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Crans‑Montana, quando le regole non sono tutto

candele
Nell'incendio di Crans-Montana 41 persone hanno perso la vita e 115 sono rimaste ferite. Keystone / Jean-Christophe Bott

Non si placa la polemica tra Italia e Svizzera relativa ai costi ospedalieri delle vittime di Crans-Montana. Da un punto di vista giuridico la posizione delle autorità elvetiche non fa una grinza. Ma la gestione della questione da parte di Berna solleva qualche interrogativo anche nella Confederazione.

A poco meno di un mese dal ritorno a Berna dell’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado, tra Italia e Svizzera continua a soffiare un vento gelido.

Dopo la polemica nata dall’invio di una copia delle fatture dei costi sanitari sostenuti in Svizzera alle famiglie di tre vittime italiane dell’incendio di Crans-Montana, a far discutere è ora la richiesta di chiedere all’Italia il pagamento delle spese mediche. Per ora si tratta di tre fatture per un importo complessivo di circa 100’000 franchi. Ma altre seguiranno.

Da martedì gli avvocati, ma anche eventualmente i famigliari delle vittime, possono visionare il filmato dell’incendio montato dagli investigatori svizzeri utilizzando le immagini delle videocamere interne e di quelle installate nelle strade intorno al bar Le Constellation.

Stando a quanto riporta il Messaggero, si vedrebbe la proprietaria del bar Jessica Moretti fuggire di corsa, senza preoccuparsi degli altri. Sarebbe inoltre stata proprio lei ad accendere le candele pirotecniche che hanno causato il rogo e non, come aveva sempre sostenuto, la cameriera con il casco morta nell’incendio.

Una “richiesta ignobile”, l’ha definita su X la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, che Roma “respingerà al mittente”, senza darle “alcun seguito”.

Una posizione che l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado aveva già espresso dopo l’incontro tenutosi venerdì a Sion con il presidente del Governo vallesano Mathias Reynard. Quest’ultimo aveva fatto presente al diplomatico italiano che i pazienti non pagheranno nulla. Tuttavia, le fatture saranno accollate alle autorità italiane, come previsto dagli accordi tra Svizzera e Unione Europea (UE). “Le assicurazioni a livello internazionale dipendono da regolamenti europei che esulano dalle competenze del Cantone”, ha spiegato Reynard, proponendo anche all’ambasciatore di agevolare il contatto con la Confederazione per condurre eventuali discussioni.

>>> Il servizio sul tema del TG e le analisi dei corrispondenti della RSI da Roma e da Berna:

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Reciprocità

Per dissipare ogni confusione, sul tema è intervenuto anche l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), che ha spiegato la prassi in vigore. Le spese di cura per persone che si sono infortunate in Svizzera ma che provengono da uno Stato dell’UE o dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) sono rimborsate anticipatamente al fornitore di prestazioni elvetico, ad esempio l’ospedale.

In seguito, la Svizzera le fattura all’assicuratore malattie estero competente, non alla persona interessata. Quest’ultima riceve semplicemente una fattura affinché possa controllarla. Per controllo – sottolineiamo ancora una volta – e non per chiederne il rimborso, come titolava ancora lunedì un giornale italianoCollegamento esterno, riferendosi a una fattura inviata alla famiglia di un ragazzo ricoverato per una decina di giorni nella Confederazione.

>>> Perché la Svizzera invia le fatture delle cure? Ne abbiamo parlato in questo articolo:

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L'ospedale di Sion, nel canton Vallese.

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Relazioni italo-svizzere

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No, l’Italia non cura gratis

La stesso vale nel caso contrario. Contrariamente a quanto affermato dall’assessore al welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, e ribadito lunedì sera durante la trasmissione Quarta Repubblica da Gian Lorenzo Cornado, l’Italia non “cura gratuitamente chiunque abbia bisogno di cure salvavita”.

Se una persona assicurata in Svizzera subisce un infortunio o è sottoposta a cure in un ospedale in Italia (o in un altro Stato dell’UE o dell’AELS), le spese sono imputate al sistema sanitario elvetico, come previsto dai due regolamenti UECollegamento esterno in materia, recepiti anche dalla Confederazione nell’ambito dell’accordo di libera circolazione. In altre parole, per i pazienti svizzeri coinvolti nell’incendio di Crans-Montana e ricoverati all’ospedale Niguarda, Roma dovrebbe inviare una fattura a Berna.

È una prassi ormai consolidata da anni. Ad esempio, nel 2025 l’Istituzione comune LAMal, l’ente svizzero che si occupa di gestire questi casi transfrontalieri, ha fatturato oltre 208 milioni di franchi (per un totale di 255’002 casi) ai sistemi sanitari dei Paesi UE/AELS per il saldo delle cure ricevute nella Confederazione da parte di persone originarie di questi Stati.

E nello stesso tempo, ha versato quasi 247 milioni per 590’870 casi di persone residenti in Svizzera che hanno ricevuto cure in un Paese dell’UE o dell’AELS.

Per la sola Italia, i dati che ci sono stati comunicati dall’Istituzione comune LAMal per il 2025 sono i seguenti: in Svizzera sono stati registrati circa 71’800 casi di prestazioni per persone assicurate in Italia per un volume complessivo di 44,8 milioni di franchi. L’Italia, da parte sua, ha fornito assistenza in circa 5’400 casi e ha fatturato finora all’ente elvetico 3,7 milioni.

“Fredda burocrazia senza dignità”

Per riassumere: da un punto di vista giuridico, la posizione della Svizzera è difficilmente contestabile.

Ma un caso come quello di Crans-Montana va ben oltre un mero formalismo giuridico.

“La Svizzera non ha ancora capito che quanto accaduto a Crans-Montana non è un fatto locale, ma un dramma europeo. Quel conto presentato al nostro Stato è solo fredda burocrazia senza dignità”, ha ad esempio dichiarato Andrea Pellicini, deputato di Fratelli d’Italia e componente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Svizzera, riprendendo le parole del padre di una vittima.

Anche la Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno si chiede se le autorità elvetiche non abbiano provocato nuove tensioni “con un approccio burocratico poco accorto”, gestendo delle procedure “in modo poco sensibile” e rafforzando la percezione che “la Svizzera agisca con arroganza e mancanza di umiltà”.

Il giornale zurighese sottolinea inoltre che la controversia su queste fatture “è probabilmente solo un’anticipazione di questioni ben più ampie: i danni complessivi potrebbero raggiungere centinaia di milioni di franchi”. Il Canton Vallese ha stanziato 10 milioni di franchi per aiuti alle vittime e la Svizzera ha previsto contributi di solidarietà di 50’000 franchi per persona, affinché le vittime non debbano sostenere spese. “Tuttavia, resta aperta la questione di chi sopporterà il peso principale dei costi”, rileva la NZZ.

In Ticino, Il Mattino della DomenicaCollegamento esterno, il giornale della Lega dei Ticinesi, parte lancia in resta contro la posizione italiana, parlando con il suo consueto linguaggio colorito di “un concentrato di boiate” e tornando a evocare l’idea di bloccare i ristorni dei frontalieri.

>>> Il procuratore pubblico di Neuchâtel Nicolas Feuz ripercorre la vicenda e analizza i meccanismi dell’indagine sul dramma di Crans-Montana:

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“Mandateci le fatture, ce ne occupiamo noi”

Al di là di questi attacchi, va sottolineata l’interessante analisi del Corriere del TicinoCollegamento esterno.

La tragedia di Crans‑Montana non pesa solo per “il dolore delle famiglie o nei numeri, sempre freddi, delle statistiche”, ma soprattutto per la scia di interrogativi che ha lasciato su responsabilità, giustizia e umanità di un sistema Paese. La Svizzera si trova in una posizione “tanto solida quanto scomoda”: solida perché, sul piano normativo, “tutto regge, tutto si incastra secondo logiche consolidate”; scomoda perché questa coerenza può apparire come “una freddezza quasi cinica”, soprattutto agli occhi dell’Italia, si legge nell’editoriale del giornale ticinese.

Il nodo non è la legittimità delle fatture, che “non sono richieste di pagamento alle famiglie”, bensì il contesto in cui arrivano, segnato da errori e silenzi che hanno alimentato una percezione di corresponsabilità. La tragedia ha mostrato “le crepe di un sistema che funziona nella quotidianità ma fatica di fronte all’eccezionale”, dove la frammentazione delle competenze rende difficile individuare un responsabile. Il diritto, da solo, “non basta più”: la razionalità giuridica non coincide con la percezione pubblica. Ignorare questo aspetto significa lasciare spazio a narrazioni semplificate e a uno “sterile braccio di ferro”.

La Svizzera ha dato finora l’impressione di rifugiarsi “nella neutralità della burocrazia”, ma questa neutralità non è sempre una risposta. Da qui l’appello dell’editorialista a un gesto di buonsenso e coraggio politico: “È il momento che qualcuno dica semplicemente: ‘Mandateci le fatture, ce ne occupiamo noi’. Non per ammettere colpe che spetterà alla giustizia accertare, ma per chiudere una polemica che nulla aggiunge alla verità e molto toglie alla credibilità”.

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