienza nasce anche una famiglia, “una delle diecimila famiglie Erasmus”, commenta sorridendo.

Dopo la laurea riparte per specializzarsi in geoarcheologia e paleogeografia, prima con un master alla Sorbona di Parigi e poi con un dottorato a Cambridge, nel Regno Unito. “All’epoca questo tipo di formazione non esisteva da noi”, spiega.

Della formazione italiana, però, ha apprezzato soprattutto l’indipendenza nella riflessione. “Le cose vengono raramente date masticate”: si impara così a rielaborare in autonomia ciò che si studia, sviluppando spirito critico e capacità di sintesi.

Tre Paesi su un foglio

Ogni trasferimento significa, almeno in parte, ricominciare. “Come nel gioco dell’oca, si ritorna un po’ verso la casella di partenza”, commenta Balbo.

Con il tempo poi “la strategia cambia, e da individuale diventa familiare”. I suoi tre figli sono nati a Barcellona, dove ha lavorato per diversi anni. Quando arriva la crisi del 2008, la famiglia resiste ancora un po’, poi decide di partire. Stilano una lista dei Paesi possibili, cercando di conciliare le esigenze professionali e personali di tutti. Ai primi tre posti ci sono Norvegia, Germania e Svizzera.

Nel 2015 si trasferiscono in Svizzera per il lavoro della moglie, mentre Balbo fa avanti e indietro da Amburgo. Poi arriva anche per lui l’opportunità all’Università di Ginevra.

Il passaggio da Barcellona alla campagna ginevrina è stato uno shock all’inizio, ammette, ma si è adattato velocemente. Cresciuto nelle Piccole Dolomiti, in Svizzera ha ritrovato paesaggi familiari e anche alcuni codici culturali.

Del sistema svizzero apprezza soprattutto una cosa, e non è il finanziamento della ricerca, ma la flessibilità del lavoro. La possibilità di lavorare part-time e la varietà dei contratti gli hanno permesso di conciliare impegni familiari e professionali, racconta. Un’impostazione che dice di aver trovato anche in Scandinavia, molto meno altrove.

“L’identità che si ha solo lì”

La porta verso l’Italia, dice Balbo, è rimasta aperta. Ma un eventuale trasferimento non sarebbe per lui un ritorno, piuttosto “una tappa completamente nuova”, in un ateneo che non conosce “e soprattutto in un altro millennio”, visto che ha lasciato il Paese alla fine degli anni Novanta.

Del resto da Ginevra l’Italia è vicina, dice. Ma c’è qualcosa che ritrova solo quando torna in Veneto: “l’identità che si ha solo lì, dove si è conosciuti per come si era da bambini, per come si è stati da adolescenti. Non c’è bisogno di presentarsi.”

Non che gli manchi particolarmente, precisa. “Basta andare lì per qualche giorno, poi si riparte”.

Articolo a cura di Daniele Mariani

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