Referendum sulla giustizia, “una dura battuta d’arresto” per Giorgia Meloni
I risultati del referendum costituzionale trovano eco anche sulla stampa svizzera. Una bocciatura che ridimensiona la coalizione di centro-destra.
La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno (NZZ) scomoda Goethe per riassumere la sconfitta di ieri di Giorgia Meloni e del suo Governo, sottolineando che neanche per la presidente del Consiglio “gli alberi crescono fino al cielo”.
“Pur essendo riuscita a dare una certa stabilità a un Paese politicamente turbolento, l’elettorato le ha negato il sostegno quando si è trattato di modificare la Costituzione e riformare la giustizia”, prosegue il giornale zurighese.
La stampa svizzera sottolinea la forte partecipazione allo scrutinio, che secondo gli istituti di sondaggio avrebbe dovuto approfittare ai fautori della riforma. Un’ipotesi rivelatasi sbagliata, poiché “evidentemente anche il campo di centro-sinistra è riuscito a mobilitare il suo elettorato”, scrive la NZZ. Per il Corriere del TicinoCollegamento esterno l’elevato tasso di partecipazione rappresenta “un segnale confortante per una democrazia rappresentativa”. Un segnale che accresce anche “il significato politico generale del risultato”.
In Svizzera il ‘no’ si è imposto per poche migliaia di voti: 78’581 a 75’948. In termini percentuali, il 50,85% dei 167’162 elettori ed elettrici che hanno partecipato alla consultazione hanno infilato un ‘no’ nelle urne. Il tasso di partecipazione nella Confederazione ha raggiunto il 30,73%, stando ai dati di EligendoCollegamento esterno, il portale del Ministero dell’interno.
Nella ripartizione Europa il ‘no’ ha prevalso con il 56,24%, mentre su scala mondiale è stato il ‘sì’ a imporsi, raggiungendo il 56,34%.
L’ingerenza politica non piace
La ragione principale di questo “primo fallimento per Giorgia Meloni è molto semplice: il titolo particolarmente complesso della riforma non parlava agli italiani”, rileva Le Temps.Collegamento esterno E nell’incertezza, questi ultimi “hanno preferito rifiutare di toccare la Costituzione del 1948”.
Sono però entrati in gioco altri fattori, in particolare un elemento di ordine storico-culturale: “Tra i nostri vicini si può criticare un certo corporativismo di giudici e procuratori, ma si diffida molto di più dell’ingerenza politica nel sistema giudiziario. E a ragione. Intervenire sulla giustizia in Italia significa correre il rischio di indebolire uno degli elementi portanti della democrazia italiana”, prosegue Le Temps, ricordando la vicenda di Mani Pulite.
Inoltre, la volontà espressa dalla presidente del Consiglio di voler rafforzare “l’imparzialità” del potere dei giudici non ha convinto: “Una maggioranza di italiani ha visto nella riforma un cavallo di Troia per accrescere il controllo sempre più autoritario del campo di Meloni sull’Italia. In questo senso, il rifiuto espresso dal popolo nelle urne è salutare. Per l’inquilina di Palazzo Chigi, la sconfitta è amara e potrebbe indebolire un Governo che finora si era distinto per la sua stabilità”, conclude Le Temps.
Per la NZZ, è anche possibile che abbia influito anche la situazione internazionale. Una parte dell’elettorato potrebbe aver voluto inviare un segnale di protesta a Giorgia Meloni per le sue simpatie nei confronti di Donald Trump.
Uno stop da relativizzare
Nel commento a firma Ferruccio de Bortoli, il Corriere del Ticino osserva come la campagna referendaria si sia via via trasformata da un “voto confermativo di un processo di revisione costituzionale in un test sul Governo in carica”.
Un test che Giorgia Meloni – “inizialmente refrattaria a metterci la faccia” – ha perso. Anche se si “commetterebbe un errore a considerare il successo [del campo del ‘no’] un patrimonio di consenso acquisito, un’anticipazione delle elezioni politiche del 2027”, sottolinea il Corriere del Ticino.
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Anche per il corrispondente a Roma dei giornali del gruppo CH Media il successo dell’opposizione deve essere ridimensionato. “Gli italiani sono generalmente restii a modificare la Costituzione, e le riforme istituzionali incontrano quasi sempre forti resistenze. Tre delle quattro riforme costituzionali tentate dall’inizio del millennio hanno fatto la stessa fine della riforma della giustizia di Meloni: sono fallite”.
Una campagna che inizierà con meno slancio
Il risultato di ieri rappresenta comunque una “dura battuta d’arresto” e costituisce un segnale d’allarme per la coalizione al potere, prosegue l’articolo. “Giorgia Meloni inizierà con meno slancio la campagna per le elezioni parlamentari dell’autunno 2027, che comincerà già tra pochi mesi”.
Il “no” di ieri avrà probabilmente anche conseguenze negative per altri progetti preparati dal Governo, in particolare la riforma istituzionale che prevede il rafforzamento del ruolo del capo del Governo a scapito del presidente della Repubblica, “che sembra ora destinata ad essere accantonata” e la riforma della legge elettorale, “che avrà vita difficile”, rilevano i giornali di CH Media.
Comunque sia, anche se alla luce del risultato del referendum il bilancio del governo Meloni sia un po’ più sbiadito, “la presidente del Consiglio resta un talento politico naturale”, scrive la NZZ, sottolineando che riuscire a scalzarla l’anno prossimo da Palazzo Chigi sarà molto difficile, visto che continua a godere di un grande sostegno tra la popolazione. “Il centro-sinistra, ora vincitore, dovrà affrettarsi a superare le proprie divisioni interne e a costruire un’alternativa credibile”.
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