Grigioni, stretta sui permessi di dimora dopo l’infiltrazione mafiosa a Roveredo
In seguito agli arresti di quattro persone legate alla camorra e alla ’ndrangheta domiciliate a Roveredo, il Canton Grigioni cambia le regole sui permessi di dimora: i richiedenti dovranno dichiarare eventuali precedenti penali o procedimenti in corso. Una misura che potrebbe aprire la strada a controlli più stringenti.
Il Canton Grigioni corre ai ripari dopo lo scandalo che ha colpito il Comune mesolcinese di Roveredo. L’arresto di quattro persone legate alla camorra e alla ’ndrangheta, regolarmente domiciliate nel paese con permessi di dimora di tipo B, ha scoperchiato un vaso di Pandora che si estende ben oltre i confini cantonali.
In risposta a un’interrogazione sul tema del parlamentare mesolcinese e sindaco di Grono, Samuele Censi (Partito liberale radicale – centro-destra), il Consigliere di Stato Peter Peyer ha annunciato un imminente cambio di rotta: in futuro, chi richiederà un permesso di dimora dovrà dichiarare esplicitamente eventuali precedenti penali o procedimenti in corso a proprio carico.
“Queste indicazioni potranno dar luogo a ulteriori accertamenti, come ad esempio la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. In presenza di dubbi fondati, tali elementi potranno confluire nel giudizio materiale e motivare una decisione negativa”, ha spiegato Peyer. Chi fornirà informazioni false nell’autodichiarazione rischierà il ritiro immediato del permesso. Non è tuttavia ancora stata stabilita una data precisa per l’entrata in vigore della nuova prassi.
La questione era stata sollevata in Gran Consiglio dallo stesso Censi, intervenuto fin da subito a livello cantonale in collaborazione con il Municipio di Roveredo. “Abbiamo discusso con la deputazione del Grigioni italiano e, in particolare, con i rappresentanti del Moesano. Siamo intervenuti immediatamente inoltrando tre domande al Governo”, spiega a tvsvizzera.it il parlamentare, che ha anche presentato un’interpellanza firmata dai deputati del circolo di Roveredo per chiedere, tra l’altro, se il Cantone intenda seguire la strada già intrapresa dal Ticino, introducendo la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale.
Un passo intermedio verso una maggiore consapevolezza
Il cambio di prassi è stato accolto con moderato ottimismo da Censi, pur con la consapevolezza che non si tratti di una soluzione definitiva. “Anche il Ticino nel 2009 adottò una misura simile, prima di passare nel 2015 alla richiesta sistematica del casellario giudiziale. Si tratta di un passo intermedio. Ciò che più conta è che oggi esiste una maggiore consapevolezza del problema e la volontà di affrontarlo”, sottolinea il deputato.
In una prima fase, ammette, “abbiamo percepito una certa mancanza di sensibilità da parte del Governo. Il tema è poi diventato di portata cantonale e nazionale, spingendo l’Esecutivo a intervenire. C’è soddisfazione nel constatare che i nostri passi abbiano portato a risultati concreti”. Resta però la necessità di rafforzare la rete informativa: “Ritengo che manchi una collaborazione più stretta e uno scambio sistematico di informazioni tra i vari dipartimenti e con gli altri cantoni”, conclude.
Previsti due incontri tra maggio e giugno
Nel frattempo, le istituzioni si stanno muovendo. Grazie anche all’intervento dei deputati moesani, a metà maggio è previsto a Roveredo un primo incontro che coinvolgerà i rappresentanti dei Comuni del Moesano, i collaboratori dell’Ufficio del registro di commercio, la Procura pubblica e la Polizia cantonale grigionese. A metà giugno è inoltre in programma un ulteriore vertice tra le forze dell’ordine dei Cantoni Grigioni e Ticino.
“Per contrastare le cosiddette società bucalettere, oggi chiediamo sistematicamente alle nuove aziende la conferma del recapito”
Samuele Censi, parlamentare grigionese
Tra gli oggetti del confronto vi sarà anche un tema cruciale: come verificare l’effettiva operatività delle società con personalità giuridica, al fine di evitare che imprese fittizie stipulino contratti di lavoro al solo scopo di far ottenere permessi di dimora a persone legate alla criminalità organizzata.
Il fenomeno interessa in maniera particolare il Moesano anche perché, come osserva Censi, “il Ticino ha stretto le viti e il problema si è spostato da noi”. Per contrastare le cosiddette ‘società bucalettere’, spiega il sindaco di Grono, “abbiamo introdotto in collaborazione con il Cantone un ulteriore passaggio di verifica: nel Moesano chiediamo sistematicamente alle nuove aziende la conferma del recapito. L’azienda deve consegnare in Municipio i documenti che ne certificano l’ubicazione. Il Cantone, che decide in ultima istanza se autorizzare l’attività, può così tener conto delle nostre osservazioni”.
“Dobbiamo essere più attenti e critici per migliorare la situazione”, aggiunge Censi, ricordando che “oltre a creare costi è anche una questione d’immagine. Episodi come quelli recenti non giovano certo al Moesano e al cantone”.
Il Dipartimento diretto da Peter Peyer sta inoltre valutando l’istituzione di un gruppo di lavoro intercantonale permanente. “La criminalità organizzata è in espansione in tutta la Svizzera”, ha avvertito il Consigliere di Stato, sottolineando come il problema non sia circoscritto alla Mesolcina o alle valli meridionali.
Il caso Roveredo: cronaca di un’infiltrazione annunciata
Gli atti parlamentari di Censi e la reazione del Governo grigionese arrivano in seguito a un’operazione internazionale antidroga, coordinata dalla Procura di Marsiglia con il coinvolgimento del Ministero pubblico della Confederazione (MPC), che ha portato all’arresto di sette persone tra Francia e Italia. Quattro di queste, con grande sconcerto della comunità locale, risiedevano a Roveredo con un regolare permesso di dimora di tipo B.
Altri sviluppi
Roveredo, specchio di una Svizzera vulnerabile all’infiltrazione mafiosa
L’inchiesta, avviata nel gennaio 2023, si è concentrata su un cittadino italiano di 52 anni trasferitosi in Mesolcina nel 2021. L’uomo aveva ottenuto nei Grigioni lo stesso permesso B che il Canton Ticino gli aveva in precedenza negato a causa dei suoi precedenti penali. Con lui viveva il figlio di 24 anni, anch’egli arrestato e titolare di un permesso analogo. Tra i residenti coinvolti figurano anche la compagna del 52enne, figlia di un ricercato internazionale montenegrino, e un altro cittadino italiano di 44 anni, domiciliato nello stabile adiacente.
La rete smantellata operava su larga scala: importava cocaina dal Sudamerica e riciclava i proventi illeciti attraverso società fittizie, false fatturazioni e investimenti immobiliari, sotto la regia di clan della ’ndrangheta e della camorra.
Le falle del sistema elvetico
La vicenda di Roveredo ha messo in luce le fragilità del sistema svizzero. A differenza del Ticino, che dal 2015 richiede sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale ai richiedenti, i Grigioni e altri Cantoni non adottano questa prassi. Le autorità retiche si sono difese richiamando gli accordi bilaterali con l’Unione Europea, che non consentono di pretendere tali documenti in assenza di un “motivo fondato”.
“Le società bucalettere non servono solo a riciclare proventi illeciti ma anche per ottenere permessi di soggiorno, percepire indebitamente sussidi o accedere a crediti”
Francesco Lepori, responsabile dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata dell’USI
Il problema, tuttavia, è di natura sistemica. Come ci ha spiegato a suo tempo il giornalista Francesco Lepori, responsabile dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata dell’USI, l’uso delle società bucalettere è una pratica ricorrente delle mafie. “Non servono solo a riciclare proventi illeciti. Le organizzazioni criminali le utilizzano anche per ottenere permessi di soggiorno, percepire indebitamente sussidi o accedere a crediti”.
L’intera Svizzera, e non soltanto le regioni di confine, è diventata un obiettivo delle organizzazioni criminali. “L’area a più alta densità mafiosa è la Svizzera interna”, sottolineava Lepori, citando cantoni come Zurigo, Argovia e San Gallo. L’azione di contrasto è resa più complessa dal segreto d’ufficio, dalla presenza di facilitatori locali e da pene relativamente miti rispetto a quelle previste in Italia.
Il caso di Roveredo non rappresenta quindi un’eccezione, ma il sintomo di un problema più profondo. Come concludeva Lepori, le mafie sono “come un’erbaccia che attecchisce dove il terreno è meno curato”. E ora la Svizzera è chiamata a intervenire prima che sia troppo tardi.
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