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insegnante uomo scrive alla lavagna

Oggi in Svizzera

Care lettrici, cari lettori, 

lo avete letto il libro del principe Harry? Sin dalla sua uscita ha registrato vendite da record nel Regno Unito. Anche le librerie elvetiche stanno registrando il tutto esaurito. 

Personalmente, le vicende della famiglia reale mi interessano poco, anche se per lavoro mi tengo aggiornata un minimo. Questo libro mi sembra di averlo letto senza mai averlo tenuto in mano: tra anticipazioni, estratti e commenti, ho l'impressione di essermi già fatta un'idea. Mi sembra che comunque l'ex reale sia riuscito nel suo intento: dire la sua e guadagnare fior fior di soldoni facendolo.  

Ora invece vi lascio alla lettura di notizie meno "patinate". 

due persone fotografate di spalle
© Keystone / Gian Ehrenzeller

Ha preso avvio oggi il Forum economico mondiale (WEF) che animerà il villaggio di Davos fino a venerdì. Il summit è tornato nella sua tradizionale collocazione di gennaio dopo due anni sconvolti dalla pandemia.  

L’apertura ufficiale, a cura del presidente della Confederazione Alain Berset, si terrà solo domani, mentre la giornata odierna è caratterizzata dalla consegna di alcuni riconoscimenti a personalità del mondo culturale per il loro impegno per la società. Si tratta in particolare della scultrice statunitense Maya Lin e della sua connazionale soprano Renée Fleming, oltre che dell’attore britannico Idris Elba e della sua consorte e collega Sabrina Dhowe Elba

In occasione dell’apertura, inoltre, è stato pubblicato il rapporto dell’Oxfam “La disuguaglianza non conosce crisi”, dal quale emerge che nel biennio pandemico 2020-2022 l’1% più ricco della popolazione mondiale ha visto il proprio patrimonio crescere di 26’000 miliardi di dollari.  

Il 63% dell’incremento complessivo della ricchezza netta globale (42’000 miliardi di dollari) è quindi andato nelle tasche di questi Paperon de’ Paperoni. Si tratta di quasi il doppio della quota (37%) andata al 99% più povero della popolazione mondiale. Queste cifre hanno fatto sì che sia stato battuto il record dell’intero decennio 2012-2021, in cui il top 1% aveva beneficiato del 54% della ricchezza planetaria. “Per la prima volta in 25 anni”, si può leggere nel rapporto, “aumentano inoltre simultaneamente estrema ricchezza ed estrema povertà”.  

piedi di donna con scarpe con tacco, a gambe incrociate
© Keystone / Anthony Anex

I e le presidenti delle direzioni delle aziende svizzere rimangono ottimisti riguardo all’andamento degli affari, ma meno di quanto lo fossero l’anno scorso: lo rileva un’indagine pubblicata oggi dalla società di consulenza PWC in occasione del Forum economico mondiale (WEF) di Davos. 

Il 39% dei 95 direttori e direttrici d’impresa interrogati nella Confederazione nell’ambito della ricerca Annual Global CEO Survey si dice molto (31%) o super-fiducioso (8%) dell’andamento del fatturato nei prossimi dodici mesi. Il 19% è moderatamente fiducioso, mentre il 7% è pessimista. Se però si guarda ai prossimi tre anni la quota dei molto e super-ottimisti sale al 60%, contro il 53% registrato a livello internazionale. 

Il 75% dei manager elvetici scommette inoltre su un rallentamento dell’economia nel 2023. Le minacce principali per le proprie aziende, secondo le persone interrogate nel corso dei prossimi 12 mesi sono l’inflazione (43%), i conflitti geopolitici (23%) e i rischi cibernetici (pure 23%). In un’ottica a cinque anni il tema del rincaro scende al 22%, mentre salgono i problemi informatici (32%) e i conflitti geopolitici (24%). 

Quasi il 70% dei datori di lavoro elvetici (contro il 60% a livello mondiale) ritiene che la carenza di manodopera qualificata influirà sulla redditività delle aziende. Oltre il 70% non intende ridurre la propria forza lavoro e il 60% vuole addirittura aumentarla. L’85%, inoltre, dice che non intende ridurre gli stipendi.  

insegnante uomo scrive alla lavagna
© Keystone / Gaetan Bally

Fare l’insegnante in Svizzera sta diventando un mestiere rischioso: secondo uno studio condotto nella Svizzera tedesca, due insegnanti su tre sono stati vittime di violenza, sia da parte degli e delle allieve che da parte dei loro genitori. Ma anche da parte di altri colleghi.  

Secondo l’analisi, presentata oggi dall’associazione mantello degli insegnanti svizzeri (LCH), negli ultimi cinque anni il 36% dei maestri e delle maestre interrogati ha subìto violenze (sia fisiche che verbali) da parte dei genitori degli studenti e delle studentesse, il 34% da parte degli allievi e delle allieve, il 15% da parte di altre colleghe e colleghi e l’11% da parte della direzione della scuola.  

L’associazione riconosce che quella degli insegnanti è una categoria che gode di trasparenza da questo punto di vista: la violenza nei loro confronti non è un tabù e molto spesso hanno persone a cui rivolgersi. Il problema sta nel fatto che spesso quello che viene loro fornito è un semplice “supporto morale”.  

“Non siamo ai livelli americani, non vogliamo drammatizzare”, ha dichiarato la presidente centrale di LCH Dagmar Rösler. Non ci sono episodi gravi (abusi sessuali, ricorso ad armi o lesioni fisiche gravi): nella Confederazione si tratta soprattutto di insulti, attacchi verbali, minacce, intimidazioni. ” Non è però il caso di banalizzare, perché anche questi casi non sono privi di conseguenze”. 

mano di donna anziana appoggiata a deambulatore tiene in mano bicchiere di plastica bianca
© Keystone / Gaetan Bally

Migliaia di anziane e anziani svizzeri si trovano in situazione di povertà una volta arrivati in pensione: secondo recenti studi, malgrado la maggior parte sia in grado di provvedere ai propri bisogni senza difficoltà, un senior su cinque vive vicino o al di sotto della soglia di povertà. Sono quasi 50’000 gli anziani e le anziane che non hanno riserve finanziarie per compensare i loro bassi redditi.  

Le donne, le persone con un basso livello di istruzione e quelle straniere sono più esposte rispetto al resto della popolazione. Sostanzialmente, si tratta di persone che hanno probabilmente avuto lavori a basso reddito o carriere frammentate, le quali si riflettono poi in una rendita di vecchiaia molto bassa, spiega a SWI swissinfo.ch Rainer Gabriel, ricercatore presso l’Istituto per la diversità e l’integrazione sociale della Scuola universitaria di scienze applicate di Zurigo (ZHAW). 

La realtà della precarietà che tocca questi “AVS Poor” è oscurata dalla buona situazione finanziaria generale delle persone anziane nella Confederazione. Il sistema pensionistico elvetico è solitamente considerato efficace nel proteggere dalla povertà in età avanzata, osserva Gabriel. Il tasso di deprivazione materiale degli individui ultrasessantacinquenni in Svizzera, ad esempio, è uno dei più bassi d’Europa ed è la metà rispetto a quello della fascia d’età 18-64 anni. 

Le persone in pensione hanno generalmente accumulato risparmi e beni durante la loro vita lavorativa. “L’analisi corrente è quindi che non importa se hanno un reddito basso, perché hanno proprietà immobiliari da vendere o patrimoni da utilizzare per compensare”, spiega Rainer Gabriel. I beni immobiliari, però, non rappresentano liquidi facilmente accessibili: oltre alla difficoltà di traslocare in età avanzata, vendere la propria proprietà per prendere un alloggio in affitto non è necessariamente un buon affare se si considera l’ammontare delle pigioni. 


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