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Le popolazioni nomade in Svizzera sono state vittime di crimini contro l’umanità

CN: nomadi vittime di crimini contro l'umanità
CN: nomadi vittime di crimini contro l'umanità Keystone-SDA

Il Consiglio nazionale svizzero ha ufficialmente riconosciuto come crimini contro l'umanità le passate persecuzioni subite dalle popolazioni nomadi Jenisch e Sinti, esortando alla tutela del loro stile di vita come patrimonio culturale.

Le persecuzioni cui sono state vittime in passato le popolazioni nomadi Jenisch e Sinti sono equiparabili a crimini contro l’umanità secondo il diritto internazionale vigente. È quanto afferma una dichiarazione approvata lunedì dal Consiglio nazionale per 100 voti a 67 e 20 astenuti.

La Camera del popolo, basandosi sui risultati della ricerca storica e su una dichiarazione simile del Consiglio federale, riconosce la grave sofferenza causata alle vittime e alle loro famiglie dalle azioni delle istituzioni statali ed esprime il proprio rammarico per quanto accaduto. Per questo, il plenum esorta la Confederazione, i Cantoni e i Comuni a impegnarsi per la tutela degli interessi di queste comunità in modo da riconoscere lo stile di vita nomade come patrimonio culturale immateriale e tradizione vivente.

A nome della maggioranza della commissione, Vincent Maitre (Centro) e Ueli Schmezer (PS, sinistra) hanno precisato che la dichiarazione non implica alcuna responsabilità storica o giuridica, bensì morale nei confronti di persone che soffrono ancora dei traumi subiti. Si tratta insomma di impregnare le coscienze e i libri di storia affinché nulla di tutto ciò si ripeta in futuro, ha affermato Maitre.

Il servizio del TG 20.00 della RSI del 27 aprile 2026:

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L’UDC (destra conservatrice), per bocca di Mauro Tuena, ha chiesto invano di rinunciare a una simile dichiarazione dal momento che il Consiglio federale ha già riconosciuto la responsabilità storica delle autorità e chiesto scusa un anno fa, sulle basi di una perizia giuridica che considerava il trattamento inflitto alle popolazioni nomadi un crimine contro l’umanità.

I fatti

Sulla base delle risultanze storiche, la fondazione Pro Juventute, promotrice del programma “Bambini della strada”, ha sottratto bambini alle comunità nomadi tra il 1926 e il 1973. Anche alcune organizzazioni religiose hanno partecipato a queste azioni. I bambini sono stati collocati in istituti, famiglie affidatarie, manicomi e carceri, allo scopo di recidere i legami famigliari e culturali con la propria comunità.

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Una simile persecuzione, anche dopo il 1945, è stata in parte legittimata da idee sociologiche generiche nonché ideali razzisti e di eugenetica secondo cui lo stile di vita degli Jenisch costituiva un pericolo per lo sviluppo e il benessere del bambino.

Si stima che il numero di minori coinvolti sia pari a 2000. Anche alcuni adulti sono stati sottoposti a tutela, collocati in istituti o sterilizzati con la forza. I Cantoni maggiormente toccati da simili pratiche, ha ricordato in aula Maitre, sono stati i Grigioni, il Ticino, San Gallo e Svitto.

Crimine riconosciuto

Il Consiglio federale ha riconosciuto questo “crimine contro l’umanità” nel febbraio 2025. Le organizzazioni che rappresentano queste minoranze hanno chiesto nel gennaio 2024 alla Confederazione di qualificare questi atti come “genocidio culturale”.

Data la gravità delle accuse, il Dipartimento federale dell’interno (DFI) ha commissionato un parere legale al professor Oliver Diggelmann, titolare della cattedra di diritto internazionale pubblico, diritto europeo, diritto pubblico e filosofia politica all’Università di Zurigo. Quest’ultimo è giunto alla conclusione che gli atti in questione devono essere qualificati come “crimini contro l’umanità” secondo gli attuali criteri del diritto internazionale pubblico. Si tratta di persecuzioni che violano sistematicamente i diritti fondamentali dei membri di un gruppo a causa della loro appartenenza ad esso, in particolare il diritto alla vita privata e familiare e la libertà di movimento.

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La persecuzione di jenisch e manouche/sinti è stata un “crimine contro l’umanità”

Questo contenuto è stato pubblicato al Uno studio commissionato dal Governo elvetico ha stabilito che, anche se non c’è stato genocidio, l’allontanamento di centinaia di bambini dalle loro famiglie nomadi tra il 1926 e il 1973 può essere classificato come crimine contro l’umanità.

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Nel presentare i risultati della perizia, la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider aveva parlato di “una pagina cupa, molto cupa della nostra storia”.

La responsabile del Dipartimento federale dell’Interno (DFI) aveva reiterato, a nome del Consiglio federale, le proprie scuse sincere per un simile trattamento “brutale”, dicendosi dispiaciuto per i destini individuali e collettivi spezzati dei membri di queste comunità, per decenni oggetto di persecuzione ed esclusione a causa del loro stile di vita che non corrispondeva alle norme sociali dell’epoca.

La svolta

Grazie anche ai media, e in particolare al Beobachter, a partire dagli ’70 del secolo scorso queste pratiche furono sempre più oggetto di critiche da parte dell’opinione pubblica e a livello politico si levarono voci che chiedevano l’elaborazione del passato, aveva spiegato Baume-Schneider ai media, tanto che, su richiesta del Consiglio federale, nel 1988 e nel 1992 il Parlamento autorizzò lo stanziamento di 11 milioni di franchi per istituire un fondo di riparazione a favore dei “bambini della strada”.

Nel 2010 e nel 2013 il Consiglio federale chiese scusa a tutte le persone vittime di misure coercitive a scopo assistenziale e di collocamenti extrafamiliari (oltre 100 mila fra adulti e bambini fino al 1981, fra cui Jenisch e Sinti). Da allora, a livello federale sono state proposte e attuate diverse misure per l’elaborazione del passato e il risarcimento delle vittime.

Nonostante questi sforzi, però, le comunità Sinti e Jenisch hanno espresso il desiderio di un riconoscimento di quanto subito. In particolare, nel 2021 è stato chiesto il riconoscimento del genocidio degli Jenisch e dei Sinti svizzeri nel quadro dell’opera assistenziale di Pro Juvenute e di “genocidio culturale”.

Secondo lo studio, però, non sussistono i presupposti per il riconoscimento di un genocidio culturale, poiché tale fattispecie non è prevista dal diritto internazionale pubblico. Secondo la perizia non sono soddisfatte nemmeno le condizioni per il genocidio in senso stretto, dal momento che non è presente l’intento di distruggere fisicamente o biologicamente un gruppo di persone necessario alla definizione di tale crimine.

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