Dal conflitto fiscale tra Italia e Svizzera, alla cooperazione
Per decenni, tra Italia e Svizzera il confine non è stato solo geografico: è stato soprattutto fiscale. Da una parte un Paese alle prese con l’evasione e la fuga di capitali, dall’altra una piazza finanziaria fondata anche sulla discrezione bancaria. Oggi quel modello si è profondamente trasformato.
Il rapporto tra Roma e Berna in materia fiscale è diventato uno dei più cooperativi d’Europa, ma il percorso che ha portato fin qui racconta molte trasformazioni della globalizzazione economica.
Il tempo del sospetto
Per comprendere il presente, bisogna tornare indietro, in particolare agli anni Settanta, un decennio cruciale che ha definito la percezione della Svizzera nell’immaginario collettivo italiano. In quel periodo, l’Italia era attraversata da una profonda crisi economica e istituzionale, segnata da un’inflazione a due cifre, dall’instabilità politica e da continue svalutazioni della lira. Di fronte a questo scenario, la Confederazione, e in particolare il vicino canton Ticino, divennero la “cassaforte d’Italia”: un approdo sicuro e geograficamente contiguo per enormi flussi di capitali non dichiarati.
Il segreto bancario, sancito dal diritto svizzero fin dal 1934, offriva uno scudo molto forte nei confronti delle autorità straniere. L’apice di questo sistema opaco emerse nel 1977: con il clamoroso “scandalo di Chiasso” si scoprì che la filiale locale del Credito Svizzero aveva riciclato nel corso degli anni circa due miliardi di franchi svizzeri di capitali italiani in fuga, capitali spesso legati all’evasione fiscale e a traffici illeciti.
Lo scandalo non fu solo un caso giudiziario, ma rappresentò anche un momento di presa di coscienza: per la prima volta emergevano su larga scala i rischi sistemici legati alla gestione da parte del sistema bancario svizzero di capitali esteri non verificati.
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Il fenomeno non si esaurì con gli anni Settanta. Nel decennio successivo, l’esplosione del debito pubblico italiano e la persistenza di un’elevata pressione fiscale nel Paese alimentarono una nuova ondata di capitali in uscita, mentre il segreto bancario svizzero continuava a offrire un elevato grado di protezione, spesso percepito come impunità. Fu però con Tangentopoli, a partire dal 1992, che la dimensione del problema si rivelò in tutta la sua ampiezza: dalle inchieste di Mani Pulite emerse come le piazze finanziarie di Lugano e Ginevra fossero il deposito privilegiato dei fondi neri della corruzione politica italiana. Centinaia di conti furono bloccati e confiscati dalle autorità giudiziarie elvetiche, che collaborarono – pur con i limiti imposti dal proprio ordinamento – con la magistratura italiana attraverso migliaia di rogatorie internazionali.
Fu in questo contesto, segnato da decenni di tensioni irrisolte e da una cooperazione fiscale ancora largamente insufficiente, che nel 1999 l’Italia inserì la Confederazione nella cosiddetta black list dei Paesi a fiscalità privilegiata, una misura volta a contrastare fenomeni di evasione legati ai trasferimenti di capitali all’estero. Nel dibattito pubblico italiano, la Svizzera finì così ancora una volta per incarnare l’immagine di un sistema finanziario opaco. Che pur essendo segeograficamente vicino, è rimasto a lungo difficilmente penetrabile per la raccolta di informazioni.
A partire dalla fine degli anni Duemila, sotto una crescente pressione internazionale, gli equilibri iniziano a cambiare. La crisi finanziaria globale del 2008 segna un punto di svolta: Stati Uniti, OCSE e Unione Europea intensificano la lotta contro l’evasione e i paradisi fiscali, introducendo standard più stringenti in materia di trasparenza. Anche la Svizzera, storicamente legata al segreto bancario, è allora progressivamente costretta ad allinearsi con lo spirito dei tempi.
Il colpo di grazia al segreto bancario arriverà però dagli Stati Uniti: nel 2009, sotto minaccia di sanzioni penali, UBS è costretta a consegnare al Dipartimento di giustizia americano i dati di circa 4’450 correntisti statunitensi. È la prima grande breccia nel sistema.
Nello stesso anno, la Confederazione accetta gli standard dell’OCSE sullo scambio di informazioni su richiesta. La direzione è ormai tracciata: non si tratta di resistere, ma di gestire una transizione inevitabile. È in questo contesto che matura il passaggio decisivo, che porterà agli accordi bilaterali del 2015 con l’UE.
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Il punto di rottura arriva il 23 febbraio 2015. In quella data, Italia e Svizzera firmano un protocollo che modifica la storica Convenzione contro le doppie imposizioni del 1976. È uno sviluppo cruciale: il segreto bancario, pur restando formalmente in vigore nell’ordinamento svizzero, non può più essere opposto alle autorità fiscali italiane nei casi previsti dalla cooperazione internazionale.
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Il nuovo accordo introduce lo scambio di informazioni su richiesta secondo gli standard OCSE, consentendo anche richieste su gruppi di contribuenti e segnando un innegabile salto di qualità nelle indagini transfrontaliere.
Le conseguenze sono immediate. Il Governo italiano avvia la stagione della Voluntary disclosure, che consente ai contribuenti di regolarizzare capitali detenuti all’estero. I risultati superano ogni aspettativa: alla chiusura della procedura, il 30 novembre 2015, sono pervenute all’Agenzia delle Entrate oltre 129’000 istanze, per un totale di circa 59,5 miliardi di euro di attività che vengono così dichiarate. Fra questi, quasi il 70% – pari a circa 41,5 miliardi – proviene dalla Svizzera, a conferma dell’entità della presenza oltre confine di capitali italiani non dichiarati. Il gettito stimato per l’erario italiano sarà di oltre 3,8 miliardi di euro.
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Allo stesso tempo, la Svizzera avvia un progressivo riposizionamento: da piazza finanziaria fondata anche sulla riservatezza, a sistema pienamente integrato nel sistema della cooperazione fiscale globale.
La rivoluzione silenziosa dello scambio automatico
Ma la trasformazione più profonda si compirà qualche anno dopo, con l’introduzione dello scambio automatico di informazioni. Dal 2018 Italia e Svizzera partecipano a questa procedura, come prevista dal Common Reporting Standard (CRSCollegamento esterno), lo standard globale sviluppato dall’OCSE: le istituzioni finanziarie raccolgono i dati sui conti detenuti da non residenti e li trasmettono periodicamente alle rispettive autorità fiscali, che li scambiano ogni anno. Saldi, interessi, dividendi, identità dei titolari: si tratta di milioni di informazioni, che così circolano in modo sistematico tra i Paesi coinvolti.
Per i contribuenti italiani, si tratta di una svolta radicale. Chi detiene un conto in Svizzera non è più invisibile: le informazioni sono trasmesse in via automatica all’Agenzia delle Entrate, senza necessità di richieste mirate. Il confine fiscale non scompare, ma diventa di fatto trasparente e tracciabile.
La normalizzazione: fuori dalla “blacklist”
Il processo di riavvicinamento vede una consacrazione simbolica nel 2023, in un evento che rappresenta in realtà l’esito di un percorso avviato anni prima con gli accordi su trasparenza fiscale e scambio di informazioni. Il 20 aprile 2023 Italia e Svizzera raggiungono dunque un’intesa politica che porta, di lì a breve, alla decisione formale di rimuovere la Confederazione dalla black list italiana, con effetti a partire dal periodo fiscale 2024.
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Si tratta di un passaggio tecnico, ma appunto altamente simbolico. L’inclusione nella lista nera, introdotta nel 1999, era diventata negli anni un segnale politico di sfiducia dovuto alla scarsa cooperazione fiscale. La sua eliminazione segna, invece, il riconoscimento di una trasformazione maturata nel tempo: la Svizzera è ormai pienamente integrata nei meccanismi internazionali di trasparenza e scambio di informazioni.
Cooperazione e nuove tensioni
Oggi la relazione fiscale tra i due Paesi è intensa. Lo scambio di dati è sistematico, la cooperazione amministrativa è consolidata e gli strumenti di contrasto all’evasione sono tra i più avanzati a livello internazionale.
Eppure, le tensioni non sono scomparse: si sono semplicemente spostate su altri fronti.
Il dossier più rilevante riguarda la fiscalità del lavoro frontaliero. Il nuovo accordo, firmato il 23 dicembre 2020 ed entrato in vigore il 17 luglio 2023, ha ridisegnato il sistema, superando il regime precedente che risaliva al 1974. L’accordo introduce una distinzione fondamentale tra “vecchi” e “nuovi” frontalieri. I vecchi frontalieri – coloro che già lavoravano in Svizzera tra il 31 dicembre 2018 e il 17 luglio 2023 – continuano a essere tassati esclusivamente in Svizzera, con il trasferimento di una quota del gettito ai Comuni italiani di confine fino al 2033 (i cosiddetti ristorni). Per i nuovi frontalieri – ovvero, coloro che lavorano in Svizzera a partire dal 18 luglio 2023 – invece, vale un sistema di doppia tassazione: la Svizzera applica un’imposizione alla fonte sull’80% del loro reddito, reddito che comunque concorre alla tassazione in Italia, sulla quale viene riconosciuto un credito per le imposte pagate oltre confine.
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Il risultato è un equilibrio complesso, che riflette interessi divergenti: da un lato la volontà svizzera di mantenere il prelievo fiscale sul lavoro che viene svolto sul proprio territorio, dall’altro l’esigenza italiana di tassare i redditi dei propri residenti e preservare sia la base imponibile, che il gettito.
Esiste, poi, una dimensione meno tangibile, ma non meno rilevante: la percezione pubblica. In Italia, l’immagine della Svizzera come paradiso fiscale resiste ancora oggi nel dibattito politico e mediatico, nonostante sia ormai nei fatti superata. Anche su questo piano, insomma, la normalizzazione progredisce più lentamente della realtà.
Un laboratorio della globalizzazione fiscale
Il caso italo-svizzero è emblematico di un cambiamento più ampio. Negli ultimi vent’anni, sotto la pressione delle organizzazioni internazionali e dei principali Paesi industrializzati, il sistema finanziario globale ha progressivamente ridotto le zone d’ombra, adottando standard di trasparenza sempre più stringenti.
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In questo processo, la Svizzera ha compiuto una trasformazione profonda, ridimensionando uno dei pilastri storici della propria attrattività, mentre l’Italia ha progressivamente rafforzato gli strumenti di controllo e per il recupero dell’evasione fiscale.
Il risultato è una relazione nuova fra i due Paesi: meno conflittuale, più istituzionalizzata, ma anche più articolata. Se il tema dei capitali non dichiarati è stato però in larga parte archiviato, restano aperti altri fronti, dalla concorrenza fiscale, alla gestione del lavoro frontaliero, temi che verranno affrontati a RomaCollegamento esterno il 30 giugno 2026 tra la consigliera federale Karin Keller-Sutter e il ministro Giancarlo Giorgetti.
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