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Meloni stravince sugli orfani di Draghi, ma non sarà una passeggiata

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Dopo il terremoto annunciato in Italia, sono subito iniziate le analisi del voto di domenica con cui viene archiviata l’esperienza del Governo Draghi e degli esecutivi, più o meno tecnici, retti da maggioranze trasversali a geometria variabile che hanno caratterizzato la stagione politica apertasi con la crisi di Berlusconi nel 2011.

Questo contenuto è stato pubblicato il 26 settembre 2022 - 16:07

Il primo dato su cui tutti sembrano concordare è che finalmente le urne hanno indicato una maggioranza chiara e salda in grado di governare per una legislatura. E che hanno vinto i critici all’attuale esecutivo – FdI all’opposizione e M5S che ha aperto la crisi ed è riuscito a limitare i danni - e perso i suoi sostenitori, in primis i dem e, per certi versi anche Lega e FI, nonostante l’universale consenso di cui godeva l’ex governatore della BCE voluto quasi a furor di popolo a Palazzo Chigi.

Questo però, come insegna la storia anche recente della Repubblica, non esclude insidie e dubbi sul futuro della coalizione. La prima incognita è data dal divario per certi versi inatteso tra alleati all’interno della coalizione di destra in cui la formazione di Giorgia Meloni ha abbondantemente superato la somma dei due principali alleati Lega e Forza Italia. Vale la pena ricordare che alle Europee di tre anni fa la Lega era al 34,3% e FdI al 6,4%.

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Si apre il caso Lega

La possibile resa dei conti nel Carroccio, in cui la leadership di Matteo Salvini viene già messa in discussione, potrebbe creare fibrillazioni e desideri di rivalsa destinati a ripercuotersi sullo stesso esecutivo che nascerà a breve. In particolare i governatori leghisti pretenderanno un netto cambio di passo alla luce dell’avanzata di FdI nel Nord – dove ha doppiato i voti del Carroccio in Lombardia e Veneto e li ha triplicati in Friuli - che potrebbe addirittura mettere in discussione la ricandidatura di Fontana a Milano. E va risolto una volta per tutte l’equivoco della “Lega di lotta e di governo” che alla lunga ha fatto fallire il progetto di partito nazionale egemone.

Da parte sua la componente berlusconiana della coalizione, forte del discreto risultato (in linea con quello della Lega) potrebbe mirare a un riequilibrio dei rapporti di forza in suo favore, in particolare in tema di Ue e atlantismo.

La Lega deve risolvere una volta per tutte l’equivoco della “Lega di lotta e di governo” che alla lunga ha fatto fallire il progetto di grande partito nazionale egemone.

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Ma l’incognita è costituita anche dalla relativa inesperienza di molti degli stessi dirigenti di Fratelli d’Italia – premiati, a differenza della Lega, dalla loro coerenza nei confronti di Draghi e dei governi precedenti che li hanno visti sempre all’opposizione - che si affacciano per la prima volta su questi palcoscenici.

Chi è Giorgia Meloni:

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La sinistra paga la frammentazione

Sull’altro fronte è evidente la sconfitta del Partito democratico al 19%, ai suoi minimi storici già raggiunti nel 2018 con Renzi, e della sinistra nel suo insieme, frammentata come non mai. In quest’ottica è stata decisiva l’incapacità dei dem di tessere le alleanze preconizzate nel “campo largo”, concepito dal segretario dimissionario Enrico Letta, con il terzo polo di Calenda e Renzi e, soprattutto dopo la caduta di Draghi, con i Cinque Stelle.

Il centrodestra vince anche in Svizzera

Il trionfo del centrodestra alle elezioni politiche italiane è stato confermato anche dai voti giunti dalla Confederazione dove si è interrotto il dominio storico dei partiti di sinistra.

Dei quasi 140’000 cittadini italiani residenti in Svizzera che hanno partecipato al voto, pari al 27,9% degli aventi diritto, il 36,8% al Senato e il 36,7% alla Camera hanno scelto la coalizione formata da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Il centrosinistra, guidato da Enrico Letta, si è fermato al 36,4% al Senato e al 30% alla Camera. Alle legislative del 2018 il Pd, pure in calo, aveva raccolto ancora il 33,8% delle preferenze degli italiani all'estero per il Senato e il 33,4% per la Camera.

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Un fallimento che i progressisti hanno pagato soprattutto nei collegi uninominali (un terzo del totale nella legge elettorale “Rosatellum” voluta dallo stesso Pd) dove la sinistra divisa ha perso anche nelle sue roccaforti tradizionali in Toscana ed Emilia. Ma i dem hanno sofferto anche la concorrenza a sinistra, dopo l’accelerazione impressa da Giuseppe Conte su reddito di cittadinanza, superbonus edilizio e politiche sociali, dei grillini che hanno eroso importanti consensi soprattutto a sud dove i pentastellati sono il primo partito in molte regioni. Mentre i democratici vengono sempre più visti come il partito dell’establishment.

Dopo il ventennio connotato dalla sfida Prodi-Berlusconi, le stagioni politiche e i trionfi dei leader si succedono ormai a velocità impressionante.

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Il M5S ha certamente dimezzato i voti rispetto a cinque anni fa ma ha tenuto nonostante esodi di parlamentari e scissioni, come quella recente ordita dal ministro degli Esteri “draghiano” Luigi di Maio, che non ha ottenuto nemmeno la soglia dell’1% indispensabile per entrare in parlamento.

Elettorato disorientato

Più in generale però dal voto italiano si conferma un elettorato disorientato, che ha perso i suoi riferimenti storici e ideali sulla scia della perdurante crisi economica e sociale indotta da pandemia, tensioni internazionali e concorrenza commerciale estera. Dopo il ventennio connotato dalla sfida Prodi-Berlusconi, le stagioni politiche e i leader si succedono ormai a velocità impressionante: Mario Monti e il suo governo di saggi nel 2011, Matteo Renzi giunto al 41% alle Europee nel 2014, l’exploit grillino alle politiche del 2018 con il 32%, la Lega di Salvini al 34% alle Europee del 2019 e ora il trionfo di FdI intorno al 26% (dal 4% delle ultime politiche).

Di questa volubilità dovrà tenere conto la premier “in pectore” Giorgia Meloni, che conscia dei gravi problemi in agenda (crisi energetica ed economica, guerra in Ucraina, fondi del Pnrr erogati dall’UE) ha tenuto un profilo piuttosto dimesso in campagna elettorale, forte anche dei sondaggi che non la obbligavano ad avanzare improbabili promesse.

Il voto italiano conferma un elettorato disorientato, che ha perso i suoi riferimenti storici e ideali sulla scia della perdurante crisi economica e sociale indotta da pandemia, tensioni internazionali e concorrenza commerciale estera.

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L’interrogativo più pressante riguarda però forse la collocazione internazionale di Roma. L’esultanza degli esponenti del gruppo di Visegrad, unita ai silenzi che filtrano da Bruxelles, possono suscitare qualche imbarazzo. Con la stampa estera Giorgia Meloni, a differenza del passato, aveva fornito in queste settimane rassicurazioni sulla fedeltà all’Ucraina (ma in realtà la questione riguardava piuttosto i due alleati Salvini e Berlusconi) e alle istituzioni UE.

La stessa proposta di riforma fiscale (la flat tax incrementale) evocata da Fratelli d’Italia sembra molto più attenta all’equilibrio dei conti pubblici rispetto a quelle sbandierate da Lega e Forza Italia.

La futura premier, si stanno chiedendo in molti, vorrà porsi nel solco della grande famiglia del conservatorismo europeo e dell'atlantismo (che potrebbe garantirle peraltro un duraturo futuro politico vista l'assenza in Italia di veri leader in quel campo)  o continuerà ad ammiccare ad ambienti sovranisti o, peggio, dall'oscuro e tetro passato? I segnali di questi giorni sembrano andare nella prima direzione. 

Se poi tutte queste criticità non dovessero trovare adeguato riscontro, c’è sempre il paracadute costituito dal Quirinale.

Il presidente Mattarella ha già dato prova del fatto che il suo non è un ruolo notarile. E in presenza di fughe in avanti non indugerà nell’adottare interventi censori, come nel caso del suo rifiuto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia nel 2018 nel primo governo Conte (M5S-Lega), a causa delle sue posizioni anti-euro.

Analisi e commenti al TG con Ferruccio de Bortoli, Giovanni Orsina e Claudio Bustaffa:

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