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Dai Grigioni al Ticino, i ristorni dei frontalieri diventano un’arma politica

Attilio Fontana con Ignazio Cassis a Milano, durante le olimpiadi invernali.
Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e il responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri Ignazio Cassis: due livelli istituzionali diversi per problemi che coinvolgono Lombardia, Svizzera e Italia. Keystone / Salvatore Di Nolfi

Nel giro di una settimana, due Cantoni svizzeri hanno evocato la stessa leva nei confronti della Lombardia: bloccare i ristorni dei frontalieri. Il Ticino lo ha già fatto, i Grigioni minacciano di farlo. Le ragioni sono diverse, lo strumento è lo stesso. E quello che per decenni è stato uno degli ingranaggi più stabili dei rapporti transfrontalieri rischia di trasformarsi in una moneta di scambio politico.

Coira attende il pagamento di 2,6 milioni di franchi richiesti alla Lombardia quale contributo ai costi sostenuti durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026: il Cantone ha gestito i trasporti pubblici per raggiungere Livigno dal versante svizzero. Pur avendo ottenuto una garanzia scritta dal presidente lombardo Attilio Fontana, il Governo grigionese ha avvertito che, in caso di mancato versamento, potrebbe compensare trattenendo proprio i ristorni dei frontalieri, che annualmente si aggirano attorno ai 10 milioni di franchi.

La minaccia arriva pochi giorni dopo la decisione del Consiglio di Stato ticinese di congelare cautelativamente 50,2 milioni di franchi destinati alla Lombardia. Una misura adottata in risposta alla controversa “tassa sulla salute” che la Regione intende applicare ai vecchi frontalieri e che Bellinzona ritiene incompatibile con l’accordo fiscale italo-svizzero.

I due episodi hanno origini molto diverse. Uno nasce da una disputa sui costi olimpici, l’altro da un contenzioso fiscale. Ma entrambi mostrano come i ristorni stiano progressivamente cambiando natura: da meccanismo di compensazione a leva negoziale.

Una leva già utilizzata in passato

In realtà il ricorso ai ristorni come strumento di pressione non è una novità assoluta.

Nel 2011 il Ticino trattenne metà dei fondi (circa 28,4 milioni di franchi) per fare pressione sui governi di Roma e Berna affinché avviassero trattative su nuovi accordi fiscali e discutessero il problema delle “black list” italiane. Più recentemente, nel 2019, vennero bloccati 3,8 milioni di franchi per costringere il Comune di Campione d’Italia a saldare i debiti arretrati accumulati nei confronti del Canton Ticino.

La differenza è che oggi non si tratta più di un episodio isolato. Nel giro di pochi giorni, due cantoni svizzeri hanno evocato lo stesso strumento nei confronti della Lombardia per questioni tra loro molto diverse. È proprio questa convergenza a trasformare il caso dei ristorni da semplice disputa finanziaria a tema politico.

Berna e Roma abbassano i toni

Ed è qui che emerge una dinamica istituzionale interessante. La tensione non corre soltanto lungo il confine tra Svizzera e Italia, ma anche all’interno dei due Paesi.

Sul versante svizzero, il Governo ticinese considera il blocco dei ristorni una risposta legittima a una misura ritenuta lesiva degli accordi internazionali. La Confederazione, invece, continua a muoversi con maggiore cautela. Già prima della decisione ticinese, il Consiglio federale aveva chiarito che una sospensione unilaterale dei versamenti rischierebbe di entrare in conflitto con l’Accordo sui frontalieri.

Anche in Italia emergono interessi e responsabilità differenti tra livello regionale e nazionale. La cosiddetta tassa sulla salute trova il proprio fondamento nella Legge di Bilancio italiana del 2024, ma la sua applicazione resta subordinata a un decreto attuativo non ancora pubblicato. È però la Lombardia a spingere perché la misura entri in vigore, mentre il Governo di Roma si trova a gestirne le conseguenze sul piano dei rapporti con la Svizzera.

La Legge di bilancio italiana 2024 ha introdotto un contributo annuale a carico dei cosiddetti vecchi frontalieri – ovvero i lavoratori che operavano in Svizzera già prima dell’entrata in vigore del nuovo Accordo sui frontalieri (luglio 2023) – per il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale. L’aliquota varia tra il 3% e il 6% del reddito netto annuo, con la percentuale definitiva rimessa alle singole Regioni. La Lombardia ha scelto l’aliquota del 3% e intende applicarla dal settembre 2026, senza effetto retroattivo. Il Piemonte, invece, ha fin dall’inizio rinunciato a prelevare il contributo.

La misura nasce dal fatto che i vecchi frontalieri, tassati in Svizzera, non versano l’IRPEF in Italia, pur potendo usufruire del sistema sanitario italiano tramite il diritto di opzione previsto da un accordo bilaterale. Le entrate generate dalla tassa sono destinate a finanziare un bonus frontiera per trattenere i professionisti sanitari italiani tentati di emigrare verso la Confederazione: la norma prevede un aumento di circa 10’000 euro lordi annui per i medici e di circa 5’400 euro lordi annui per gli infermieri che operano nelle zone di confine.

La tassa è tuttavia contestata: sindacati e associazioni imprenditoriali ticinesi la ritengono incompatibile con il divieto di doppia imposizione sancito dagli accordi italo-svizzeri. Ad oggi il decreto attuativo non è ancora stato pubblicato.

Questa triplice tensione è emersa durante il vertice del 30 giugno a Roma tra la consigliera federale Karin Keller-Sutter e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Pur svolgendosi poche ore dopo l’annuncio ticinese, l’incontro si è concluso con un messaggio distensivo: nessuna crisi diplomatica, dialogo aperto e disponibilità italiana a discutere la questione della tassa sulla salute. Giorgetti si è proposto come mediatore tra Lombardia e Ticino, mentre Keller-Sutter ha giudicato prematuro reagire a una misura che non è ancora stata applicata concretamente.

>>Incontro tra Giorgetti e Keller-Sutter a Roma

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Un problema destinato a scomparire

Il paradosso è che lo scontro attuale sui ristorni riguarda uno strumento destinato a scomparire nel giro di pochi anni.

Con il nuovo Accordo sui frontalieri entrato in vigore nel 2024, i nuovi lavoratori frontalieri non generano più il tradizionale meccanismo dei ristorni: a differenza dei vecchi frontalieri, tassati esclusivamente in Svizzera, i nuovi pagano le imposte anche in Italia e non alimentano quindi più il flusso che la Confederazione trasferiva ai Comuni di residenza. Con il pensionamento dei vecchi frontalieri, i ristorni sono destinati a diminuire gradualmente fino a scomparire a fine 2033. Roma si è impegnata a sostituire il sistema attuale con un fondo nazionale destinato allo sviluppo delle infrastrutture nelle zone di confine italo-svizzere.

>>L’importanza dei ristorni per i comuni italiani di frontiera:

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Code a Ponte Chiasso per entrare in Svizzera.

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Relazioni italo-svizzere

Il contributo miliardario del Ticino all’Italia grazie ai frontalieri

Questo contenuto è stato pubblicato al Nei 50 anni di validità del vecchio accordo sulla tassazione dei lavoratori e lavoratrici frontaliere, il Canton Ticino ha versato nelle casse dello Stato italiano 2 miliardi di franchi sottoforma di ristorni fiscali.

Di più Il contributo miliardario del Ticino all’Italia grazie ai frontalieri

Per molti Comuni italiani la questione non è secondaria. I ristorni hanno contribuito negli anni a finanziare infrastrutture, manutenzioni e servizi pubblici. A Como, ad esempio, i fondi dei frontalieri (oltre 7 milioni di euro all’anno) hanno contribuito a finanziare il complesso cantiere delle paratie del lungolago. A Lavena Ponte Tresa, cittadina con quasi 1’500 frontalieri, i ristorni stanno contribuendo a finanziare buona parte della costruzione di un nuovo polo sanitario. Anche un blocco temporaneo può creare incertezza nella programmazione e costringere i Comuni a rinviare investimenti già previsti.

I frontalieri restano sullo sfondo

In questa disputa tra istituzioni e bilanci, i grandi assenti dalla narrazione politica sembrano essere proprio loro: i lavoratori frontalieri. Oggi la Svizzera conta circa 411’450 frontalieri, di cui circa 78’800 attivi in Ticino e oltre 10’500 nei Grigioni.

Eppure, pur essendo all’origine sia del gettito fiscale sia dei ristorni, i frontalieri rischiano di trovarsi ai margini del dibattito. Sono proprio questi lavoratori a subire direttamente o indirettamente gli effetti delle tensioni in corso. La tassa sulla salute minaccia di incidere sul loro reddito netto, mentre l’eventuale blocco dei ristorni rischia di ripercuotersi sui servizi e sugli investimenti dei Comuni in cui risiedono con le loro famiglie.

Il rischio per la cooperazione transfrontaliera

La posta in gioco, tuttavia, va oltre la fiscalità. Molti progetti comuni – dalla mobilità alla pianificazione territoriale, dalla gestione del traffico alla promozione economica – si fondano su un capitale spesso invisibile ma essenziale: la fiducia reciproca tra le istituzioni.

Se dovesse consolidarsi la logica del confronto, come in questo caso con l’uso dei ristorni come strumento di pressione, a risentirne potrebbero essere anche gli organismi che negli ultimi decenni hanno favorito il dialogo tra i territori di confine. La Regio InsubricaCollegamento esterno ne è uno dei principali esempi: da trent’anni rappresenta un luogo di confronto stabile tra i territori delle due sponde del confine.

Interpellata da tvsvizzera.it, la comunità di lavoro sottolinea tuttavia che le questioni fiscali legate ai frontalieri rappresentano soltanto uno dei numerosi dossier affrontati dall’organismo, che si occupa anche di ambiente, mobilità, mercato del lavoro e cooperazione territoriale. Secondo la Regio Insubrica, l’attuale controversia sui ristorni non è destinata a compromettere il dialogo tra Lombardia, Piemonte e Canton Ticino. Anzi, ricorda come proprio dai suoi tavoli di lavoro nacque un’iniziativa che contribuì a sbloccare lo stallo diplomatico sulla fiscalità dei frontalieri, permettendo ai ministeri delle finanze di Svizzera e Italia di arrivare all’accordo firmato nel 2020 ed entrato in vigore nel 2023. Anche nell’attuale fase di tensione, la Regio afferma di continuare a svolgere, lontano dai riflettori, il proprio ruolo di ponte tra i due Paesi.

Più recentemente sono nate anche nuove forme di cooperazione, come Regio ReticaCollegamento esterno, un’iniziativa che coinvolge Valtellina e Grigioni e si inserisce nel quadro del programma Interreg. Tutte queste esperienze si basano sulla capacità di mantenere aperti canali di dialogo e collaborazione anche quando emergono divergenze politiche.

Lo stesso vale per molti altri progetti InterregCollegamento esterno finanziati dall’Unione europea. Nessuno oggi mette in discussione questi programmi, che dispongono di proprie risorse e di una governance autonoma. Il loro successo, però, dipende dalla collaborazione tra università, ospedali, enti locali e amministrazioni pubbliche dei due versanti del confine. Quando il clima politico si deteriora, diventa inevitabilmente più difficile costruire nuove iniziative comuni.

Per ora nessuna crisi

Parlare oggi di crisi della cooperazione transfrontaliera sarebbe eccessivo. I canali di dialogo restano aperti e sia Roma sia Berna continuano a privilegiare la ricerca di soluzioni condivise.

Resta però un segnale politico difficile da ignorare. Nel giro di pochi giorni, Ticino e Grigioni hanno evocato il ricorso ai ristorni per far valere le proprie ragioni nei confronti della Lombardia. La questione, allora, non riguarda soltanto i milioni contesi tra Svizzera e Italia: riguarda il futuro del modello di cooperazione costruito lungo il confine negli ultimi decenni e la capacità delle istituzioni di continuare a risolvere le controversie attraverso il dialogo, anziché attraverso il congelamento dei fondi.

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