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Mario Dondero: una leggenda della fotografia

(tvsvizzera)

Un'intervista esclusiva per tvsvizzera.it in occasione della mostra a Milano

L'Institut français di Milano propone sino al 6 dicembre una mostra eccezionale, quella di Mario Dondero Link esterno, "il padre del fotogiornalismo italiano", classe 1928, un uomo dalla insaziabile curiosità: 82 fotografie ripercorrono infatti le sue lunghe permanenze a Parigi, a stretto contatto con i protagonisti della vita intellettuale francese dal dopoguerra agli anni 90.

Si dice che Mario Dondero abbia girato il mondo e fotografato il mondo. Tutto il mondo. Più correttamente, si può dire che abbia fotografato buona parte di quello che è entrato nella memoria collettiva, dalla Parigi di Sartre alla Roma di Elsa Morante, da Moravia alla Milano degli artisti di Brera, fino alla Cambogia dei Khmer rossi e alla Grecia dei colonnelli, il dittatore Franco e la Spagna e poi Samuel Beckett, Francis Bacon, Pierpaolo Pasolini con la sua mamma, Giacometti a Venezia, Man Ray, la Callas e Luchino Visconti, Peter Ustinov e Jean Seberg, Gian Maria Volontè e tanti tanti tanti altri.

In questa mostra milanese non manca certo l'opera emblematica di quegli anni a Parigi, la fotografia scattata da Dondero agli autori del Nouveau Roman, esempio perfetto di come un'immagine, in alcuni casi, non solo testimonia un evento, ma lo crea.

La profonda conoscenza di questo ambiente da parte di Dondero, però, fa sì che questo scatto non sia una semplice casualità, bensì l'espressione del suo modo di lavorare, immerso nella realtà come lo sarà tutta la sua opera, che si tratti di fotografare un processo politico nella Grecia dei colonelli o i medici afgani nell'ospedale di Emergency o ancora un gruppo di scrittori al tavolo di un bar, l'autore dimostra la stessa naturalezza ed empatia.



Photo de classe  - Il gruppo degli scritto del "Nouveau Roman" (1959)

Photo de classe - Il gruppo degli scritto del "Nouveau Roman" (1959)

(tvsvizzera)

Questa "photo de classe", come la chiama Dondero, fu scattata nell'ottobre 1959; l'incontro fu organizzato con l'aiuto di Jérôme Lindon, direttore delle Editions de Minuit, che aderì con entusiasmo all'idea e convocò gli scrittori. Vennero così riuniti Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, Robert Pinget, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute e Claude Ollier. Marguerite Duras rifiutò l'invito, Michel Butor e Jean Cayrol ritardarono.

Pur scattata in fretta e in un'atmosfera un pò imbarazzata – Lindon era preoccupato del ritardo di Butor, alcuni degli autori non si conoscevano, Beckett impressionava tutti – la foto presenta una composizione particolarmente riuscita e sembra quasi il risultato casuale di una flânerie sulla Rive Gauche. Forse per questo è considerata il simbolo dell'Ecole du regard, e la si trova ancora oggi in tutti i manuali di letteratura.

La celeberrima istantanea non offusca però il resto del reportage fatto quel giorno né le altre fotografie in mostra, ne quelle che hanno poi composto centinaia di altre mostre in giro per il mondo: ritratti di personaggi famosi o meno, di attori e registi, di persone comune, di gente sofferente, di guerre e profughi.



L'attrice francese (di origini iraniane) Anicée Alvina in una foto storica (1968)

L'attrice francese (di origini iraniane) Anicée Alvina in una foto storica (1968)

(tvsvizzera)

Scrive Arminio Sciolli, curatore della mostra: "Dondero non improvvisa niente, non fotografa a caso né per caso. Ogni sua "improvvisazione" viene studiata e preparata con cura. Se riesce ad infiltrarsi grazie alla sua discrezione e al suo fascino latino, tiene sempre impugnata la Leica, da tempo metabolizzata nel suo corpo, le dita sempre pronte a scattare. Lo scatto avviene in un attimo impercettibile che lascia indisturbato l'ambiente. Il dominio dell'arte della fotografia, l'irrefrenabile gran voglia di sedurre, il desiderio di conoscere e dare testimonianza, tengono sempre in agguato Mario Dondero, uno dei grandi cacciatori di anime."

In questa intervista esclusiva dunque un mito del fotogiornalismo, Mario Dondero, ci racconta la sua visione della fotografia, ieri, oggi e anche domani.

Claudio Moschin

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