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“Vogliamo colmare i vuoti tra un controllo medico e l’altro”: fondare una start-up biomedica a Losanna

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""Volevo unire matematica, fisica e medicina e fare un lavoro che avesse un impatto sulla vita degli altri", afferma Gian Luca Barbruni. SWI swissinfo.ch

Fin da giovane, Gian Luca Barbruni voleva unire matematica, fisica e medicina per avere un impatto concreto sulla vita delle persone. Oggi sta lavorando a quell’obiettivo: la sua start-up sviluppa un dispositivo medico pensato per essere indossato e dimenticato. Lui, invece, il progetto non lo dimentica mai. Oltre alla sua determinazione, a sostenerne lo sviluppo c’è anche l’ecosistema svizzero, che descrive come particolarmente favorevole all’innovazione.

Gian Luca Barbruni prende dal tavolo un piccolo dispositivo quadrato, simile a un cerotto. Si applica sulla pelle e analizza il sudore per monitorare in modo continuo alcuni ormoni e altri biomarcatori. Siamo al BioPôle di Losanna, nel laboratorio della start-up MoleSense che Barbruni ha fondato insieme ad Ata Golparvar.

Il dispositivo è ancora un prototipo, ma nelle intenzioni di MoleSense un giorno dovrebbe individuare i cambiamenti che oggi possono sfuggire tra un controllo medico e l’altro. Il percorso è lungo: la fase clinica deve ancora cominciare e l’approvazione di un dispositivo medico richiede anni. Lui, però, è determinato e concentra tutte le sue energie sul progetto. Una dedizione di cui lui stesso riconosce i limiti. “Non sono purtroppo una persona da due cose contemporaneamente”, dice. Ne fa una alla volta, e le dà tutto se stesso.

Una direzione chiara

Barbruni racconta di aver capito sin da giovane che non avrebbe mandato avanti lo storico panificio di famiglia a Sanremo. “Volevo unire matematica, fisica e medicina e fare un lavoro che avesse un impatto sulla vita degli altri”, spiega. Ha studiato ingegneria biomedica invece di medicina perché pensava di poter dare un contributo maggiore sviluppando nuove tecnologie, più che lavorando direttamente con i pazienti.

La scelta dell’ateneo invece si deve a una disciplina completamente diversa: il judo. Lo praticava a livello agonistico, e a Settimo Torinese si trova uno dei centri più importanti d’Italia. Da qui la decisione di iscriversi al Politecnico di Torino. A portarlo in Svizzera è stata poi la tesi di master, nel 2019. Losanna e l’EPFL, dice, erano tra i posti migliori in Europa per l’ingegneria biomedica applicata, anche grazie allo stretto rapporto tra ricerca e ospedali universitari.

Una tecnologia che arrivi a tutti

Durante il dottorato – svolto tra Ginevra e Neuchâtel, dove vive tuttora – ha lavorato allo sviluppo di un chip da impiantare nel cranio, con l’obiettivo di stimolare elettricamente la corteccia visiva e restituire una forma di visione a persone cieche. Il progetto continua ancora oggi, anche se Barbruni non se ne occupa più in prima persona. “Sviluppare qualcosa che tra quindici, venti o venticinque anni potrà essere utilizzato da qualche famiglia ricca, in qualche Stato americano, non era un’attività che avrei preso con polso fermo”, racconta.

La motivazione imprenditoriale c’era da tempo, ma voleva sviluppare un dispositivo medico “di cui tutti noi potremmo trarre beneficio in un orizzonte temporale non troppo lontano”.

Da qui MoleSense. “Chiedersi se si sarebbe potuto scoprire prima un problema di salute è un’esperienza comune a molti”, racconta. Lui stesso, da sportivo, si sottoponeva a controlli ogni sei mesi, eppure ci sono voluti anni per scoprire che era celiaco. Dietro MoleSense però non c’è un singolo episodio, precisa, quanto una domanda che, direttamente o indirettamente, riguarda quasi tutti.

Questo articolo fa parte di una serie dedicata alla comunità accademica italiana in Svizzera.

Sono oltre 3’000 le ricercatrici e i ricercatori italiani censiti in 13 istituzioni universitarie e di ricerca svizzere, secondo un’indagineCollegamento esterno realizzata nel 2024 dall’ufficio dell’Addetto scientifico presso il Consolato generale d’Italia a Zurigo. La presenza più numerosa è stata rilevata all’Università di Zurigo, all’ETH e all’EPFL.

La maggior parte lavora in ambiti scientifici, tecnologici e delle scienze della vita, ma la comunità italiana è presente anche nelle discipline umanistiche e sociali, nonché nell’economia privata.

La serie racconta alcuni di questi percorsi: storie di ricerca, mobilità, integrazione e confronto tra il sistema accademico italiano e quello svizzero.

Cominciare dalla gravidanza

Nel laboratorio del Biopôle di Losanna, Barbruni e il suo team lavorano per estendere alla biochimica il monitoraggio continuo reso familiare da smartwatch e anelli. L’obiettivo è misurare ormoni e altri biomarcatori con un dispositivo non invasivo, abbastanza discreto da poter essere indossato quasi senza accorgersene nella vita di tutti i giorni. Raccogliere dati nel tempo permetterebbe anche di cogliere gli scostamenti da ciò che è normale per ciascuna persona, invece di affidarsi soltanto a valori di riferimento generali.

La prima applicazione sarà nell’ambito della salute riproduttiva e della gravidanza. “Oggi i nove mesi vengono osservati attraverso controlli periodici, come se di un film esistessero soltanto alcuni fotogrammi”, dice Barbruni. Tra un’immagine e l’altra, però, possono verificarsi cambiamenti importanti per la salute della madre o del bambino. “MoleSense vuole trasformare quei fotogrammi in una pellicola continua”.

“Il pensiero è sempre e solo questo”

Barbruni ha smesso di praticare judo durante l’università, quando gli studi non gli hanno più permesso di dedicargli l’impegno e l’attenzione che avrebbe voluto. Ma di quello sport gli sono rimasti la disciplina, la familiarità con il rischio e un certo modo di intendere la competizione. Ritrova molti di questi elementi anche nel dirigere la sua start-up.

“L’allenamento è di squadra, ma poi la competizione è tua”, dice, così come in un’azienda il lavoro è collettivo, ma le decisioni fondamentali ricadono su una persona sola, o su un gruppo ristretto. A cambiare sono soprattutto le conseguenze. “Una scelta sbagliata in un caso può farti rompere un braccio, nell’altro può far sì che il team si debba dimezzare”.

Oggi il progetto gli occupa la mente “ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette”. Che si tratti degli aspetti tecnologici o di quelli imprenditoriali, c’è sempre qualcosa a cui pensare. Quello che manca, invece, è il tempo libero per dedicarsi ad altri interessi. “Dal mattino alla sera il pensiero è sempre solo questo”, racconta.

Lui stesso definisce “ossessiva” la concentrazione con cui affronta il lavoro. Sta imparando a delegare (“spero di migliorare”, commenta) e dice di essere fortunato ad avere accanto persone competenti, di cui si fida. Barbruni però è metodico, non frenetico. Anche prima di rispondere alle domande riflette qualche istante, poi parla in tono misurato e preciso.

Dalla Svizzera al mercato globale

Il team di MoleSense oggi conta tredici persone, e Barbruni è l’unico italiano. “Me ne lamento tutti i giorni”, dice sorridendo. La lingua di lavoro è l’inglese e l’azienda è stata pensata fin dall’inizio per un mercato globale, a cominciare dagli Stati Uniti.

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Un team molto giovane. Molesense

Ma la start-up è nata in Svizzera, e la base operativa al momento rimane qui. Collabora con l’ospedale universitario CHUV di Losanna e prevede di iniziare la fase clinica all’inizio dell’anno prossimo. Il vantaggio del Paese, dice Barbruni, non sta soltanto nelle università o nella disponibilità di capitale, ma nell’intero ecosistema: investitori, ospedali, consulenti e grandi aziende disposte a collaborare con le start-up. L’innovazione è incoraggiata e accolta, e c’è una “densità molto alta di talenti e di innovatori”, di persone che hanno idee e gli strumenti per realizzarle.

Dell’Italia pensa invece di aver portato con sé una certa flessibilità mentale, la tendenza a non seguire per forza una sequenza prestabilita. “Quello che apprezzo della mentalità italiana è un pensiero non dico ribelle, ma un pochettino fuori dal comune.” Ammette di essersi scontrato con la rigidità delle procedure svizzere, ma riconosce che è proprio quel sistema di regole a far funzionare le cose.

Conoscere la Svizzera attraverso il lavoro

Per Barbruni l’integrazione in Svizzera è stata relativamente semplice. L’ambiente della ricerca è internazionale e non ha mai percepito un confine netto fra sé e il Paese in cui vive. Il suo rapporto con la Svizzera, però, passa soprattutto dal lavoro. Anche eventuali spostamenti futuri, dice, dipenderanno prima di tutto da ciò che servirà all’azienda, in Svizzera, negli Stati Uniti o altrove. Il ritorno in Italia, al momento, non è un obiettivo, e non ha particolare nostalgia del Paese.

Al di fuori del contesto accademico e professionale ammette invece di aver vissuto poco la Svizzera. Dice di parlare poco francese, e vive a Neuchâtel perché è lì che si è trasferito per il dottorato, ma della città conosce “quattro o cinque posti, due ristoranti”. Per adesso la priorità è MoleSense. Il dispositivo ideale, per Barbruni, è quello che si indossa e si dimentica, ma lui la sua start-up non la dimentica mai.

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