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"La 'Ndrangheta mi vuole morto"

Terza e ultima parte dell'intervista a Luigi Bonaventura, ex boss della 'Ndrangheta e ora collaboratore di giustizia. Nonostante il programma di protezione, che per Bonaventura viene osteggiato da una certa classe politica, non è assolutamente garantita la sua sicurezza

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 settembre 2014 - 13:34

Terza e ultima parte dell'intervista esclusiva a Luigi Bonaventura, ex reggente della famiglia crotonese Vrenna-Bonaventura, oggi collaboratore di giustizia. In quest'ultima parte con Bonaventura affrontiamo il momento della sua dissociazione dalla famiglia - suo padre cercherà per due volte di ucciderlo - e dei suoi anni da collaboratore di giustizia.

Grazie al programma di protezione, Bonaventura con la sua famiglia è stato trasferito dapprima a Termoli, nel Molise. Qui - nonostante mimetismo e anonimato fossero garantiti dal programma - viene rintracciato facilmente e avvicinato più volte per farlo ritrattare (Bonaventura collabora con 11 procure antimafia). Ma a Termoli viene anche minacciato. Secondo Luigi Bonaventura il programma di protezione potrebbe essere un'arma formidabile per la lotta alle mafie ma una certa classe politica sta facendo di tutto per osteggiarlo.

Ma c'è anche una certa diffidenza dell'opinione pubblica nei confronti dei "pentiti" che rallenta ulteriormente la collaborazione con la msgistratura. Ma in questo senso, le cose sembrano lentamente cambiare. Una petizione Link esternorivolta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, chiede maggior protezione per i collaboratori di giustizia. A causa della sua vicinanza agli inquirenti (grazie a Bonaventura oltre 250 persone sono oggi in prigione) la vita di Bonaventura e dei suoi famigliari è in costante pericolo.

Nel frattempo lui e la sua famiglia hanno cambiato città, ma vivono sempre in Italia. Da tempo chiede però di essere trasferito all'estero.

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