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Frontalieri, in Vallese un’altra Svizzera: “Qui non sono un problema politico”

La galleria del Gran San Bernardo chiusa al traffico.
La dipendenza della Valle d'Aosta dall’asse del Gran San Bernardo, non sempre agevole e soggetto a disagi, rendono questo flusso meno regolare e strutturato di quello tra l’Ossola e il Vallese, imperniato sulla linea del Sempione. Keystone / Jean-Christophe Bott

C'è una frontiera dove i lavoratori italiani non sono al centro dello scontro politico, né accusati di comprimere i salari. Lontano dalle tensioni che infiammano il confine lombardo, le sfide tra Piemonte, Valle d'Aosta e Vallese riguardano piuttosto la mobilità transfrontaliera e il nuovo regime fiscale. Una realtà che conta circa 3'000 pendolari e racconta una storia diversa.

Quando in Svizzera si parla di frontalierato, l’immaginario collettivo corre quasi sempre a sud delle Alpi: code ai valichi, dumping salariale e l’infinita contesa sui ristorni e sulla tassa sanitaria. Ma spostando l’attenzione più a ovest, lungo il confine tra Vallese, Piemonte e Valle d’Aosta, il clima cambia radicalmente. Gli scambi quotidiani non mancano e il nuovo accordo sulle tasse si fa sentire anche qui, eppure la pressione sociale che domina il dibattito a Lugano o Chiasso è quasi impercettibile.

La differenza parte dai numeri. Nel primo trimestre del 2026, il Canton Ticino contava 78’562 frontalieri su un totale nazionale di 91’997 lavoratori provenienti dall’Italia. Il dato specifico del Vallese, pur non essendo isolato nelle tabelle federali, ha proporzioni decisamente più contenute. Pasqualino Gallicchio, presidente di UNIA Vallese e responsabile del patronato Ital-UIL locale, parla di circa 3’000 titolari di permesso G. Una scala ridotta, che contribuisce a spiegare un clima profondamente diverso.

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Gallicchio descrive infatti rapporti distesi tra chi attraversa il confine ogni giorno e la popolazione locale. “Qui – osserva – non si registra la stessa pressione che caratterizza il Ticino, né sui salari, sotto forma di dumping, né sui residenti. I titolari di un permesso G sono generalmente accettati e integrati”.

Una frontiera meno politicizzata

Se a sud il frontalierato è da anni un tema centrale dell’agenda politica, dove ogni modifica fiscale o discussione sulla libera circolazione infiamma il dibattito pubblico, in Vallese, spiega Gallicchio, “il fenomeno non ha lo stesso peso simbolico né elettorale”.

Il sindacalista ricorda il periodo della pandemia, quando la continuità dei settori essenziali rese evidente il ruolo di questa manodopera transfrontaliera: “Senza di loro si sarebbero fermati sia i cantieri sia il sistema sanitario. Si fermava l’economia vallesana”. È un ricordo che riassume una percezione meno conflittuale del lavoratore d’oltreconfine: non un concorrente da respingere, ma un ingranaggio vitale del tessuto economico locale.

Il contesto geografico contribuisce a questa differenza. I collegamenti attraverso le Alpi sono più selettivi, la popolazione è meno concentrata rispetto alla fascia tra Lugano, Chiasso, Como e Varese e la frontiera non è inserita in una continuità urbana paragonabile a quella insubrica. Da qui una mobilità meno massiccia e una relazione che tende a restare su un piano pragmatico e istituzionale.

Lavori, controlli e settori in cambiamento: nessuna sostituzione

Un’altra differenza sostanziale rispetto al Ticino riguarda la concorrenza sul mercato del lavoro. In Vallese, secondo Pasqualino Gallicchio, non emerge un fenomeno strutturale di “sostituzione” dei residenti con frontalieri assunti a salari inferiori. Il presidente di UNIA Vallese è categorico: “da Monthey a Briga, comprese le aree prossime alla Valle d’Aosta e a Domodossola, non si registrano dinamiche di questo tipo”.

La sua lettura è chiara: pur di cadere nel banale ricorda che la manodopera transfrontaliera occupa spazi che i residenti svizzeri hanno progressivamente abbandonato. “I lavori che fanno oggi i nostri frontalieri sono lavori che gli svizzeri non fanno più”, sostiene, richiamando in particolare l’edilizia. In questo settore, il dumping salariale è limitato e sotto controllo: i contratti collettivi sono applicati in modo estensivo e i controlli sui cantieri, condotti in stretta collaborazione tra sindacati e associazioni padronali, riducono drasticamente i rischi di abusi.

Il panorama, però, non si esaurisce nei mestieri manuali. Nell’Alto Vallese, il polo industriale e chimico-farmaceutico di Visp favorisce l’ingresso di frontalieri con una formazione universitaria o superiore. Per UNIA, questa trasformazione pone una nuova sfida: organizzare anche il terziario e i lavoratori altamente qualificati, meno abituati a rivolgersi al sindacato ma non per questo privi di esigenze di tutela.

Il nodo concreto: il Sempione

L’assenza di un grande conflitto politico non significa assenza di problemi. Per chi ogni giorno si sposta tra l’Ossola e il Vallese, la priorità è innanzitutto la mobilità. “La tematica vera e propria è quella dei trasporti”, osserva Gallicchio, riferendosi ai lavori e ai tanti disagi sulla linea del Sempione. Secondo il sindacalista, ad esempio, il treno delle 17.25 da Briga a Domodossola è utilizzato da circa 1’800 frontalieri: quando il collegamento è perturbato, come lo è attualmente, la ricaduta sulle persone è pesante ed immediata.

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Il corridoio ferroviario è una priorità anche per le istituzioni. Il Piemonte ha aderito al progetto transfrontaliero Simplon 2050Collegamento esterno, dedicato al futuro della linea e dell’area del Sempione. Sul versante valdostano, invece, il Gran San Bernardo e l’assenza di un collegamento ferroviario diretto rendono l’automobile una scelta quasi obbligata per molti lavoratori. La frontiera occidentale è dunque più tranquilla sul piano politico, ma resta esigente sul piano logistico.

Sul versante valdostano, inoltre, la mobilità transfrontaliera presenta caratteristiche diverse rispetto all’Ossola. Secondo Gallicchio, molti lavoratori provenienti dalla Valle d’Aosta non corrispondono alla figura classica del frontaliere titolare di un permesso G, con rientro quotidiano al domicilio. Si tratta spesso di persone con permesso L, legate a impieghi stagionali, oppure di lavoratori che hanno trasferito il proprio domicilio in Vallese e rientrano in Italia con minore frequenza. L’assenza di un collegamento ferroviario diretto e la dipendenza dall’asse del Gran San Bernardo, non sempre agevole e soggetto a disagi, rendono questo flusso meno regolare e strutturato di quello tra l’Ossola e il Vallese, imperniato sulla linea del Sempione.

L’accordo fiscale: vecchi e nuovi frontalieri, ma nessuna fuga

Il nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia non risparmia il Vallese. Qui le criticità assumono però soprattutto la forma della burocrazia: l’applicazione delle nuove regole fiscali, la dichiarazione dei redditi in Italia per i “nuovi” frontalieri, lo scambio di dati e la necessità di assistenza da parte dei Centri di assistenza fiscale (CAF) e commercialisti.

“L’accordo è stato approvato ma non tutto funziona”, dice Gallicchio che cita le difficoltà relative ai dati fiscali, alla NASpI, l’indennità italiana per la disoccupazione, all’assegno familiare e alla necessità di convocare il tavolo interministeriale previsto in caso di criticità. Un problema rilevante riguarda la gestione dei dati inviati dall’amministrazione svizzera all’Italia, che in alcuni casi ha confuso le posizioni dei “vecchi” e dei “nuovi” frontalieri, generando dichiarazioni precompilate errate e allarmando lavoratori e professionisti. Si tratta di aspetti che, a giudizio del sindacalista, meritano un confronto urgente fra autorità e partner sociali.

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Nonostante queste difficoltà, in Vallese non si registra quella frenata o diminuzione del numero di frontalieri che, secondo alcuni osservatori, starebbe interessando il Ticino a causa del nuovo regime fiscale sfavorevole. “Sinceramente non ho visto questo problema”, conferma Gallicchio, definendo la tendenza “stabile”.

Piuttosto, emerge un fenomeno nuovo e significativo: un vero e proprio cambiamento di mentalità. “Abbiamo visto che alcuni frontalieri hanno fatto un passo più concreto: hanno lasciato la residenza in Italia, si sono iscritti all’AIRE e sono diventati residenti in Svizzera”, spiega Gallicchio. Il passaggio dal permesso G al permesso B (dimora) si sta affermando come una delle soluzioni per evitare l’aggravio fiscale del nuovo accordo e mantenere attrattivo il lavoro in Svizzera. “A fine anno avremo dati concreti che potranno confermare o meno questa tendenza”, aggiunge.

Sul piano politico, il fatto che Piemonte e Valle d’Aosta non abbiano finora aderito alla tassa sanitaria ha evitato che, su questo tratto di confine, si aprisse una controversia analoga a quella tra Ticino e Lombardia. Gallicchio invita però a non considerare il capitolo definitivamente chiuso: “Piemonte e Valle d’Aosta hanno detto formalmente di no, ma la legge dello Stato c’è e va rispettata”. Per il presidente di UNIA Vallese, occorre quindi arrivare a un chiarimento definitivo, così da evitare nuove incertezze per i frontalieri.

La frontiera tra Svizzera e Italia, insomma, non è una sola. Lungo l’asse Ticino-Lombardia l’alta densità di relazioni economiche e umane trasforma rapidamente ogni decisione fiscale o politica in un tema di dibattito pubblico. Tra Vallese, Piemonte e Valle d’Aosta prevale invece una realtà più discreta, dove i frontalieri sono meno numerosi, meno esposti alle polemiche e maggiormente percepiti come una componente necessaria dell’economia locale.

Restano problemi concreti da risolvere, dai collegamenti attraverso il Sempione alle criticità del nuovo accordo fiscale. Ma il messaggio che arriva dal Vallese è un altro: il lavoratore frontaliero non è innanzitutto una questione politica, bensì una persona che attraversa un confine per lavorare. Come conclude Gallicchio, “la sfida non è demonizzarlo, ma garantire regole chiare, tutele efficaci e rapporti equilibrati tra i territori che condividono la stessa frontiera”.

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