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L’italianità che ha costruito il Vallese, quando l’emigrazione diventa patrimonio

Léonard Gianadda
Léonard Gianadda, imprenditore, ingegnere e mecenate vallesano. Gianadda era il nipote di un muratore piemontese emigrato in Vallese. Qui in una foto del 2018 davanti alla sede della Fondazione Gianadda a Martigny. Keystone / Jean-Christophe Bott

Dalle vie del Sempione ai grandi cantieri, dai circoli ricreativi alle istituzioni culturali: la presenza italiana ha contribuito a plasmare il Cantone. Il suo riconoscimento come tradizione vivente invita a leggere la migrazione come parte della storia svizzera.

Quando si parla di patrimonio culturale immateriale, il pensiero corre spesso a un rito, a una festa o a un sapere artigianale. Nel Vallese, una voce della Lista delle tradizioni viventi in Svizzera allarga invece lo sguardo a una storia di mobilità, lavoro e scambi: l’italianità nel Vallese. Una presenza che nei secoli ha contribuito a trasformare l’economia, la cultura e la vita sociale del Cantone e che oggi è riconosciuta come parte del patrimonio culturale immateriale svizzero.

Creata nel 2012 dall’Ufficio federale della cultura con i Cantoni e aggiornata nel 2023, la Lista delle tradizioni viventi in SvizzeraCollegamento esterno riunisce oggi circa 230 testimonianze del patrimonio immateriale del Paese. L’italianità nel ValleseCollegamento esterno vi è iscritta nell’ambito delle espressioni orali e delle arti dello spettacolo.

Una tradizione vivente non è però un repertorio immobile di usanze. È un patrimonio che si trasmette e si trasforma nel tempo, attraverso pratiche sociali, relazioni e memorie condivise. Nel caso vallesano, comprende reti familiari e associative, luoghi di lavoro, attività economiche, esperienze di conflitto e produzione culturale: è una componente della costruzione dell’identità cantonale e come una chiave per leggere le dinamiche che coinvolgono oggi altre comunità immigrate.

“Si è passati dalle politiche antistranieri degli anni Settanta a una situazione in cui si riconosce l’italianità come elemento fondante del patrimonio culturale immateriale”, sottolinea Domenico Mesiano, presidente dell’associazione ItaliaValaisCollegamento esterno. A suo avviso, il riconoscimento istituzionale è il segno di un profondo cambiamento nel modo in cui la società vallesana guarda alla propria storia migratoria. “La proposta è arrivata attraverso il lavoro di una commissione cantonale istituita nel 2010. Questo significa che il clima era totalmente cambiato: non erano arrivate solo braccia, ma erano arrivati uomini”.

Una storia che precede i grandi cantieri

La presenza italiana in Vallese non nasce con i grandi cantieri ferroviari. Ben prima che le gallerie e le grandi opere richiamassero migliaia di lavoratori, i rapporti tra il Cantone e l’Italia settentrionale attraversavano già da secoli il Sempione. Nel Medioevo, commercianti e banchieri lombardi attraversavano il Sempione e si stabilivano nelle principali località del Cantone, alimentando scambi economici e culturali. “Tanto che a Sion c’è una via a loro dedicata, la Rue de la Lombardie”, chiosa Mesiano.

Dal Rinascimento in poi, artigiani, artisti e commercianti provenienti dalla Lombardia e dal Piemonte introdussero competenze nella lavorazione della pietra, del rame e dello stagno. In un Cantone prevalentemente agricolo e pastorale, vasai, calderai, calzolai, arrotini e venditori ambulanti contribuirono a trasformare l’economia e la vita quotidiana delle città della pianura del Rodano e delle valli laterali.

Quei rapporti non erano soltanto commerciali. Matrimoni, padrinati e reti familiari consolidarono nel tempo una fitta trama di relazioni attraverso le Alpi, gettando le basi di una vicinanza destinata a rafforzarsi nei secoli successivi.

L’industrializzazione, le baracche, i conflitti

La migrazione italiana assunse una nuova dimensione con l’industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento. Artigiani e operai, spesso provenienti dai villaggi piemontesi, arrivarono in Vallese in modo stagionale o definitivo. Portarono con sé un sapere legato soprattutto alla pietra e parteciparono alla costruzione di strade, dighe e infrastrutture.

Lo scavo dei tunnel del Sempione e del Lötschberg, lo sviluppo delle industrie elettriche, chimiche e metallurgiche nella pianura del Rodano, nonché i lavori di canalizzazione, richiamarono migliaia di lavoratori stranieri, in prevalenza italiani. Nello stesso periodo, molti vallesani prendevano la direzione opposta e partivano per Argentina, Brasile o Stati Uniti. La migrazione non seguiva una sola rotta.

“La figura dell’operaio italiano fu spesso caricata di sospetti e paure sociali”

Domenico Mesiano, Pres. associazione ItaliaValais

Questa storia non è però solo un racconto lineare di integrazione riuscita. Non vanno dimenticate le dure condizioni di lavoro, gli alloggi provvisori lungo la linea del Lötschberg, gli scioperi e la loro repressione da parte di soldati e gendarmi. “La figura dell’operaio italiano fu spesso caricata di sospetti e paure sociali”, sottolinea Mesiano. Carlo Dellberg, futuro fondatore del Partito socialista vallesano, lavorò a 15 anni nello scavo del Sempione: un’esperienza che avrebbe orientato il suo impegno a favore dei sindacati operai.

A segnare profondamente la memoria collettiva è stata soprattutto la tragedia di MattmarkCollegamento esterno del 1965, che costò la vita a 88 lavoratori, di cui 56 italiani. “Dal punto di vista storico, si è trattato di rendere giustizia al sacrificio di quei lavoratori, perché effettivamente c’erano state delle responsabilità e delle negligenze”, ricorda Mesiano, che in veste di presidente del Comitato ad hoc Mattmark ha coordinato le commemorazioni del 2015, del 2025 e le successive iniziative, sottolineando a più riprese l’importanza di preservare questa memoria sia per la storia dell’emigrazione in Svizzera, sia per il tema della sicurezza sul lavoro.

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“Il Cantone lo ha riconosciuto chiedendo pubblicamente scusa. E in occasione del sessantesimo anniversario abbiamo proposto la creazione di un memoriale, non considerando più Mattmark soltanto una tragedia dell’emigrazione, ma una tragedia del mondo del lavoro”. [Il memoriale verrà inaugurato il 29 agosto a Saas-Grund, ndr.].

Dall’impresa alla cultura, una presenza diffusa

Con il passare delle generazioni, le tracce dell’immigrazione sono diventate parte del paesaggio economico e sociale. Basti citare le missioni cattoliche, le colonie italiane, la Società Dante Alighieri, i club di calcio e le compagnie teatrali. La Missione cattolica italiana fu creata a Naters, nell’alto Vallese, nel 1912. Il tessuto associativo ha costituito a lungo uno spazio per praticare la lingua, coltivare legami e negoziare l’appartenenza alla società locale.

Un ruolo cruciale è stato giocato anche dalle organizzazioni sindacali e religiose locali. “L’integrazione non si è limitata alla vita quotidiana, ma ha coinvolto anche gli organismi decisionali”, spiega Mesiano. “I rappresentanti delle comunità italiane sono entrati a far parte delle commissioni della Chiesa e delle parrocchie. Parallelamente, anche i sindacati hanno iniziato a includere nei propri quadri dirigenti lavoratori di origine migrante”.

Anche le famiglie e le imprese raccontano questa trasformazione. Dall’edilizia all’industria alimentare, numerose aziende fondate da famiglie di origine italiana hanno contribuito allo sviluppo del Vallese.

Il caso Gianadda è emblematico. Léonard Gianadda, nipote di un muratore piemontese, ha dato vita a Martigny alla Fondation Pierre GianaddaCollegamento esterno, istituzione culturale ormai nota ben oltre il Cantone e la Svizzera. “Il passaggio dai cantieri al mecenatismo non descrive un semplice successo individuale: indica quanto una storia migratoria possa entrare nel patrimonio culturale di una regione”, aggiunge Mesiano.

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La stessa continuità emerge nelle arti. Il regista Denis Rabaglia, nato a Martigny da famiglia d’origine italiana, ha raccontato in più occasioni il rapporto tra migrazione, identità e appartenenza. Nel film Azzurro segue il viaggio in Svizzera di un ex lavoratore italiano (interpretato da Paolo Villaggio) emigrato a Ginevra, mentre in Marcello Marcello trasforma una tradizione immaginaria ambientata nell’Italia degli anni Cinquanta in un racconto di comunità e riconciliazione.

Una tradizione da interrogare al presente

Il riconoscimento istituzionale non deve tuttavia trasformare la vicenda in un racconto troppo “levigato”. Parlare di tradizione vivente significa chiedersi chi la pratica oggi, quali aspetti rischiano di andare perduti e quali, invece, hanno bisogno di essere rielaborati. Per Mesiano, l’italianità non è un repertorio immobile, ma “un insieme di tradizioni, valori, saperi e saper fare” che, nel contatto con la realtà vallesana, muta nel tempo. Ne deriva uno scambio reciproco capace di rendere comportamenti e abitudini patrimonio comune: “Ci troviamo quindi in una situazione di interculturalismo attivo”. 

La seconda, la terza e la quarta generazione si rapportano all’Italia in modo diverso da chi ha conosciuto le migrazioni stagionali, i cantieri o le baracche. E il confronto con le comunità spagnole, portoghesi, tamil, kosovare e con altre persone arrivate più di recente impedisce di ridurre l’italianità a un modello chiuso o a una semplice storia di integrazione riuscita. 

L’esperienza italiana offre così una memoria utile anche per comprendere le migrazioni di oggi. “Il percorso degli italiani, a cui non è stato regalato nulla, ha permesso di essere rispettati grazie alla serietà sul lavoro”, osserva Mesiano. “La nostra esperienza potrebbe essere una memoria a cui fare riferimento: prima si parlava di assimilazione, poi di integrazione; adesso si parla di condivisione e di contaminazione continua tra le persone”. 

Il significato più attuale di questo riconoscimento sta forse qui: una comunità immigrata può essere considerata straniera per una generazione, ma diventare patrimonio comune per quelle successive. 

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