Comuni frontalieri, quando una manciata di metri fa la differenza
Come si stabilisce se un Comune è “di confine”? La bizzarra storia di oltre cinquant’anni di trattati bilaterali, liste antiche e moderne, e di decine di Comuni del nord Italia che sono all’improvviso diventati frontalieri.
Partono alle prime luci dell’alba da Misinto, in provincia di Monza. Il marito si siede al volante per accompagnare la moglie al suo posto di lavoro, una fabbrica del canton Ticino. È di fatto una frontaliera: abita in Lombardia e da vent’anni lavora in Svizzera. Tuttavia, lo statuto non le è mai stato riconosciuto e ha quindi sempre pagato le tasse in Italia. L’uomo guarda il contachilometri, e scuote la testa. Qualcosa non torna. Da Misinto al confine sono scarsi 20 chilometri. Non avrebbe sua moglie diritto ai vantaggi fiscali previsti per chi risiede in un Comune di confine? Approfondisce la materia, fa due calcoli e arriva alla conclusione che la moglie avrebbe perso circa 150’000 euro in benefici fiscali, e il suo Comune di residenza almeno 20’000 in ristorni.
Matteo Piuri è il sindaco di Misinto, 5’754 anime nella lombarda Brianza. Racconta a tvsvizzera.it che i dubbi del suo concittadino lo hanno spinto, nel 2022, a occuparsi della questione. Piuri è modesto, e sottolinea: “Non abbiamo certo scoperto l’acqua calda. Mi sono impegnato nella vicenda per un principio di equità. Anche perché da sempre ci sono dalle nostre parti persone che per ragioni fiscali spostano la residenza in altri Comuni di zona, proprio perché già riconosciuti come di confine”.
Tasse, e ancora tasse
La questione non è di poco conto: un lavoratore italiano tassato in Svizzera, paga meno imposte. Soprattutto alla luce del nuovo accordo bilateraleCollegamento esterno sull’imposizione fiscale della forza-lavoro frontaliera, entrato in vigore il 17 luglio 2023. Da allora esistono due distinte categorie. I “vecchi frontalieri” che lavorano in Svizzera dal 2018 e continueranno fino al pensionamento a pagare le imposte solo e soltanto nella Confederazione. E i “nuovi frontalieri”, che devono invece pagare le tasse anche in Italia. Come abbiamo raccontato in questo articolo, è una differenza che finisce per incidere sullo stipendio.
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Le conseguenze del nuovo accordo sui frontalieri
Nel maggio 2023, il sindaco di Misinto scrive all’Istituto geografico militare (IGM) di Firenze, custode per l’Italia di confini e misurazioni geografiche. Chiede di calcolare la distanza fra il paese e la Svizzera: “da effettuarsi in linea retta, cioè in linea d’aria, espressa in chilometri e metri lineari, tra i seguenti punti geografici”. Risultato: 17’088 metri. Il solerte marito, insomma, aveva ragione. Misinto dista meno di 20 chilometri dal confine elvetico.
Il sindaco imbraccia la tastiera e nell’agosto 2023 invia una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze, all’Agenzia delle entrate, al Presidente della Provincia di Monza e Brianza e alla Commissione speciale valorizzazione e tutela dei territori montani e di confine. Risultato? Silenzio di tomba.
Commenta Piuri: “è stata una situazione un po’ antipatica, per la completa mancanza di risposta dalle autorità deputate”. Torna alla carica con una nuova missiva a febbraio 2024: chiede chiarimenti sull’applicazione del nuovo accordo appena entrato in vigore, che “sta generando grandissima confusione e incertezza per ciò che attiene il trattamento fiscale dei soggetti interessati sul lato italiano”. Alla fine, conclude Piuri, “l’Agenzia delle entrate lombarda ha emesso un’interpretazione della norma”.
Tre liste, e la pastorizia
All’origine del caos, c’è la definizione di “Comune di confine”. Il precedente accordo fra Svizzera e ItaliaCollegamento esterno, promulgato nell’anno di grazia 1974, non entrava nei dettagli. Canton Ticino, Vallese e Grigioni utilizzavano ognuno la sua lista di Comuni di confine. Il patto transfrontaliero riprese quelle liste, senza d’altronde menzionarle. Ma chi e come le aveva messe insieme, e in base a quale criterio?
Racconta Giordano Macchi, direttore della Divisione delle contribuzioni del ticinese Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE), che lui stesso non è stato in grado di risalire alla fonte: “Nel 1974 avevo appena iniziato a camminare”, scherza l’alto funzionario. Macchi ha tentato di sbrogliare il mistero. Invano. Ma: “pare che all’epoca si fosse ripresa una lista legata ai diritti della pastorizia, che concerneva lo sconfinamento del bestiame”. Firmata nel 1953, la Convenzione tra la Svizzera e l’Italia per il traffico di frontiera ed il pascolo menzionavaCollegamento esterno i “lavoratori frontalieri” e conteneva una lista di “Comuni di frontiera”. “Così negli anni Settanta, continua Macchi, qualcuno ha messo mano alla faccenda, e da quello sforzo nacque l’originaria lista dei Comuni di confineCollegamento esterno”.
Andrea Puglia, sindacalista dell’OCST, conferma: “Ogni Cantone preparò la sua lista, per colmare un vuoto. Lista unilaterale, che pur non essendo menzionata nell’intesa del 1974, era condivisa con le autorità italiane. Senza contestazioni da parte loro”. Insomma, grazie al silenzio assenso le liste fatte in casa dai Cantoni svizzeri si fecero prassi, e di fatto legge. E i 20 chilometri? Non ci sono nella Convenzione del 1953, dove si parla di “Zone di frontiera” la cui estensione “sarà approssimativamente di dieci chilometri, salvo casi eccezionali, giustificati da esigenze locali, in cui le due Parti Contraenti potranno fissare l’estensione della zona anche oltre i dieci chilometri di territorio”. La prima menzione dei 20 chilometri appare infine in una Risoluzione del 2017 dell’Agenzia dell’entrate italianaCollegamento esterno, ma spiega Puglia: “Il testo precisa che è un’espressione sintetica, che riprende il ‘dire comune’ usato per quasi cinquant’anni per descrivere i Comuni che erano presenti nei tre elenchi cantonali”.
Questione di chilometri
Il nuovo accordo sull’imposizione fiscale della forza-lavoro frontaliera ha messo un punto fermo. Il testo è esplicito: un Comune di confine si trova entro 20 chilometri dalla frontiera fra i due Paesi. E così sono entrate a far parte dell’ambita categoria – e della nuova, ufficiale listaCollegamento esterno – 72 località italiane, compresa Misinto. Tutto chiarito? Purtroppo, il bisticcio continua. Perché i Comuni finalmente riconosciuti “di confine” non rientrano nella categoria fiscale dei vecchi frontalieri. In altri termini: la lavoratrice brianzola che fatica da vent’anni in Svizzera è considerata una “nuova frontaliera”.
Per i sindacati, si tratta di un’ingiustizia. Argomenta Puglia: “C’è stata enorme confusione. Abbiamo proposto di applicare la retroattività, ma i Cantoni si sono rifiutati. Ci sarebbe voluto un dialogo fra i due Stati, si sarebbe potuto fare un accordo amichevole senza modificare il testo dell’intesa. Non c’è stata la volontà di farlo”. Giordano Macchi sottolinea quanto il bisticcio sia legato al testo degli accordi: “Quello del 1974 è breve e non entra in alcun dettaglio. Era un testo pragmatico, non giuridico. Quello nuovo è scritto in maniera moderna e sistematica. Linguaggio da giurista, per definizioni puntuali; con la documentazione, arriva a quasi 50 pagine”.
La vecchia eppure nuova frontaliera
L’ultima puntata della strana storia dei Comuni di confine è datata ottobre 2024. Con iniziativa unilaterale, il Governo italiano inserisce nel cosiddetto Decreto OmnibusCollegamento esterno un’eccezione che risponde alle esigenze della forza-lavoro transfrontaliera che pur essendo “vecchia”, viene considerata “nuova”, con i relativi svantaggi fiscali. Per Andrea Puglia: “pur trattandosi di un cerotto, sembra una soluzione che funziona”. Tecnicismi a parte, Omnibus consente alla frontaliera di Misinto di essere tassata quasi come una “vecchia frontaliera”.
La vede in maniera opposta il Canton Ticino. Dice Macchi: “La sfido a trovare un giurista che ritenga che optare per l’imposizione con Omnibus non significhi avere un’imposizione agevolata”. Cosa pensa di questo decreto? “Come Canton Ticino non siamo stati coinvolti, prendiamo atto di decisioni italiane prese a posteriori dell’accordo, proprio come l’imposta sanitaria. È legittimo che in Italia si scrivano leggi per il diritto interno italiano. Ma la Convenzione si applica sopra al diritto dei due Paesi. E in base al diritto vigente convenzionale, io prendo decisioni conseguenti”.
Altri sviluppi
La battaglia sottotraccia sui frontalieri tra il fisco italiano e quello ticinese
Così il Ticino ha emesso una Direttiva per l’applicazione di Omnibus, dove precisa che chi sceglie di usufruire del decreto italiano, viene comunque considerato un “nuovo frontaliero”, pur con un piccolo sconto.
Giordano Macchi conferma a tvsvizzera.it che la Direttiva non è più presente sul sito dell’amministrazione cantonale. Ne troviamo una copia conservata nell’Internet ArchiveCollegamento esterno.
La scaramuccia, comunque, non si è ancora conclusa. I sindacati italiani e svizzeri hanno scritto una lettera alle autorità italiane per segnalare l’anomalia ticinese, e sul sito dell’OCST una recente scheda elenca punto per puntoCollegamento esterno, in linguaggio non da iniziati, tutto quello che c’è da sapere sul rompicapo fiscale frontaliero.
Il Cantone ha intanto modificato il programma informatico che le aziende ticinesi usano per versare le imposte, includendo un campo da cliccare per l’Omnibus della discordia. Una crocetta che, sostiene Macchi, consente ai “vecchi-nuovi frontalieri” un regime comunque migliore dei frontalieri “davvero nuovi”. Intanto, racconta Puglia che anche nel fronte di chi pensava di fare causa ai due Stati, è subentrata la rassegnazione. Presa per stanchezza, la forza-lavoro frontaliera sembra essere scesa a più miti consigli. Il sindacato e il Cantone, invece, continuano a riunirsi per discuterne.
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