La “tassa sulla salute” italiana è un’imposta e viola gli accordi tra Berna e Roma
La perizia giuridica commissionata dal Governo cantonale ticinese è giunta alla conclusione che la controversa tassa decisa dalle autorità italiane è un’imposta e contravviene così agli accordi fiscali tra Svizzera e Italia.
Il contributo obbligatorio sul reddito netto percepito in Svizzera dai cosiddetti “vecchi frontalieri” è o non è un’imposta?
Per Pascal Hinny, professore di diritto all’Università di Friburgo, la risposta è senza dubbio sì: il “contributo di compartecipazione al servizio sanitario nazionale”, come viene ufficialmente chiamata la “tassa sulla salute”, è “a tutti gli effetti un’imposta”.
Viola gli accordi
È quanto ha indicato mercoledì il Consiglio di Stato ticinese, presentando i risultati della perizia giuridica commissionata allo specialista di diritto tributario.
La conclusione dello studio – si legge nel comunicatoCollegamento esterno diramato dal Governo ticinese – determina “che l’applicazione della ‘tassa sulla salute’ rappresenterebbe una violazione dell’Accordo sulla fiscalità dei frontalieri o della Convenzione per evitare le doppie imposizioni tra Svizzera e Italia”.
Gli accordi in vigore stipulano infatti che i redditi delle attività lucrative svolte in Svizzera dai cosiddetti “vecchi frontalieri” siano imponibili solo dalle autorità fiscali elvetiche. Se l’Italia dovesse riscuotere unilateralmente la “tassa sulla salute” – “un’imposta secondo il diritto interno svizzero”, precisa la nota – violerebbe questi accordi, secondo la lettura fatta da Hinny.
La leva dei ristorni
Il Governo ticinese vuole ora discutere della questione con le autorità federali e, successivamente, “deciderà in merito al versamento dei ristorni all’Italia”.
I ristorni sono una compensazione finanziaria prevista dal vecchio accordo del 1974 tra Italia e Svizzera: i frontalieri pagano le imposte in Svizzera e una parte del gettito – inizialmente il 40%, oggi circa il 38,5% – viene trasferita all’Italia.
Per fare pressione sull’Italia, il Consiglio di Stato ha prospettato la possibilità di bloccare questi fondi, che vanno a finire principalmente nelle casse dei Comuni italiani di confine. Si tratta di una somma piuttosto importante: nel 2025 la Svizzera ha versato all’Italia circa 120 milioni di franchi.
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La Lombardia va avanti sulla sua strada
Malgrado le contestazioni da parte svizzera, dei sindacati al di qua e al di là del confine e delle associazioni di frontalieri, la Lombardia non sembra intenzionata a fare marcia indietro.
“La legge va applicata, che ci piaccia o no. Se una norma esiste, va rispettata. Lo Stato ha demandato l’attuazione alle Regioni, e la Regione ha il dovere di applicarla”, ha dichiarato poco più di un mese fa a tvsvizzera.it Massimo Sertori, assessore della Regione Lombardia agli enti locali e ai rapporti con la Confederazione.
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Le risorse raccolte con la tassa dovrebbero servire a finanziare un aumento salariale del 20% per il corpo medico e infermieristico delle zone di confine. L’obiettivo è di arginarne la fuga verso i più remunerativi ospedali svizzeri. L’intervento dovrebbe interessare circa 7’000 operatori sanitari, per un investimento complessivo stimato in 45 milioni di euro.
Fino a 200 euro al mese
Il decreto deciso dal Governo Meloni che instaura la “tassa sulla salute” prevede un contributo obbligatorio tra il 3% e il 6% del reddito netto percepito in Svizzera, con un minimo di 30 e un massimo di 200 euro al mese. A definire l’aliquota sono le Regioni di confine: Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta. Il Piemonte ha ribadito di non voler applicare la misura, mentre la Lombardia ha scelto l’aliquota minima del 3%. In concreto, un frontaliere con un reddito netto mensile di 4’000 euro dovrebbe versare 120 euro al mese.
L’imposta verrebbe prelevata unicamente sui redditi dei cosiddetti “vecchi frontalieri”, ovvero quei lavoratori e quelle lavoratrici che pagano ancora le imposte alla fonte in Svizzera. Questa categoria di persona può però accedere gratuitamente al Servizio sanitario nazionale (SSN) senza versare alcun contributo diretto al suo finanziamento. Nell’ottica di Roma, si tratta di una disparità di trattamento rispetto ai lavoratori residenti in Italia e ai “nuovi frontalieri”, che finanziano il SSN attraverso l’IRPEF.
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