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Frontalieri, un pendolarismo sempre più difficile da sostenere

Coda al valico doganale di Chiasso.
La coda quotidiana al valico doganale di Chiasso. KEYSTONE/Ti-Press/Francesca Agosta

Per molti frontalieri il bene più prezioso non è il salario, ma il tempo. Ore trascorse nel traffico, costi di trasporto e difficoltà a conciliare lavoro e vita privata stanno trasformando il pendolarismo in uno dei principali oneri del lavoro oltreconfine. Il telelavoro viene spesso indicato come una possibile risposta, ma per ora resta una soluzione limitata. 

Quando si parla di frontalieri, il dibattito ruota quasi sempre attorno a salari, tasse e mercato del lavoro. C’è però un’altra risorsa che pesa sempre di più nella vita di chi varca quotidianamente il confine: il tempo, uno dei costi meno visibili del frontalierato contemporaneo.

La ricerca “Lavorare oltre confine. Condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieriCollegamento esterno“, promosso dai sindacati OCST, CISL dei Laghi, CISL Sondrio e CISL Piemonte Orientale e realizzata dall’Associazione BiblioLavoro, centro studi della CISL Lombardia, evidenzia come gli spostamenti quotidiani incidano in misura crescente sulla qualità della vita di chi attraversa regolarmente il confine per lavoro.  

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In altre parole, per una parte rilevante dei lavoratori la giornata lavorativa inizia ben prima di timbrare il cartellino e termina molto dopo l’uscita dall’ufficio o dal cantiere. 

Un’automobile quasi obbligata

L’indagine conferma una realtà ben nota: l’automobile resta di gran lunga il mezzo di trasporto più utilizzato dai frontalieri. Le alternative esistono, ma per molte persone risultano poco praticabili a causa degli orari di lavoro, della distanza dal luogo d’impiego o della difficoltà di combinare in modo efficiente diversi mezzi pubblici. 

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Molti frontalieri viaggiano soli a bordo del proprio veicolo, una caratteristica che da anni alimenta il dibattito sulla congestione delle principali vie d’accesso al Ticino e sulle possibili alternative per ridurre il traffico pendolare. A ciò si aggiunge il costo economico degli spostamenti. Carburante, pedaggi, parcheggi e manutenzione rappresentano una voce di spesa significativa che riduce il reddito disponibile e può erodere parte del vantaggio economico associato al lavoro in Svizzera. 

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Lavorare in Svizzera conviene ancora? Per i frontalieri il vantaggio si riduce

Questo contenuto è stato pubblicato al Una ricerca che ha coinvolto oltre 1’500 lavoratrici e lavoratori oltreconfine fotografa un frontalierato in trasformazione: gli stipendi svizzeri restano attrattivi, ma rincari, costi di mobilità e nuove regole fiscali ne erodono progressivamente il vantaggio economico.

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Lo studio evidenzia che chi utilizza i mezzi pubblici tende generalmente a sostenere costi inferiori. Gli autori invitano tuttavia alla prudenza nell’interpretazione del dato: la differenza non dipende soltanto dalla scelta del mezzo di trasporto, ma anche da fattori quali la distanza dal posto di lavoro, l’area di residenza, gli orari di impiego e le caratteristiche della rete di collegamenti disponibile. 

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Più in generale, la ricerca suggerisce che la mobilità sia una componente centrale dell’esperienza del frontalierato: il costo del lavoro oltreconfine non si misura infatti soltanto in termini fiscali o salariali, ma anche nel tempo e nelle risorse necessarie per raggiungere il posto di lavoro. Non sorprende quindi che, secondo l’analisi degli autori, all’aumentare delle ore trascorse in auto tenda a diminuire la soddisfazione lavorativa complessiva. 

Telelavoro desiderato, ma ancora poco diffuso

In un contesto in cui il pendolarismo assorbe ore, energie e risorse economiche, il telelavoro appare come una risposta quasi naturale. Per molti frontalieri, però, resta un’opportunità ancora difficile da ottenere. 

La possibilità di lavorare da remoto varia, infatti, da azienda ad azienda e riguarda solo una parte dei lavoratori. Anche dove è consentito, viene generalmente applicato in misura limitata. 

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Eppure, il giudizio di chi ha avuto modo di sperimentarlo è largamente positivo. Per chi può usufruirne, il principale beneficio non è tanto lavorare da casa quanto recuperare tempo. Meno ore trascorse nel traffico significano una migliore conciliazione tra lavoro e vita privata, oltre a una riduzione dello stress legato agli spostamenti quotidiani. 

Alla ricerca di un migliore equilibrio

Per molti frontalieri il lavoro da remoto rappresenta soprattutto uno strumento per migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Dall’indagine emerge infatti una forte domanda di maggiore flessibilità, accompagnata dall’esigenza di ridurre stress e tempi di percorrenza. 

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Gli autori sottolineano che il livello di soddisfazione non dipende esclusivamente dall’accesso al telelavoro. Pesano anche altri fattori, tra cui il ruolo professionale, il settore di attività e la distanza percorsa ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro. 

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Quando il telelavoro si scontra con le regole

La diffusione del lavoro da casa non dipende soltanto dalle scelte delle imprese o dalle preferenze dei lavoratori. A influenzarne lo sviluppo sono anche le regole che disciplinano il lavoro oltreconfine. Negli ultimi anni Svizzera e Paesi confinanti hanno adattato parte delle norme introdotte durante la pandemia, ma il quadro resta complesso perché coinvolge aspetti fiscali e previdenziali. 

Nella parte propositiva del volume, gli autori richiamano la differenza tra le soglie oggi applicabili al telelavoro transfrontaliero. Sul piano previdenziale, gli accordi europei consentono ai frontalieri di lavorare da remoto fino al 49,99% del tempo senza cambiare regime di assicurazione sociale; sul piano fiscale, invece, per i frontalieri soggetti al nuovo accordo tra Italia e Svizzera il limite è fissato al 25%.  

Secondo gli autori, una maggiore armonizzazione delle regole potrebbe favorire una diffusione più ampia dell’attività lavorativa da casa, pur considerando che molte professioni richiederanno sempre una presenza fisica sul luogo di impiego. 

Vivere in Italia resta la scelta preferita

Se il telelavoro può ridurre il costo del pendolarismo, il trasferimento in Svizzera rappresenterebbe una risposta più radicale. Ma per la maggior parte degli intervistati non è la soluzione preferita. 

Molti dichiarano di voler continuare a vivere in Italia e considerano il frontalierato una scelta stabile nel tempo. A pesare sono soprattutto gli elevati costi della vita svizzera, in particolare quelli legati all’alloggio e all’assicurazione malattia, ma anche il desiderio di mantenere i propri legami familiari, sociali e territoriali. 

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Il risultato non smentisce la tendenza registrata negli ultimi anni, che ha visto alcuni frontalieri trasferirsi in Svizzera per ragioni fiscali o professionali. Lo studio indica tuttavia che questi casi restano minoritari: per la maggioranza degli intervistati, il progetto di vita continua a ruotare attorno alla scelta di risiedere in Italia e lavorare in Svizzera.

La ricerca è stata promossa congiuntamente da OCST (Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese), CISL dei Laghi, CISL Sondrio e CISL Piemonte Orientale. Le organizzazioni promotrici hanno contribuito alla definizione degli obiettivi dell’indagine, dei temi da approfondire e alla diffusione del questionario.

Il coordinamento scientifico è stato affidato a BiblioLavoro, associazione culturale e centro studi della CISL Lombardia.

La rilevazione si è svolta nel maggio 2026 attraverso un questionario online composto da 39 domande. Sono stati raccolti 1’542 questionari completi.

Gli autori precisano che l’indagine non si basa su un campionamento probabilistico e che i risultati non possono quindi essere considerati statisticamente rappresentativi dell’intera popolazione dei lavoratori frontalieri tra Italia e Svizzera.

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