Roveredo, specchio di una Svizzera vulnerabile all’infiltrazione mafiosa
L’infiltrazione di quattro affiliati alla criminalità organizzata a Roveredo, emersa grazie a un’operazione internazionale antidroga, rivela crepe profonde nel sistema elvetico. Dalla concessione dei permessi di soggiorno all’uso di società di comodo, il caso solleva interrogativi che travalicano i confini del canton Grigioni e investono l’intero Paese.
Un blitz coordinato tra Francia, Italia e Svizzera ha scosso Roveredo, piccolo Comune della Mesolcina nel canton Grigioni, a pochi chilometri dal Ticino. L’operazione, condotta simultaneamente nei tre Paesi sotto la direzione della Procura di Marsiglia, ha visto il coinvolgimento del Ministero pubblico della Confederazione (MPC). Ed ha portato all’arresto di sette persone — quattro in Francia e tre in Italia — legate alle mafie italiane e ha smantellato un sofisticato sistema di traffico internazionale di cocaina e di riciclaggio di denaro. Nessun arresto è stato effettuato in territorio svizzero, ma le perquisizioni condotte in Ticino e nei Grigioni hanno portato a sequestri significativi. Quello che ha destato scalpore, però, è un altro dato: quattro degli arrestati risiedevano a Roveredo con un regolare permesso di soggiorno di tipo B.
Un campanello d’allarme
L’inchiesta ha preso avvio nel gennaio del 2023, dopo una segnalazione degli inquirenti elvetici su un cittadino italiano sospettato di ripulire capitali appartenenti ad organizzazioni mafiose.
Al centro dell’indagine c’era un 52enne italiano che si era trasferito a Roveredo nel 2021, dove aveva ottenuto un permesso BCollegamento esterno, lo stesso tipo di permesso che il Canton Ticino gli aveva negato a causa dei suoi precedenti penali. Con lui viveva in Mesolcina anche il figlio di 24 anni, pure titolare di un permesso B. I due sono tra le sette persone arrestate: il padre è stato preso in Francia, il figlio a Como.
Questa differenza di trattamento ha sollevato un acceso dibattito. Mentre il Canton Ticino, a partire dal 2015, richiede sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale per i richiedenti, questa prassi non è la norma negli altri Cantoni, inclusi i Grigioni. Le autorità retiche si sono difese spiegando che gli accordi bilaterali con l’Unione europea non consentono di richiedere tali documenti senza un motivo fondato, e che un permesso può essere negato solo se il richiedente rappresenta “un pericolo reale e grave” per l’ordine pubblico.
Sono poi emersi altri due residenti coinvolti: la compagna del 52enne, una 37enne figlia di un cittadino montenegrino definito dall’Europol “un obiettivo di alto livello, ricercato da diversi Paesi”, e un 44enne italiano che abitava nel palazzo accanto. La rete criminale era di portata internazionale: la cocaina, proveniente via nave dal Sudamerica, veniva trasportata con auto di lusso dotate di nascondigli appositamente costruiti. I ricavi venivano poi riciclati attraverso società fittizie, false fatturazioni e investimenti immobiliari, il tutto sotto la regia di clan della ‘ndrangheta e della camorra.
Il caso non è il primo a coinvolgere la Mesolcina. Nel febbraio del 2025, un’operazione anti-‘ndrangheta partita da Brescia aveva già fatto emergere legami con i Grigioni italiani. Mentre nel 2017, il parlamentare cantonale mesolcinese Hans Peter Wellig aveva presentato un’interpellanza al Governo grigionese, denunciando che il Moesano era diventato un “El Dorado per società bucalettere”.
Le falle del sistema, società fittizie e federalismo
Ma come è possibile che figure legate alla criminalità organizzata riescano a stabilirsi e operare in Svizzera? Le risposte si trovano analizzando alcuni meccanismi e peculiarità del sistema elvetico, che si trasformano in vere e proprie porte d’accesso per le mafie.
“L’uso di società bucalettere è una fattispecie ricorrente, perché offre diversi vantaggi”
Francesco Lepori, responsabile dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata dell’USI
Le società fittizie, anche dette “società bucalettere”, sono uno strumento chiave. Come spiega il giornalista Francesco Lepori, responsabile dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata Collegamento esternodell’Università della Svizzera italiana (USI): “L’uso di società bucalettere è una fattispecie ricorrente, perché offre diversi vantaggi. Non consente ‘solo’ di riciclare i proventi illeciti attraverso investimenti in vari settori, come l’immobiliare. Le organizzazioni criminali le adoperano anche per ricevere permessi di soggiorno, percepire indebitamente un sussidio di disoccupazione o altre prestazioni sociali, ottenere crediti e contratti di leasing. Impegni finanziari che infine, dichiarando il fallimento della presunta attività, non vengono onorati”.
Un caso emblematico, ricorda Lepori, è quello dell’operazione “Cavalli di razza” del 2021, che ha colpito la cellula di Fino Mornasco e le sue ramificazioni elvetiche. “Oltre San Gottardo la ‘ndrangheta utilizzava appunto delle società locali per assumere fittiziamente persone che, una volta trasferitesi in Svizzera, grazie a quella copertura si dedicavano (con tanto di telefonini criptati) al traffico di armi e di droga”.
Nel caso di Roveredo, la funzione prevalente era finanziaria, ma non solo. “Da quanto trapelato finora, la cocaina non era destinata al mercato locale”, precisa Lepori. “La nostra regione veniva sfruttata piuttosto per il riciclaggio di parte dei guadagni, e come luogo di residenza”.
Questo però non significa che la Svizzera sia immune dal narcotraffico. Continua Lepori: “Attenzione però. Ciò non significa che non accada mai. Da noi – hanno dimostrato numerose indagini, a cominciare dalla citata ‘Cavalli di razza’ – le mafie italiane sono attive anche nel commercio di stupefacenti. Spesso in collaborazione con i clan balcanici, cui delegano i compiti più rischiosi, come lo spaccio sul territorio”.
Un problema di tutta la Svizzera
La scelta di Roveredo, quindi, non è casuale. “Perché dopo il Ticino, che in questo e altri casi aveva detto ‘no’ al rilascio del permesso di soggiorno, la Mesolcina è la prima località dalle ‘maglie più larghe’ che incontrano restando al Sud delle Alpi, a pochi chilometri dal confine con l’Italia”, sottolinea Lepori.
“Credere che il fenomeno si limiti alle zone di frontiera, tuttavia, sarebbe un gravissimo errore”
Francesco Lepori, responsabile dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata dell’USI
“Credere che il fenomeno si limiti alle zone di frontiera, tuttavia, sarebbe un gravissimo errore. Al contrario: dati alla mano, l’area a più alta densità mafiosa è senza dubbio la Svizzera interna. Penso a cantoni come Basilea, Argovia, Zurigo, Lucerna, San Gallo, e Turgovia. Proprio laddove – paradossalmente – le autorità e la società civile sono meno sensibili al tema.”
La Svizzera intera è, insomma, un obiettivo primario per le mafie. Ma perché? “Perché qui l’azione di contrasto è meno asfissiante, a tutti i livelli”, dice senza mezzi termini Lepori. “Lo scambio di informazioni tra gli enti preposti ai controlli viene ostacolato dal segreto d’ufficio, i ‘facilitatori’ – dagli avvocati ai fiduciari – aiutano le cosche ad avviare e gestire i loro affari. E le pene sono più miti, al netto dell’inasprimento introdotto con la revisione del reato di organizzazione criminale”.
Una frase, intercettata durante l’inchiesta “Cavalli di razza”, riassume perfettamente la percezione che i mafiosi hanno della Confederazione: “Stanno bene in Svizzera. Là non esiste il 416bisCollegamento esterno“. A questo si aggiunge, conclude il giornalista, “la grande capacità che la ‘ndrangheta ha di ‘mimetizzarsi’ nel tessuto sociale, insediandosi in silenzio per poi agire forte del proprio anonimato”.
Le reazioni, da Roveredo al Gran Consiglio
La scoperta ha generato reazioni a tutti i livelli istituzionali. Il Municipio di Roveredo, guidato dal vicesindaco Decio Cavallini — un ex ufficiale della Polizia cantonale ticinese con oltre trent’anni di esperienza — ha inviato una lettera aperta al Cantone, chiedendo spiegazioni sulla concessione dei permessi. Il Consigliere di Stato grigionese Peter Peyer ha risposto annunciando una revisione della prassi, e ammettendo la necessità di valutare un adeguamento legislativo a livello federale. Il presidente della Deputazione del Grigioni italiano nel Parlamento cantonale, Samuele Censi, ha promesso di presentare un atto parlamentare nella sessione di aprile.
A livello nazionale, il Consiglio federale ha approvato nel dicembre 2025 una nuova strategia per la lotta alla criminalità organizzataCollegamento esterno, con un piano d’azione da definire entro il 2026. Ma gli ostacoli restano significativi. Per superare quello della protezione dei dati, che limita la collaborazione tra le forze dell’ordine, il Governo ha messo in consultazione un progetto che mira a creare la base costituzionale per permettere a tutte le polizie cantonali di consultare le informazioni in loro possesso.
Curare il giardino prima che sia troppo tardi
Il caso di Roveredo è uno specchio delle vulnerabilità del sistema svizzero. Non è un episodio isolato, ma la manifestazione locale di un fenomeno nazionale, radicato in debolezze strutturali. Le risposte istituzionali sono un segnale, ma la sfida è più profonda e culturale. Conclude Francesco Lepori:
“Molti paragonano le mafie a un cancro. In realtà sono più simili a un’erbaccia, che confondendosi tra il verde si insinua nei punti in cui il prato è meno fitto. Curiamolo meglio, il nostro giardino. A Roveredo e nel resto della Svizzera”.
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