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Crisi coreana, altolà di Mosca e Pechino agli USA

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Questo contenuto è stato pubblicato il 30 novembre 2017 - 15:59
tvsvizzera/spal con RSI (TG del 30.11.2017)

Il lancio di un nuovo missile intercontinentale da parte della Corea del Nord ha suscitato un vortice di reazioni internazionali di segno anche opposto.

Se è praticamente unanime la condanna del nuovo test balistico di Pyongyang, sono numerose le critiche e i paletti posti, soprattutto da parte delle confinanti Cina e Russia, alla politica statunitense nella regione.

Il Ministero della difesa di Pechino ha infatti espresso “profonda preoccupazione” ma ha anche ribadito che la risposta militare “non è un’opzione” e che la Cina vuole “pace e stabilità nella penisola coreana”.

Più dura la presa di posizione di Mosca, il cui ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha giudicato “intenzionalmente provocatorie” le azioni statunitensi: i passi recenti di Washington, ha detto il capo della diplomazia russa, “sembrano deliberatamente diretti a provocare Pyongyang e a spingerla ad azioni dure”. La via delle sanzioni, ha aggiunto, ormai è esaurita.

In precedenza l’ambasciatrice USA all’ONU Nikki Haley aveva detto al Consiglio di Sicurezza, convocato d’urgenza dopo il test balistico, che “ora la guerra è più vicina”. E lo stesso presidente Donald Trump era tornato ad attaccare sul piano personale su Twitter il dittatore Kim Jong-un, descrivendolo come un “cagnolino malato”.

Intanto l’Amministrazione USA sta valutando l’ipotesi di un blocco navale e di nuove sanzioni nei confronti del regime nordcoreano ma l’orientamento dei Quindici del Consiglio di sicurezza è quello di attuare in modo rigoroso e integrale le misure restrittive già decise negli scorsi mesi.  

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