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Tinguely, l'artista delle macchine che "non servono a niente"

Keystone / Georgios Kefalas

Trent’anni fa moriva l’artista friburghese Jean Tinguely, uno scultore di talento, diventato celebre per le sue sculture, le sue fontane, e i suoi macchinari complessi che affascinano ancora oggi.

Questo contenuto è stato pubblicato il 31 agosto 2021 - 08:00
tvsvizzera.it/mrj

Macchine provocatorie, deliranti, piene di ticchettii e di sonorità bizzarre e che a volte spruzzano acqua. Come la fontana Stravinsky, per esempio, realizzata nel 1983 vicino al Centro Pompidou di Parigi con la compagna Niki de Saint-Phalle.

“Sono un artista del movimento. Sono sempre stato vicino alla morte, perché il movimento implica sempre il guasto, l'intoppo, la fine. Lavoro con ciò che è effimero, lo organizzo. Perché lavorare con il movimento altro non è che organizzare l'effimero, e rinascere”, raccontava Tinguely in un’intervista.

Allo spazio "Jean Tinguely-Niki de Saint-Phalle", di Friburgo si rende omaggio alle sue creazioni, che hanno fatto di lui un precursore nel mondo dell'arte.

Caroline Schüster Cordone, direttrice di questa struttura, spiega: Tinguely “ci ha interrogati sul senso dell'arte. A quell'epoca ha creato delle macchine che si autodistruggevano, e noi non le capivamo... erano delle performance incredibili!”

Nel 1964 l’artista creò per l'esposizione nazionale la sua famosa macchina "Eureka", costruita, come le altre sue opere, con materiali di recupero, fili di ferro, e scatolame, rappresentando così anche un critica della società consumista.

Macchine che “non servono a niente”, che disturbano, provocano e stuzzicano, facendo ritrovare al loro osservatore uno spirito infantile.

“Ha messo il visitatore al centro della sua creazione. Amava farlo intervenire, e ha creato macchinari nei quali si poteva entrare. (…) E poi amava tutti i tipi di pubblico: quello principale erano i bambini, ma si poteva essere anche un po' più esperti, sapere del suo coinvolgimento politico e sociale, e interessarsi alle sue opere anche da questo punto di vista”, aggiunge Caroline Schüster Cordone.

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