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Dalla siccità un’occasione per nuovi accordi sull’acqua tra Italia e Svizzera?

Il fiume Po in secca all'altezza di Piacenza. Keystone / Pierpaolo Ferreri

Nei giorni scorsi la richiesta della Lombardia di aprire gli invasi del Ticino per far affluire l’acqua verso il Lago Maggiore non era stata accolta per mancanza di riserve d’acqua. Ma gli amministratori locali di Italia e Svizzera sono pronti a lavorare insieme per scongiurare future crisi attraverso un maggiore scambio di informazioni.

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 giugno 2022 - 11:41
Michele Novaga

L’immagine simbolo della crisi idrica che sta affliggendo l’Italia settentrionale, è quella del Po in secca. Il fiume più lungo e più importante di tutta la penisola è ridotto a una pozzanghera con corrente quasi assente e l’alveo che sembra una grande e unica spiaggia; tanto che si riesce comodamente ad andare da una sponda all’altra a piedi. Specchio di una siccità che non si vedeva da oltre 70 anni e che sta mettendo in ginocchio l’agricoltura della Bassa.

Mancanza di precipitazioni e assenza di riserva di neve sulle montagne le cause principali alle quali si sono aggiunte le alte temperature delle ultime settimane. Un concetto riassunto perfettamente dal segretario generale dell’autorità di bacino distrettuale del Po, Meuccio Berselli: “-70% di neve durante l’inverno, quattro mesi senza pioggia, temperatura di 3-4 gradi più alta della media del periodo che sono già quelle di fine luglio”.

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Situazione critica anche in Ticino

Non diverso è quello che sta succedendo in Ticino dove gli invasi sono pieni solo al 25% della capacità contro un riempimento medio che negli scorsi anni sfiorava il 70%. “Anche noi, come la Lombardia, abbiamo avuto un inverno senza neve e una primavera secca con scarse precipitazioni. C’è una scarsità di acqua a livello di riserve idriche e anche sul territorio che stiamo fronteggiando. Le precipitazioni di questi giorni non hanno rappresentato un grosso volume in termini di pioggia consentendo solo di rinfrescare l’aria”, spiega a tvsvizzera.it Laurent Filippini, Capo dell’Ufficio corsi d’acqua del Dipartimento del territorio del Canton Ticino che raccomanda di usare l’acqua in modo parsimonioso “perché, per quello che riguarda il futuro, non possiamo fare grandi previsioni se non guardare al cielo sperando che piova”.

Il delta del fiume Maggia non lontano da Locarno fotografato a febbraio 2022. Proprio da febbraio la situazione è allarmante. © Ti-press

La crisi idrica non viene solo per nuocere

Una situazione difficile che ha però consentito alle istituzioni italiane e svizzere di dialogare per cercare di affrontare l’emergenza. Nei giorni scorsi, infatti, Regione Lombardia aveva chiesto aiuto al Ticino e alle autorità elvetiche nell’ambito della Regio Insubrica. Una richiesta che non era stata accolta proprio per la mancanza di riserve di acqua anche negli invasi del Cantone. Ma che ha sollevato un irrisolto problema legato alla gestione delle acque tra Italia e Svizzera.

“Come è noto l’acqua non conosce confini e si muove sui bacini idrografici che Ticino e Lombardia condividono. Nei giorni scorsi abbiamo definito un sistema di monitoraggio che mette in comune tutti i dati di Lombardia, Piemonte e Ticino al fine di fotografare l’evolversi della situazione. E abbiamo anche ragionato sulle strategie comuni di medio e lungo termine che potremmo mettere in piedi per far fronte a questo problema che, per effetto dei mutamenti climatici, sta diventando una costante”, spiega Massimo Sertori, assessore lombardo agli Enti locali, montagna e piccoli comuni e membro della Regio Insubrica. Per ora solo uno scambio di informazioni. Ma la volontà è quella di mettere a sistema il problema affrontandone insieme le criticità.

Il delta del fiume Cassarate in secca che si immette nel Lago Ceresio. © Keystone - Ats / Ti-press

La ripresa del dialogo sulla gestione delle acque italo-svizzere

Quello che l’assessore auspica, dati i buoni rapporti tra le istituzioni ticinesi e lombarde, è che si possa riprendere l’annosa questione sull’altezza del Lago Maggiore, regolata da un accordo tra Italia e Svizzera, lavorando di concerto a partire proprio dai territori coinvolti. “Un centimetro di livello di Lago Maggiore equivale a due milioni e mezzo di metri cubi di acqua. Poter sfruttare dieci centimetri in più vuol dire salvare la stagione irrigua. Tutto ciò ovviamente salvaguardando gli interessi dei balneari e della navigazione. È chiaro che il trattato che regola queste questioni coinvolge gli Stati, ma noi abbiamo chiesto, come nel caso della navigabilità, una competenza regionale e non statale. Del resto, anche l’accordo sulla fiscalità dei lavoratori frontalieri nasceva da un’intesa regionale. Quando i territori hanno dei problemi e li affrontano al di là delle proprie competenze, riescono ad agevolare il lavoro a livello centrale”, conclude l’assessore.

Un tema condiviso anche da Laurent Filippini. “La crisi che stiamo fronteggiando è un segnale chiaro di quello che può accadere anche in futuro e deve essere una occasione per riflettere sul fatto che Italia e Svizzera, su questa questione, devono agire in maniera coordinata e non ognuno per conto proprio. E che devono lavorare assieme per trovare soluzioni ponderate e lungimiranti per i nostri territori non solo quando manca l’acqua. Il Lago Maggiore è una riserva d’acqua per tutti, così come può essere un elemento di minaccia per i beni e le persone situate sulle sue rive”. 

Nel frattempo, a fare le spese di questa situazione, è soprattutto il settore agricolo: il 50% del raccolto della Pianura Padana è a rischio con danni all’agricoltura che, secondo la Coldiretti, ammontano già a due miliardi di euro. E c’è chi ha deciso di fare la preghiera per invocare la pioggia: l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, sabato 25 giugno accogliendo la preoccupazione dei coltivatori della terra, degli allevatori e delle loro famiglie in queste settimane di siccità pregherà in alcune chiese della diocesi ambrosiana insieme a loro. Invocando un aiuto dal cielo.


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