Dall’Italia alla Svizzera per porre fine ai propri giorni
Marco Cappato ha fatto sapere che al suo rientro in Italia si autodenuncerà.
Keystone / Matteo Bazzi
È morta in Svizzera grazie al suicidio assistito la signora Adelina di Spinea. Ad aiutarla ad accedere a questo servizio è stato Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni che, dopo aver pubblicato un video sulle sue piattaforme social, ha fatto sapere che al suo ritorno in Italia andrà ad autodenunciarsi.
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tvsvizzera.it/mrj con agenzie
“Sono sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e debba farlo anche sulla propria fine, senza costrizioni, senza imposizioni, liberamente. Avrei sicuramente preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e la mano di mio marito. Purtroppo questo non è stato possibile e, quindi, ho dovuto venire qui da sola”. Queste le ultime parole di Elena (fino a ieri conosciuta come Adelina, per questioni di privacy), residente di Spinea (Veneto), che si è recata in Svizzera con l’aiuto di Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni per poter accedere al suicidio assistito.
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Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso. Domattina, in Italia, andrò ad autodenuciarmi.
In un video pubblicato sulle sue piattaforme social, Cappato ha spiegato che la 69enne, affetta da un incurabile cancro ai polmoni con metastasi, non ha potuto accedere al suicidio assistito in Italia perché non aveva necessità di sostegni vitali, come invece previsto dalla legge.
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Autorizzato dalla Corte costituzionale italiana nel 2019, il suicidio assistito è concesso solo a chi ha bisogno di macchinari per mantenersi in vita. Così è stato per Federico Carboni, che per primo ha messo fine ai suoi giorni in Italia lo scorso 16 giugno. Era tetraplegico da 12 anni in seguito a un incidente. Tetraplegia (e cecità) che hanno spinto anche DJ Fabo a decidere, nel 2017, di recarsi nella Confederazione – sempre con l’aiuto di Marco Cappato – per porre fine ai suoi giorni.
Ed è stata proprio la sua vicenda a lanciare il dibattito che in Italia ha poi portato alla modifica della legge. Anche in quel caso Cappato si autodenunciò, ma dopo mesi di processi, venne assolto da tutte le accuse perché la base legale non permetteva una sua condanna: secondo i giudici, infatti, non ha avuto alcun ruolo nella fase esecutiva del suicidio assistito di Fabiano Antoniani – questo il vero nome del DJ – e non ha nemmeno rafforzato la sua volontà di morire.
L’accesso al suicidio medicalmente assistito in Italia è più difficile rispetto alla Svizzera: se nella Confederazione può decidere di mettere fine ai propri giorni chiunque possa dimostrare di convivere con una sofferenza insopportabile a causa di una malattia o di limitazioni funzionali e in assenza (o rifiuto) di alternative, rivolgendosi a specifiche associazioni – e questo è un servizio al quale possono accedere anche cittadini stranieri – in Italia può farlo solo chi non sopravvive senza l’aiuto di macchinari. Non era il caso di Elena/Adelina, che era indipendente nonostante la sua malattia. Quello che l’ha portata a decidere di farla finita era la prospettiva delle sofferenze che il progredire della sua malattia le avrebbe provocato tra pochi mesi.
Nonostante la modifica della legge in Italia, però, sono ancora numerosi i dibattiti: iter molto lunghi per accedere al suicidio assistito ed esclusione di numerose persone che soffrono, sia fisicamente che psicologicamente per la propria condizione.
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