La Svizzera è stata condannata a risarcire i familiari di una vittima dell’amianto che non hanno avuto un equo processo.
La Confederazione, secondo quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), dovrà versare 20’800 euro (19’600 franchi) per torto morale alla vedova e al figlio di un uomo deceduto nel 2006 per un tumore alla pleura. La causa del decesso, secondo quanto è stato stabilito, è stata individuata nell’esposizione all’amianto: durante la sua infanzia, dal 1961 al 1972, la vittima aveva vissuto a Niederurnen (GL) in una casa di proprietà della Eternit SA, situata nei pressi di uno stabilimento gestito dalla stessa multinazionale elvetica.
Poco prima di morire, il malato aveva avviato un procedimento penale per lesioni gravi. Successivamente, nel 2009, i suoi parenti avevano intentato un’azione legale contro la società, i due figli di Max Schmidheiny, l’ex proprietario dell’azienda, e le FFS.
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Da parte sua la massima corte svizzera, il Tribunale federale (TF), aveva sospeso il procedimento per quattro anni e mezzo fino al 2018, in attesa di una revisione legislativa (che aveva portato i termini della prescrizione da 10 a 20 anni). In seguito, il TF aveva stabilito che il termine di prescrizione fosse iniziato nel 1972 e che quindi fosse scaduto al momento dell’inoltro dell’azione legale.
Nella sua sentenza – nella quale critica la Svizzera per la durata del procedimento – la CEDU afferma che non esiste un periodo di latenza massimo scientificamente riconosciuto tra l’esposizione all’amianto e l’insorgenza del cancro. Inoltre, la Corte critica il fatto che la giustizia svizzera abbia attribuito maggiore importanza alla certezza del diritto dei responsabili del danno che al diritto delle vittime di portare la causa davanti a un tribunale.
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