Tassa sulla salute, il Governo svizzero boccia il blocco dei ristorni per l’Italia
Bloccare i ristorni come contromisura alla "tassa sulla salute" italiana costituirebbe una violazione dell'Accordo sui frontalieri. Lo ha chiarito lunedì il Consiglio federale in risposta a un'interrogazione del consigliere nazionale ticinese Piero Marchesi, precisando che il contributo sanitario è conforme agli accordi bilaterali e che la tassa non è ancora stata introdotta.
Nella sua risposta, il Governo ricorda che un’analisi della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SFICollegamento esterno) e una perizia esterna commissionata dalla stessa Segreteria concludono entrambe che il contributo italiano, in quanto vincolato a uno scopo specifico, è compatibile sia con la Convenzione contro le doppie imposizioni sia con l’Accordo sui frontalieri.
La questione era già emersa in una precedente risposta a un’interpellanza dell’altro consigliere nazionale ticinese Lorenzo Quadri (Lega), occasione in cui il Governo aveva qualificato il contributo come “tassa” e non come “imposta”, una distinzione tutt’altro che tecnica: la qualifica di “imposta” la farebbe rientrare nel campo di applicazione della Convenzione contro le doppie imposizioni, mentre una “tassa” vincolata a uno scopo specifico ne resterebbe fuori.
La conclusione del Consiglio federale è chiara: una deduzione parziale dei pagamenti compensativi, o qualsiasi altra misura unilaterale di analoga natura – come il blocco dei ristorni – costituirebbe una violazione dell’Accordo sui frontalieri.
I ristorni: un tesoretto da 120 milioni di franchi
Al centro del dibattito ci sono i cosiddetti ristorni, una compensazione finanziaria prevista dall’accordo del 1974 tra Italia e Svizzera: i frontalieri pagano le imposte in Svizzera e una quota del gettito – inizialmente il 40%, oggi circa il 38,5% – viene trasferita all’Italia e distribuita a Comuni, Province e comunità montane di confine.
Nel 2025, la Svizzera ha versato all’Italia circa 120 milioni di franchi (128 milioni di euro secondo alcune stime), in gran parte provenienti dal Ticino.
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Bloccare questi fondi significherebbe colpire duramente le amministrazioni locali italiane di frontiera, che paradossalmente sono tra i principali alleati del Ticino nella battaglia contro la tassa.
Non è la prima volta che il Cantone ricorre a questa leva: nel 2011 congelò metà dei ristorni relativi al 2010 (circa 28 milioni di franchi) in risposta all’inserimento della Svizzera nella black list italiana dei paradisi fiscali; nel 2019 trattenne circa 3,8 milioni di franchi per compensare i debiti del Comune di Campione d’Italia.
La perizia ticinese: “È un’imposta, viola gli accordi”
Di tutt’altro avviso è il Cantone Ticino. Una perizia giuridica commissionata dal Consiglio di Stato giunge a una conclusione diametralmente opposta: la tassa italiana si configura come un’imposta sul reddito e, in quanto tale, violerebbe il principio di imposizione esclusiva in Svizzera per i “vecchi frontalieri” – coloro che lavoravano in Svizzera prima del 17 luglio 2023 – sancito dalla nuova intesa italo-svizzera, contravvenendo così agli accordi fiscali in vigore tra i due Paesi.
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In sintesi, le due posizioni convergono su un punto paradossale: entrambe le interpretazioni accusano l’altra di essere in contrasto con il nuovo Accordo.
Le ragioni dell’opposizione ticinese
L’opposizione ticinese alla tassa sulla salute poggia su tre pilastri.
Il primo è giuridico: il nuovo Accordo del 2024 stabilisce che i vecchi frontalieri paghino le imposte esclusivamente in Svizzera, e un prelievo aggiuntivo applicato in Italia su redditi già tassati alla fonte violerebbe questo principio.
Il secondo è economico: la tassa renderebbe meno attrattivo lavorare in Ticino per i frontalieri lombardi, penalizzando in particolare il settore sanitario cantonale, che dipende in misura significativa da personale proveniente dall’Italia.
Il terzo è strutturale: la misura è esplicitamente concepita per disincentivare il lavoro negli ospedali svizzeri, finanziando al contempo premi salariali per chi resta in Lombardia. Dal punto di vista ticinese, si tratta di una misura protezionistica che distorce la libera circolazione dei lavoratori e penalizza il Cantone in modo mirato.
La Lombardia va avanti
Sul fronte italiano, la Regione Lombardia non intende fare passi indietro. L’assessore regionale Massimo Sertori è categorico: “La legge va applicata, che ci piaccia o no. Se una norma esiste, va rispettata. Lo Stato ha demandato l’attuazione alle Regioni, e la Regione ha il dovere di applicarla”. Secondo l’assessore, l’obiettivo è renderla operativa entro settembre 2026.
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Sertori difende la ratio della misura anche sul piano dell’equità: i vecchi frontalieri, pur lavorando e pagando le imposte in Svizzera, possono accedere gratuitamente al Servizio sanitario nazionale italiano insieme ai propri familiari dal 1999, senza versare alcun contributo diretto al suo finanziamento. “La Legge di Bilancio 2024 è intervenuta per colmare questo vuoto”.
Un paradosso diplomatico
La vicenda genera un paradosso evidente. Il nuovo regime fiscale, negoziato per anni ed entrato in vigore nel 2024, avrebbe dovuto garantire maggiore stabilità e chiarezza per i lavoratori transfrontalieri. Rischia invece di trasformarsi in un terreno di scontro permanente: a livello interno, tra Governo federale e autorità cantonali, sul piano internazionale tra Svizzera e Italia.
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