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Elezioni con vista su Bruxelles e nuovo governo

Elezioni, conto alla rovescia keystone

Particolarità e posta in gioco nel voto di domenica per il rinnovo delle Camere federali a Berna

Futura composizione del governo a Berna e Unione europea sono i due temi principali attorno cui ruotano le elezioni del prossimo fine settimana per il rinnovo delle Camere federali. Come è noto in Svizzera l’esecutivo non ha bisogno della fiducia del legislativo, come nei tradizionali regimi parlamentari. I sette consiglieri federali vengono infatti eletti a turno dall’Assemblea federale (Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati in seduta comune) nel mese di dicembre successivo alle elezioni legislative e restano in carica formalmente per un quadriennio, ma in realtà finché non intendono ritirarsi (sono assai rari i casi di non rielezione dei membri del governo uscenti). Questo significa che in pratica i partiti sovente non riescono a far eleggere in governo i loro candidati ufficiali ma quelli più vicini agli avversari politici con cui, dovendo ottenere la maggioranza assoluta dei voti dell’assemblea federale, occorre per forza di cose scendere a patti.

Centro politico e centro numerico

La particolarità di questo sistema collegiale consiste nel fatto che la composizione del governo non rispecchia fedelmente i rapporti di forza in parlamento. L’UDC ad esempio, primo partito nel paese, ha un solo rappresentante in Consiglio federale dopo la mancata rielezione di Christoph Blocher nel 2007 mentre il partito di ispirazione cristiana PPD ne ha due nonostante sia la quarta forza politica della Confederazione. Da questo punto di vista l’essenza dell’assetto istituzionale elvetico è data dalla spiccata inclinazione alla mediazione e risultano vincenti i politici e i gruppi che riescono a coagulare attorno alle loro posizioni alleanze più o meno organiche.

Non a caso il centro – liberali radicali (PLR), popolari democratici (PPD), borghesi democratici (PBD) e Verdi liberali (PVL) – pur non essendo numericamente maggioritario nella Camera bassa (agli Stati il sistema elettorale maggioritario su base cantonale favorisce già i candidati di PLR e PPD) continua tutto sommato a dettare le linee guida della politica svizzera e a condizionare gli orientamenti dello stesso governo.

Mentre UDC e, sul fronte opposto, socialisti rischiano costantemente, nonostante siano le due principali forze politiche, di restare isolati. Ma la ricerca di mediazione è in un certo senso imposta a livello costituzionale anche per un altro aspetto: nella Camera alta, il Consiglio degli Stati, siedono due rappresentanti per ogni cantone (uno per ogni semicantone), in rappresentanza di poche decine di migliaia di elettori nelle piccole realtà della Svizzera centrale, o di 1,4 milioni di zurighesi. In un sistema federale connotato dal bicameralismo perfetto occorre infatti integrare tutte le regioni e culture e tutte devono avere pari dignità. Una circostanza questa cui i partiti devono confrontarsi.

Ciò detto un’affermazione rilevante alle urne dell’UDC e un consolidamento delle convergenze con il PLR, indicato in crescita nei sondaggi, difficilmente impedirebbero ai democentristi di riconquistare in dicembre un secondo seggio in governo. In questo senso sarà decisivo il risultato del PPD con i suoi possibili alleati (PBD, PVL), dati in perdita di velocità nelle intenzioni di voto della vigilia mentre per i socialisti non dovrebbe essere un problema mantenere la sua forza parlamentare.

L’ombra di Bruxelles sul voto

Sul piano dei contenuti è invece la questione europea ad aver monopolizzato più o meno esplicitamente la scena politica e conseguentemente la campagna elettorale. Ma è così da quando i cittadini svizzeri hanno approvato alle urne, nel febbraio 2014, l’iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa che ha di fatto rimesso in discussione l’accordo di libera circolazione sottoscritto con Bruxelles. Da quella data il Consiglio federale ha cercato di intavolare trattative, complesse e delicate, con i partner europei per giungere a un compromesso che consenta di salvare l’intero pacchetto di accordi sottoscritti a due riprese con l’Ue.

Ma l’intransigenza della Commissione Ue (“sulla libera circolazione non si tratta”) ha messo il governo svizzero, chiamato ad applicare entro 3 anni l’iniziativa UDC, in un vicolo cieco. E proprio la formazione di destra, attuale primo partito svizzero con 54 deputati su 200 nel Consiglio nazionale, è quella premiata dai sondaggi della vigilia che se verranno confermati il prossimo 18 ottobre potrebbero veder rafforzate le posizioni degli euroscettici. A conferma della sintonia tra le battaglie condotte dal partito contro immigrati, rifugiati e minareti e una parte consistente dell’elettorato.

Per le altre formazioni, a partire dagli stessi liberali radicali (PLR) con cui l’UDC sembra poter consolidare un’intesa di centro-destra, il tema non figura tra le priorità della campagna elettorale, visto che le posizioni al riguardo sono ben più articolate e di difficile comunicazione. Per questo motivo i partiti in questa tornata elettorale si attendono dall’elettorato un preciso mandato che indichi la direzione da prendere in materia: salvaguardare le intese con l’Unione europea, con la quale occorre comunque mantenere un dialogo per ragioni di ordine economico e diplomatico o andare al muro contro muro per riappropriarsi della gestione dei flussi migratori.

Leonardo Spagnoli

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