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Terrorismo, il caso Breguet è ancora attuale?

Bruno Breguet, dopo la liberazione nel 1977 dalle carceri israeliane.
Bruno Breguet, dopo la liberazione nel 1977 dalle carceri israeliane. KEYSTONE

Il documentario "La scomparsa di Bruno Breguet" ripercorre la vicenda dell'estremista svizzero, dagli esordi "rivoluzionari" ai controversi rapporti con Carlos e la CIA.

Cosa accomunano le battaglie contro le ingiustizie sociali negli anni ’70, di cui se fece interprete il noto terrorista svizzero Bruno Breguet, misteriosamente scomparso nel 1995, e le lotte di oggi per l’ambiente, i diritti civili e l’autogestione?

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È uno dei quesiti posti dal film La scomparsa di Bruno BreguetCollegamento esterno di Olmo Cerri, prodotto dalla zurighese Dschoint Ventschr Filmproduktion, in uscita nelle sale della Svizzera tedesca il 13 giugno, che indaga sulle motivazioni e gli ideali che spingono i e le giovani a mobilitarsi, attraverso la vicenda dell’estremista locarnese. “Che cosa posso fare io per oppormi alle ingiustizie nel mondo?”, è il quesito di fondo che tormentava il giovane locarnese e connota la pellicola.

Un caso che spinge al limite tutte le questioni legate all’etica della lotta politica, alla coerenza tra mezzi e fini e al senso profondo della parola giustizia. Una riflessione necessaria anche oggi per chi si domanda quali siano i modi più adeguati per contestare lo stato di cose attuale.  

Olmo Cerri, di “La scomparsa di Bruno Breguet”

Un racconto filtrato dalle testimonianze e le emozioni di amici e compagne che restituiscono un ritratto per certi versi inedito di Bruno Breguet. Pur non essendo un resoconto strettamente giornalistico, ci dice il regista Olmo Cerri, quanto riferito è tutto documentato.

La pellicola ripercorre i fatti salienti della sua carriera di “rivoluzionario”, toccando i luoghi importanti della sua vita: Minusio (Canton Ticino) dove è cresciuto, Perdika (Grecia) dove risiedeva con la famiglia, Parigi dove è stato catturato nel 1982 – con la compagna di Carlos, Magdalena Kopp, mentre stava pianificando un attentato – e Ancona, il porto dove non gli fu consentito dalle autorità di sbarcare dal traghetto da cui è scomparso il 12 novembre 1995.

Ci sono anche le immagini del carcere in Israele in cui fu rinchiuso per sette anni per aver tentato nel 1970 di introdurre, quando era un liceale appena ventenne, alla frontiera di Haifa due chili di esplosivo. Il tutto contrappuntato da estratti del suo diario letti dalla voce narrante del giovane attore ticinese Michele Martone.

tvsvizzera.it: Su questa vicenda che risale all’inizio degli anni Settanta e sembra concludersi nel 1995, il suo documentario cosa propone di più o di diverso rispetto a tutto quanto detto finora?

Io, che vivevo in una società che non smetteva di sventolare principi astratti di uguaglianza e libertà, mi chiedevo: quale contributo avrei potuto dare per realizzare sul serio questo questa uguaglianza e questa libertà anche per un popolo, quello palestinese, al quale non sembrava nemmeno riconosciuto il diritto di esistere?

Bruno Breguet, “La scuola dell’odio”

Olmo Cerri: Con questo film abbiamo cercato di rimettere in ordine quello che si sapeva sulla storia di Bruno Breguet In maniera cronologica e chiara, ripercorriamo la sua storia, facendo anche un po’ di pulizia riguardo al “rumore di fondo” che si è creato attorno a questa vicenda, cercando di far emergere le informazioni confermate.

E poi, si da voce a persone che lo hanno conosciuto personalmente e che ne parlano pubblicamente per la prima volta, in particolare i compagni/e di lotta e amici/e. Mi premeva inoltre inserire la storia di Bruno Breguet in una timeline di lotte che partisse dagli anni 70 e arrivasse fino ad oggi.

Si tratta naturalmente di un racconto fatto dal mio punto di vista, un punto di vista estremamente soggettivo – mi considero infatti anche un militante – con cui mi interessava individuare le eventuali connessioni tra quel periodo, gli anni ’70, molto vivace e in cui succedevano un sacco di cose, e le lotte di oggi, per esempio quelle per il clima, per gli spazi socioculturali o quelle in solidarietà con il popolo palestinese.

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Che significato assume oggi una vicenda che parte da un’azione terroristica (tentata) da Breguet a sostegno della causa palestinese nel 1970 con le stragi del 7 ottobre di Hamas, che all’epoca non esisteva (e la successiva offensiva israeliana)?

Si tratta di vicende diverse e non paragonabili e per cui è difficile trovare un elemento comune. Nel film abbiamo lavorato molto con le fonti, le lettere che Breguet scriveva e il suo diario. In diversi documenti inediti emerge, in maniera impressionante, la sua incapacità di restare inerte davanti alle ingiustizie.

Finché ci sono delle ingiustizie, scrive, io non posso stare con le mani in mano, devo fare qualcosa. E da giovanissimo liceale a Lugano, parte per Israele con dell’esplosivo per cercare di sostenere la causa palestinese. Ritengo che anche oggi siamo confrontati con lo stesso interrogativo: cosa possiamo fare tutti noi contro le ingiustizie del mondo?

A volte si ha l’impressione che né scendere in piazza né andare a votare serva davvero a qualcosa. Un sentimento di impotenza, come se non disponessimo di nessuno strumento che ci permetta di avere un impatto sul mondo che ci circonda e sulle sue ingiustizie.

La parabola di Breguet è stata però complessa e da giovane rivoluzionario idealista è diventato una sorta di terrorista professionista, in particolare quando è entrato nella controversa organizzazione di Carlos, con la quale sembrano esserci stati anche conflitti di ordine economico. La spinta ideale, insomma, a un certo punto sembra essersi volatilizzata.

Ho imparato che tutte le vite quando le si analizza sono complesse e spesso ricche di contraddizione. Si può partire con degli ideali forti e poi succede tutta una serie di cose che ci costringono a prendere determinate decisioni.

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Breguet ha dovuto confrontarsi con i grandi cambiamenti della storia, per esempio la caduta del Muro di Berlino, e si è trovato a dover sopravvivere in un ambiente ostile. Il mio intento non era quello di giudicare le sue scelte ma di raccontare la sua parabola esistenziale e cercare di capire come mai, in certi momenti, si è trovato a dover prendere delle decisioni moralmente discutibili, in particolare gli attentati e le altre controverse attività condotte con il gruppo di Carlos.

Volevo cercare di comprendere che cosa è passato nella sua testa, perché si è messo in quelle situazioni, compresi i problematici rapporti con la CIA di cui riferisce nel film lo storico Adrian Hänni.

Con la troupe del film abbiamo ripercorso un po’ tutti i luoghi importanti della vita di Bruno, da Minusio, alla Grecia, ad Ancona e Parigi, ci sono immagini delle prigioni in cui in cui è stato detenuto per sette anni in Israele. C’è insomma tutta la sua vita, ripercorsa attraverso il diario e le fotografie dell’epoca.

Olmo Cerri, di “La scomparsa di Bruno Breguet”

Lo storico che ha citato, Adrian Hänni, ha rivelato che a un certo punto Breguet fosse al soldo della CIA, con tanto di stipendio fisso (si parla di 3’000 dollari al mese). Come si spiega questo fatto, in evidente contraddizione con la sua spinta ideale di cui si parla soprattutto all’inizio del film?

Non penso che si possa analizzare e raccontare la storia di Breguet basandosi soltanto sui pochi anni (dal 1991 al 1995) in cui sembra che abbia collaborato con la CIA. I documenti non citano mai il suo nome ma ci sono tutta una serie di indizi o di elementi che fanno ritenere con grande probabilità che lui fosse coinvolto in alcune attività dell’intelligence americana.

L’aspetto su cui riflettere riguarda la qualità del suo contributo: ci sono parecchi dispacci della CIA in cui gli agenti si lamentavano della scarsa proattività di Breguet e delle poche e vaghe informazioni ricevute. A un certo punto, per esempio, il suo contatto nella CIA gli fa capire che se non avesse fornito qualche indicazione utile i rapporti si sarebbero chiusi. Quindi, se è molto probabile che questo rapporto ci sia stato, il suo contributo e le motivazioni profonde che lo hanno spinto a prendere queste decisioni sono più sfumate.

Non trascurerei poi il fatto che lui entra in contatto con la CIA in un momento in cui  – e questo me lo hanno raccontato le persone che gli erano vicine – sentiva il bisogno di staccarsi dalla situazione complessa e difficile che lo legava a Carlos. E da il gruppo di Carlos non è che ti potevi allontanare con una semplice lettera di dimissioni. Tutti sono concordi ne dire che quando operi in quel contesto i contatti con i servizi segreti e coi Governi sono eventi molto più usuali di quanto ci si possa immaginare.

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Lei ha parlato con persone che l’hanno conosciuto e che erano in contatto con lui, i familiari non hanno voluto però collaborare a questo documentario.

Ho parlato con diversi membri della famiglia e hanno deciso – e io ho naturalmente rispettato questa loro scelta – di non partecipare in prima persona al film. Si tratta di una storia molto dolorosa e capisco il loro desiderio di non essere coinvolti di nuovo. Nel film vengono proposti alcuni estratti d’archivio di interviste audio e video rilasciate all’epoca, in particolare dal fratello Ernesto e da una delle compagne. Sono materiali storici degli anni ’70, ’80 e ’90.

Parlando con le persone che lo hanno conosciuto e consultando la documentazione a disposizione, che idea si è fatto sulla sua scomparsa? Cosa può essere successo su quel traghetto 12 novembre 1995?

Non mi sono fatto un’idea chiara, ho cercato di mettere assieme i fatti conosciuti e ora ho l’impressione che la sparizione di Breguet sarà uno di quegli eventi su cui non ci potrà mai essere una risposta definitiva.

Ci sono diverse ipotesi, che vanno da un intervento del Mossad a quello dei servizi segreti francesi, del resto in giro per il mondo c’era parecchia gente interessata a mettere le mani su Breguet per ottenere informazioni. Ma nel documentario c’è anche chi ipotizza che possa essere ancora vivo, o comunque che possa essere sopravvissuto alla sua scomparsa.

Nel documentario il racconto è portato avanti anche da un punto di vista più emotivo che giornalistico, alcune delle persone che lo hanno conosciuto si augurano che lui sia ancora vivo, in latitanza da qualche parte, in giro per il mondo. Si tratta però, più che altro, di un auspicio.

Quindi ha indagato soprattutto sull’aspetto emotivo degli interlocutori, piuttosto che su quello storico-giornalistico.

Lo definirei un racconto umano più che un’inchiesta giornalistica. Ma pur avendo mantenuto un approccio narrativo diverso, i fatti che vengono riferiti sono suffragati da elementi che li confermano. Il lavoro di ricerca è stato importante.

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