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La soluzione alla penuria di medici in Svizzera? Una rivoluzione del sistema

medico in sala operatoria
Non ci sono soluzioni immediate per l'attuale carenza di medici in Svizzera. © Keystone / Gaetan Bally

Sul fronte sanitario la situazione nella Confederazione non è rosea: da tempo la carenza di specialisti e specialiste si fa sentire e per ovviare al problema si fa ricorso a professionisti provenienti dall'estero. 

In Svizzera mancano medici e bisogna ricorrere ai servizi di dottori e dottoresse stranieri. Nello stesso tempo dal 1998 nelle facoltà di medicina elvetiche è in vigore il numerus clausus. Infine, un terzo di chi studia medicina abbandona la professione dopo la prima esperienza pratica sul campo. 

Insomma, le nubi all’orizzonte ci sono e sono anche plumbee: la penuria di specialisti e specialiste si fa sentire, soprattutto nelle località più remote. A essere toccato, in realtà, è tutto il settore sanitario: mancano anche infermiere e infermieri e la Svizzera, soprattutto nella fascia di confine, deve ricorrere a frontaliere e frontalieri per coprire il fabbisogno. 

Prendiamo per esempio il canton Ticino. Secondo i dati più recenti diffusi dal Dipartimento cantonale della sanità, nel 2019 risultavano essere in attività sul territorio cantonale 1’053 medici con diploma di studi ottenuto all’estero, su un totale di 2’071. Il numero di professioniste e professionisti stranieri, quindi, superava quello di colleghi con titolo di studio elvetico. 

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Una mancanza talmente marcata che, nel mese di marzo 2023, il Parlamento elvetico ha accolto la proposta di esonerare, a determinate condizioni e per un periodo limitato di tempo (per ora è in vigore fino al 2027), dottori e dottoresse con titolo di studio straniero dal triennio di formazione-lavoro obbligatorio per esercitare in Svizzera. A essere toccate da questa misura sono le specializzazioni di medico di famiglia, pediatra, psichiatra e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza. Una decisione motivata dal fatto che, soprattutto nelle regioni periferiche specialiste e specialisti che vanno in pensione non riescono a trovare qualcuno per riprendere lo studio.

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Stando all’ultima statistica diffusa dalla Federazione dei medici svizzeri (FMH), nel 2022 il 39,5% di medici che operavano su suolo elvetico avevano ottenuto un diploma all’estero. (Le cifre relative al 2023 saranno disponibili sono tra un paio di mesi).

Un problema noto da anni

Non si tratta di un problema nuovo: già nel 2009 l’Osservatorio svizzero della salute sottolineava il crescente bisogno di personale nel settore sanitario, come si può leggere in questo articoloCollegamento esterno della dottoressa Yvonne Gilli, direttrice dell’FMH. Nel corso degli anni sono state prese diverse misure per cercare di ovviare a questo problema, ma la realtà dei fatti è che ancora oggi c’è una carenza che si fa sempre più marcata. Le ragioni sono diverse e anche molto complesse. Le soluzioni attualmente sono soluzioni temporanee, che però non risolvono il problema a lungo termine. Tra queste, il ricorso a personale medico che si forma all’estero.

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Bisogna però differenziare personale che si è formato completamente all’estero (specializzazione inclusa, quindi) e chi viene nella Confederazione a specializzarsi, come ci spiega il vicepresidente dell’FMH Philippe Eggimann. “Circa la metà di tutti coloro che si specializzano in Svizzera, sono medici che hanno conseguito la laurea all’estero. La stragrande maggioranza eserciterà poi stabilmente in Svizzera. Per questo motivo l’FMH sostiene da molti anni che dipendiamo dai medici con qualifiche estere.

Per poter esercitare, la formazione è lunga: dopo i sei anni di Master, bisogna infatti metterne in conto almeno altrettanti per una specializzazione. Per specializzazioni chirurgiche diventano 10 e per chi vuole diventare capoclinica, almeno 15. Un lungo percorso post-universitario, insomma, che fa sì che, anche quando si prendono misure per cercare di far aumentare il numero di medici, spiega Eggimann, gli effetti non sono immediati. Nel 2016 il Consiglio federale ha deciso di mettere a disposizione 100 milioni di franchi in più destinati alla formazione di medici in SvizzeraCollegamento esterno per gli anni 2017-2020 per tentare di coprire il fabbisogno annuale di 1’300 nuovi medici. Da una parte, per vedere i primi risultati bisognerà aspettare fino al 2027. Dall’altra, 1’300 iscrizioni non significano necessariamente 1’300 professioniste e professionisti sul mercato. Uno studio uscito a dicembre ha infatti mostrato che un terzo di chi ha studiato medicina abbandona il mestiere dopo la prima esperienza sul campo.

Non ci sono più i medici di una volta…

Il mestiere di medico negli ultimi anni ha inoltre perso il lustro che aveva in passato. Sia agli occhi di chi lo esercita che agli occhi di osservatori esterni. Chi lo esercita vede da una parte una mole di lavoro non medico che aumenta: la nuova Legge sulla protezione dei datiCollegamento esterno, per esempio, ha fatto sì che l’aspetto amministrativo ha iniziato a occupare sempre più tempo. Il che va a scapito delle ore da passare con i e le pazienti. E la settimana lavorativa si allunga fino 50-60 ore, spiega Eggimann. “Bisogna aiutare i medici, mettere loro a disposizione del personale che si occupi degli aspetti amministrativi. Quello che conta maggiormente in questo momento è il poter ritrovare il tempo per i e le pazienti, con i quali sviluppare un rapporto che permetta di praticare una medicina che si adatti ai bisogni di ciascuno”. 

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Un terzo di chi studia medicina abbandona la professione

Questo contenuto è stato pubblicato al In Svizzera il 34% degli studenti e delle studentesse di medicina pensa di abbandonare la professione dopo la prima esperienza pratica in ospedale.

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Chi lo osserva vede in dottori e dottoresse gli unici responsabili dei costanti aumenti della spesa sanitaria. “Ma non è così”, aggiunge il vodese, secondo il quale a essere problematica è la ripartizione dei costi tra i vari attori del settore. Bisogna riformare tutto il sistema, secondo lui, e distribuire le spese diversamente. Anche perché, aggiunge, le spese maggiori si originano nella fascia di popolazione più giovane e in quella più anziana. Ma, come sappiamo, quello dell’assicurazione sanitaria in Svizzera è un sistema “solidale”, nel quale tutti pagano la stessa cosa (con variazioni legate alla franchigia e al modello di cassa malati scelto).  

Infine, con l’invecchiamento della popolazione, invecchia anche il mestiere, in un certo senso. Molti medici lavorano ben oltre l’età pensionabile (65 anni) perché non trovano nessuno che riprenda la loro attività. E spesso, pur di non abbandonare i e le pazienti alle proprie sorti (in particolare se lo studio si trova in una regione anche minimamente periferica), preferiscono continuare a offrire i propri servizi.

Regioni periferiche in difficoltà

A soffrire maggiormente della penuria di medici sono le regioni periferiche. Stando a una recente inchiesta portata avanti da colleghe e colleghi della Radiotelevisione della Svizzera romanda RTS, che si è occupata unicamente del settore della medicina generalista, le regioni messe peggio in Svizzera sono quella vallesana di Raron, che conta solo 4,4 medici generalisti per 10’000 abitanti, seguita dalle Franches-Montagnes giurassiane (4,8 specialisti per 10’000 abitanti). A livello di media cantonale, quelli della Svizzera centrale e del nord sono quelli messi peggio.  Svitto conta solo 8,3 generalisti per 10’000 abitanti, mentre Argovia, al confine con la Germania ne conta 8,6. 

Il problema del numerus clausus

C’è poi la questione del numerus clausus, in vigore in Svizzera dal 1998. Il ricorso al numero chiuso si fa quando il numero eccessivo di richieste d’iscrizione alle facoltà di medicina non può essere limitato con altri provvedimenti (trasferendo studentesse e studenti in altri atenei, per esempio). 
“Le capacità di accoglienza delle scuole universitarie non possono essere ampliate a piacere a causa sia delle difficili condizioni in cui versano le finanze pubbliche, sia della mancanza di ulteriori pazienti nelle cliniche universitarie per la formazione pratica. La decisione viene presa dalle competenti autorità cantonali su raccomandazione della Conferenza svizzera delle scuole universitarie. Il numerus clausus viene perciò applicato solo quando esso è realmente necessario”. Queste le parole che accompagnano l’opuscolo informativo sui test attitudinali per l’accesso agli studi di medicina nella Confederazione. 

Secondo un recente reportage della trasmissione della Radiotelevisione della Svizzera italiana RSI, in Svizzera non mancano i e le giovani motivati e determinati a studiare medicina. Per ogni studente che riesce ad accedere a una facoltà in Svizzera, ce ne sono però quasi quattro che restano fuori. Una selezione feroce, secondo alcuni e alcune aspiranti. Il test attitudinale in Svizzera tedesca, per esempio: “Le competenze richieste non sono competenze che definiscono un dottore” racconta Serena, un’aspirante studentessa di medicina. In Romandia, dove, come ci ha spiegato il dottor Eggimann, la selezione viene fatta dopo il primo anno di studi, “è una lotta alla sopravvivenza. Un tutti contro tutti”, spiegano studenti e studentesse. 
Un sistema che non piace nemmeno al cardiochirurgo Thierry Carrel, che ha chiesto l’abolizione del numero chiuso. Ma anche una riduzione della mole di lavoro burocratico per i medici. Insomma, quello dell’amministrazione troppo pesante è un tema ricorrente. 

Le soluzioni miracolo, però, non esistono. Almeno per ora. Bisogna innanzitutto aprire la formazione a più persone, secondo l’FMH. Migliorare le condizioni quadro professionali riducendo, per esempio, le ore di lavoro settimanali. Questo potrebbe restituire lustro alla professione. Come fare? Con l’aiuto (anche) della politica. 

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