Un secolo senza intaccare la struttura di fondo: il caso unico del sistema elettorale svizzero
Contrariamente ad altri Paesi europei, Italia in primis, il sistema elettorale svizzero è rimasto praticamente immutato nell’ultimo secolo. Come si spiega questa stabilità?
Dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum, per giungere oggi allo Stabilicum: nell’ultimo trentennio, in Italia le leggi elettorali si sono succedute a intervalli regolari.
Garantire la stabilità attraverso maggioranze parlamentari più solide, incentivare la formazione di alleanze tra i partiti, limitare la frammentazione oppure, ma nessuno lo dirà in modo così esplicito, ritagliare regole su misura in base ai rapporti di forza del momento (lo Stabilicum è stato soprannominato dall’opposizione Melonellum…) e favorire l’elezione di determinati esponenti politici: ecco un elenco assai incompleto delle ragioni che spiegano questi continui cambiamenti.
Mentre in Italia le regole del gioco vengono riscritte con una certa frequenza, in Svizzera prevale la continuità. Per quanto l’idea di una Confederazione estremamente stabile sia per alcuni versi un’immagine piuttosto stereotipata, sul piano del sistema elettorale trova un riscontro concreto: da oltre un secolo il Consiglio nazionale è eletto con lo stesso sistema.
Dalle elezioni del 1919, i rappresentanti della Camera del popolo sono eletti secondo il sistema proporzionale. Da allora, le regole del gioco sono state ritoccate solo marginalmente, senza alterarne gli equilibri fondamentali. Nel 1931 la durata della legislatura è passata da tre a quattro anni, mentre nel 1962, per evitare che il Consiglio nazionale assumesse dimensioni eccessive, è stato fissato a 200 il numero massimo dei seggi, ripartiti tra i Cantoni proporzionalmente alla loro popolazione. In precedenza, non esisteva alcun limite: la prima Costituzione del 1848 prevedeva infatti un deputato per Cantone ogni 20’000 abitanti. Il cambiamento più importante è avvenuto nel 1971, ma anche in questo caso la struttura di fondo non è stata intaccata: con l’introduzione del suffragio femminile, il corpo elettorale si è semplicemente raddoppiato.
Dal maggioritario al proporzionale
Per capire le ragioni di questa straordinaria stabilità occorre fare un passo indietro. Il sistema maggioritario in vigore fino al 1919 garantiva al Partito radicale democratico, l’attuale Partito liberale radicale, una posizione largamente dominante, relegando le altre principali forze politiche a un ruolo marginale. La sproporzione tra voti e seggi era evidente: nelle elezioni del 1917 i radicali conquistarono 103 seggi con il 40,8% dei suffragi, mentre i socialisti pur avendo raccolto il 30,7% delle preferenze dovettero accontentarsi di appena 20 seggi.
“Era un sistema che deformava molto quello che era il reale peso politico dei partiti”, rileva Andrea Pilotti, politologo dell’Università di Losanna e co-autore di un rapporto sulle possibili riforme del sistema elettorale ticineseCollegamento esterno. Per riuscire a cambiarlo, però, “ci sono voluti trent’anni di dibattiti e tre votazioni popolari”, prosegue.
L’introduzione dello strumento dell’iniziativa popolare nel 1891 permise al Partito socialista, sostenuto dagli ambienti sindacali e da una parte dei conservatori, di fare in modo che il tema diventasse oggetto di dibattito pubblico. Nel 1918, la proposta di introdurre il sistema proporzionale fu infine accettataCollegamento esterno dal 66,7% dei votanti e da 23 Cantoni.
“Sin dagli albori dello Stato federale nel 1848 vi erano stati dei tentativi in tal senso, ma nei dibattiti parlamentari i radicali democratici bloccavano tutto, poiché erano ampiamente maggioritari. L’introduzione dell’iniziativa popolare ha cambiato le carte in tavola e ha permesso di mettere il tema al centro dell’agenda politica in misura più rilevante”, spiega Pilotti.
Uno strumento di pacificazione
Vi è poi un aspetto legato al federalismo e più in generale alla situazione sociale. Dopo la bocciatura delle prime due iniziative per l’introduzione del sistema proporzionale nel 1900Collegamento esterno e nel 1910Collegamento esterno, la situazione era profondamente cambiata. Da un lato, le tensioni sociali erano cresciute, in particolare dopo la fine della Prima guerra mondiale. Una delle rivendicazioni mosse durante lo sciopero generale del novembre 1918 era quella di una migliore rappresentanza politica e quindi di un sistema proporzionale. Inoltre, diversi Cantoni avevano già fatto da apripista, introducendo la proporzionale.
“I Cantoni sono stati una sorta di laboratorio politico, a cominciare dal Ticino, primo Cantone a introdurre la proporzionale nel 1891 su imposizione del Consiglio federale”, sottolinea il politologo dell’Università di Losanna. Berna voleva in questo modo cercare di placare le tensioni politiche tra liberali e conservatori, sfociate nel 1890 nell’uccisione del Consigliere di Stato conservatore Luigi Rossi.
L’esperienza ticinese, così come quella di altri Cantoni, funzionò. “La proporzionale ha dimostrato di essere uno strumento di pacificazione. Le tensioni politiche si sono attenuate e il Partito radicale democratico si è visto privato di uno dei suoi principali argomenti, rileva Pilotti. Il timore che ci si dirigesse verso un sistema ingovernabile a causa dell’eccessiva frammentazione partitica non si concretizzò. Accadde semmai il contrario: l’introduzione della proporzionale contribuì a rafforzare ulteriormente la stabilità del sistema politico e aprì la strada allo sviluppo della democrazia consociativa”.
A differenza di quanto avviene nella maggior parte dei Paesi europei, il sistema svizzero lascia ampia libertà ai cittadini e alle cittadine per eleggere le persone più che i partiti. Non esiste il sistema delle liste chiuse. In Europa “solo il Lussemburgo lascia una tale libertà all’elettore di personalizzare il proprio voto”, osserva Pilotti.
Gli elettori possono comporre una scheda “su misura” invece di limitarsi a una scheda predefinita.
Lo stralcio, il cumulo e il panachage sono pratiche molto diffuse nella tradizione politica elvetica.
Lo stralcio consiste nel cancellare uno o più nomi da una lista senza sostituirli. Se, ad esempio, una lista dispone di dieci candidati, è possibile eliminarne alcuni e lasciare vuoti i relativi spazi.
Il cumulo permette invece di scrivere due volte il nome della stessa persona candidata, attribuendole così due voti personali.
Il panachage (termine francese che significa letteralmente “mescolanza”) consente di sostituire il nome di un candidato della lista prescelta con quello di un candidato appartenente a un altro partito. In questo modo si possono combinare persone provenienti da schieramenti diversi all’interno della stessa scheda.
Tutti trovano il loro tornaconto
Partendo da questi presupposti, è più facile capire perché il sistema elettorale svizzero sia rimasto sostanzialmente incontestato per tutto il XX secolo e nei primi decenni del XXI.
Da un lato, dalla creazione dello Stato federale nel 1848, la Svizzera non ha mai conosciuto quegli scossoni epocali che hanno caratterizzato altri Paesi europei nel corso del XX secolo e che si sono tradotti in profondi cambiamenti del sistema elettorale, basti pensare all’instaurazione della Repubblica in Italia, al passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica in Francia o alla riunificazione tedesca.
Dall’altro, i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi. “È vero che la proporzionale si traduce in una maggiore frammentazione, anche a livello dei parlamenti cantonali, e a volte può rendere più difficile trovare delle maggioranze. Tuttavia, riflette meglio le sensibilità politiche dell’elettorato”, spiega Pilotti.
Tutti i partiti trovano il loro tornaconto. Quelli più piccoli possono sperare di avere una rappresentanza. E anche quelli più grandi possono beneficiarne. Ad esempio, l’Unione democratica di centro (UDC), partito di destra che detiene la maggioranza relativa a livello federale, non sarebbe probabilmente riuscita a conquistare così tanti seggi in Consiglio nazionale con un sistema maggioritario. “Il maggioritario favorisce candidature consensuali, che riescono a convincere anche al di là del proprio campo politico. In questo tipo di elezioni [ad esempio in Consiglio degli Stati o nei Governi cantonali, ndr] l’UDC spesso ha fallito, mentre al Consiglio nazionale è riuscita a fare eleggere anche candidati molto profilati sul piano ideologico”.
Il peso della democrazia diretta
Vi è poi un altro elemento essenziale da considerare: la democrazia diretta. Qualsiasi modifica del sistema elettorale richiederebbe infatti una revisione costituzionale e, quindi, il passaggio obbligato dalle urne. Anche qualora una forza politica decidesse di promuovere una riforma in tal senso, ottenere la necessaria doppia maggioranza di popolo e Cantoni equivarrebbe a una scalata dell’Everest senza ossigeno.
>>> Cos’è esattamente la doppia maggioranza e quando è necessaria?
Ma la democrazia diretta incide indirettamente anche in un altro modo. Avere più partiti rappresentati non solo in Parlamento, ma anche in Governo, permette di dare una base più ampia alle decisioni, evitando nella misura del possibile che vengano combattute tramite referendum.
Un esempio menzionato da Pilotti è quello di Ginevra negli anni Novanta: “Per una legislatura i sette seggi del Governo cantonale sono stati occupati esclusivamente dai partiti di centro-destra e la sinistra è stata completamente esclusa. Il risultato è che la sinistra ha fatto un ricorso sistematico ai referendum per cercare di bloccare ogni progetto”.
“Questa esperienza – prosegue il politologo dell’Università di Losanna – è servita a far capire che anche per quelle elezioni dove è previsto un sistema maggioritario, bisogna garantire una certa proporzionalità. Non è un caso che i partiti, quando presentano le liste per le elezioni nei Governi cantonali [eletti dappertutto con il maggioritario salvo in Ticino, ndr], propongono generalmente un numero di candidature inferiore rispetto a quello dei seggi da assegnare”.
In definitiva, la stabilità del sistema elettorale svizzero non è il risultato dell’inerzia, bensì di un equilibrio politico che nel tempo ha convinto la maggior parte degli attori coinvolti. La rappresentanza proporzionale garantisce spazio sia ai partiti maggiori sia a quelli minori, mentre la democrazia diretta rende estremamente difficile imporre cambiamenti non ampiamente condivisi. Un insieme di fattori che ha permesso alla Svizzera di attraversare oltre un secolo senza rimettere in discussione le fondamenta delle proprie regole democratiche.
Le regole per l’elezione dei membri della Camera alta del Parlamento svizzero non sono definite a livello federale, bensì cantonale.
Il Consiglio degli Stati rappresenta infatti i Cantoni ed è composto da 46 membri. I Cantoni di Obvaldo, Nidvaldo, Basilea Città, Basilea Campagna, Appenzello Esterno e Appenzello Interno eleggono un deputato ciascuno; gli altri Cantoni due.
In questa Camera, il Cantone di Zurigo, che conta oltre un milione di abitanti, ha lo stesso peso del Canton Uri, che ha una popolazione di circa 35’000 abitanti.
Salvo nei Cantoni di Neuchâtel e Giura, dove vige la proporzionale, in tutti gli altri i consiglieri e le consigliere agli Stati vengono eletti con il sistema maggioritario.
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