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“Un laboratorio giuridico a cielo aperto”: studiare e insegnare diritto a Zurigo

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Elisabetta Fiocchi Malaspina è arrivata a Zurigo nel 2017 (foto di Selja Zulic). SWI swissinfo.ch

Studiava la Svizzera del Settecento, oggi vive in quella contemporanea. Elisabetta Fiocchi Malaspina è arrivata alla cattedra di storia del diritto dell'Università di Zurigo dopo anni di gavetta. Oggi nei suoi corsi mantiene vivo il legame con l'Italia.

Milano, 2008. Elisabetta Fiocchi Malaspina sta discutendo la sua tesi di laurea in Giurisprudenza quando la commissione la interrompe con una domanda inaspettata. “Ma lei è svizzera? Ha qualche legame di parentela con Emer de Vattel?”.

“In realtà no”, risponde divertita. Ma la tesi che sta difendendo è dedicata proprio a lui, un giurista di Neuchâtel del Settecento, considerato centrale per lo sviluppo del diritto internazionale moderno. A quasi vent’anni di distanza, quella domanda sembra profetica: oggi Fiocchi Malaspina insegna storia del diritto all’Università di Zurigo, dove è professoressa associata.

Dopo la laurea ha proseguito la ricerca sulle opere di Vattel con un dottorato all’Università di Genova. “I miei studi sono sempre stati orientati verso la Svizzera”, ricorda. Candidarsi per un posto di professoressa assistente (Assistenzprofessorin) a Zurigo, dove è arrivata nel 2017, le è quindi sembrato un passo quasi naturale, seppur inaspettato.

Una lunga gavetta

Naturale, però, non significa facile. Prima di Zurigo ci sono stati anni di quella che lei stessa chiama “gavetta”: Genova, la Statale di Milano, la Bocconi, Trieste, la LUISS di Roma, con periodi di ricerca al Max Planck Institute di Francoforte e a Helsinki. E quando la ricerca da sola non bastava, ha lavorato in parallelo come avvocata per poter continuare la carriera accademica.

Nel mondo universitario italiano ha incassato molti colpi – moltissimi, ricorda. “Ho incontrato tanti muri. Ma alla fine sono quelli che mi hanno costruita”.

Ad aiutarla, dice, sono state la perseveranza e la famiglia. Anche avere un obiettivo chiaro è stato importante. “Lavorare in un contesto accademico era il mio sogno, e un sogno ti aiuta a sostenere i sacrifici”.

Questa articolo fa parte di una serie dedicata alla comunità accademica italiana in Svizzera.

Sono oltre 3’000 le ricercatrici e i ricercatori italiani censiti in 13 istituzioni universitarie e di ricerca svizzere, secondo un’indagineCollegamento esterno realizzata nel 2024 dall’ufficio dell’Addetto scientifico presso il Consolato generale d’Italia a Zurigo. La presenza più numerosa è stata rilevata all’Università di Zurigo, all’ETH e all’EPFL.

La maggior parte lavora in ambiti scientifici, tecnologici e delle scienze della vita, ma la comunità italiana è presente anche nelle discipline umanistiche e sociali, nonché nell’economia privata.

La serie racconta alcuni di questi percorsi: storie di ricerca, mobilità, integrazione e confronto tra il sistema accademico italiano e quello svizzero.

Dietro ogni norma c’è un mondo

Nel suo caso, il sogno era dedicarsi alla storia del diritto, e in particolare del diritto internazionale. “Si pensa sempre al diritto come a qualcosa di estremamente astratto, di arido. Invece dietro a ogni norma c’è un mondo”, racconta sorridendo. “Ogni norma è un compromesso, e per capire come ci si è arrivati bisogna ricostruire la società dell’epoca”.

Quest’anno in uno dei suoi corsi, Common Words in Global Legal Orders, è partita da parole comuni – come zucchero, confini, cultura – per mostrare come possano assumere significati giuridici. Dietro lo zucchero, ad esempio, c’è la storia delle colonie e della schiavitù, e la sua trasformazione da bene di lusso a prodotto di massa. “È stato molto stimolante per gli studenti, che hanno poi suggerito loro stessi altre parole da analizzare, come felicità”.

Gli studenti, del resto, sono per lei il cuore del mestiere. “La parte che preferisco è proprio confrontarmi con loro, vederli crescere e sviluppare il pensiero critico”. A volte, aggiunge, questo dialogo fa cambiare idea anche a lei.

Nonostante l’ambito storico della sua ricerca, i risvolti contemporanei non mancano. “Studiare il modo in cui sono stati ottenuti certi diritti aiuta a capire che non sono affatto scontati, anche nelle società più democratiche e vanno protetti “quotidianamente””, dice. Vale anche per il diritto internazionale, che oggi sembra particolarmente vulnerabile.  “Conoscere lo sviluppo del diritto internazionale e le regole che hanno governato i rapporti tra gli Stati ci aiuta a comprendere meglio il presente”, spiega. “Oggi, più che mai, in una società complessa e in continuo cambiamento, è fondamentale mettere al centro l’impegno comune per promuovere il dialogo tra gli Stati, nella ricerca di un equilibrio fondato sul rispetto delle regole internazionali”.

Un laboratorio a cielo aperto

“La Svizzera è un grande laboratorio a cielo aperto: per me giuridico, ma anche sociale e linguistico”. Trasferirsi ha significato vedere con i propri occhi ciò che prima aveva solo studiato. “Parte della bellezza del Paese è che, dovunque vai, trovi caratteristiche diverse”. Di Zurigo, invece, città da cui non sapeva cosa aspettarsi, apprezza la dimensione internazionale e la vita culturale – e i treni che portano direttamente sulle piste da sci.

L’integrazione è avvenuta soprattutto grazie all’università: i colleghi, gli studenti, il far parte di una comunità. Più lento, ammette, è stato costruirsi una vita fuori dal lavoro, ma oggi ha una rete di amici svizzeri, italiani e internazionali.

biblioteca
Un luogo in cui Elisabetta Fiocchi Malaspina è nel suo elemento: la biblioteca di giurisprudenza dell’Università di Zurigo, progettata dall’architetto Santiago Calatrava. Tobias Lotti

Due sistemi accademici a confronto

Nel 2023 Fiocchi Malaspina ha conseguito la Habilitation, l’abilitazione che in Svizzera equivale, spiega, alla libera docenza italiana. Per ottenerla serve passare un esame che comprende una tesi, una discussione e una lezione di prova davanti al consiglio di facoltà. Oggi è coinvolta anche nel lato amministrativo dell’ateneo, dove presiede la Commissione per le pari opportunità.

Ma all’inizio non è stato semplice. “Mi sono abituata a un sistema accademico con logiche e dinamiche diverse, ho imparato un nuovo modo di lavorare, di gestire la mia attività scientifica e di insegnamento”. La difficoltà principale tuttavia è stata “rompere il ghiaccio” con la lingua tedesca e poter superare la paura del confronto”Ancora adesso, nove anni dopo, il mio è un tedesco giuridico”, sorride. “Fortunatamente ci troviamo in un contesto di plurilinguismo e la lingua non è un muro ma il ponte per comunicare”.

A Zurigo ha trovato quello che cercava: la libertà di impostare i suoi corsi e sviluppare la propria ricerca sulla storia del diritto. La formazione italiana, tiene a precisare, le ha dato delle basi solide che le hanno permesso di costruire tutto il lavoro che è venuto dopo.

Nessuna fuga

Ma Fiocchi Malaspina non si riconosce nell’espressione ‘fuga di cervelli’. “Per me si è trattato di cogliere un’opportunità. Il termine fuga dà l’idea di qualcosa che si interrompe, mentre io mantengo vivo il rapporto professionale con l’Italia”.

Il suo lavoro continua infatti a fare da ponte tra i due Paesi: in un laboratorio al master gli studenti confrontano il modo in cui il diritto italiano e quello svizzero affrontano gli stessi temi; in un corso al bachelor studiano le differenze tra i due linguaggi giuridici.

Tornare in Italia? “Non si può mai dire mai, ma in questa fase direi di no”, risponde. Lo afferma convinta, senza rammarico. Certo, le manca la famiglia a Novara, dice, ma il Piemonte è vicino, e a parte quello non ha troppa nostalgia dell’Italia. Anzi, ormai quando torna le manca passeggiare lungo il lago di Zurigo. “Mi aiuta a scaricare la tensione, a schiarirmi le idee”.

Articolo a cura di Daniele Mariani

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