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Un mondo sempre più caldo: come arte e cinema raccontano la nuova normalità

Termometro.
Quando la temperatura sale oltre il limite della sopportazione, il velo di civiltà che ci protegge si assottiglia. KEYSTONE/DPA/Thomas Warnack

L’estate non è mai stata soltanto una stagione. Quando i termometri salgono oltre la soglia di guardia accade qualcosa che va oltre la semplice meteorologia. Il caldo estremo altera la nostra biologia, sfibra i nervi, rallenta i corpi e annebbia le menti. C’è un luogo in cui questa forza oppressiva rivela la sua natura più profonda: nelle opere d’arte.

Non è più soltanto un’ondata di caldo. Tra Europa meridionale e centrale, le ultime settimane sono state segnate da temperature che superano stabilmente i 35 gradi, notti tropicali senza tregua e città che accumulano calore. In Svizzera come in Italia, tra pianure urbane e vallate alpine, il caldo estremo non è più un’eccezione: è diventato una condizione persistente, un’esperienza quotidiana che modifica ritmi, corpi e stati d’animo.

Eppure, il caldo estremo non è una novità assoluta. Prima ancora che i climatologi lo misurassero, gli artisti lo avevano già raccontato, con rara precisione.

Nella storia dell’arte e della letteratura, la canicola non è quasi mai un mero appunto climatico. È il segnale che l’ordine delle cose sta per cedere, che le difese razionali si abbassano e che qualcosa di inconfessabile – un crimine, una passione fatale, una rivelazione tragica – sta per emergere in piena luce. Se l’inverno nasconde, protegge e isola, l’estate torrida espone, dilata e corrompe.

Il sole accecante

Forse l’esempio più celebre del caldo come agente del destino si trova nelle pagine de Lo straniero (1942) di Albert Camus. Il romanzo culmina in una scena sulla spiaggia di Algeri, dove il protagonista Meursault, inebetito da un sole “insostenibile” e “accecante”, preme il grilletto contro un arabo. Camus costruisce una scena in cui la luce non illumina, ma ferisce. Il calore non scalda, ma disgrega la volontà.

Meursault non uccide per odio o per calcolo: è il sole, il riverbero, la pressione fisica del caldo a invadere il suo campo percettivo, fino a saturarlo. In quel momento, il caldo cessa di essere una condizione atmosferica e diventa la manifestazione fisica dell’assurdo che governa la condizione umana. L’afa non cancella la morale, ma la sospende, la offusca: trasforma un uomo qualunque in un assassino quasi per caso, esposto a una natura ostile e indifferente.

L’afa della decadenza

Se in Camus il caldo è un colpo di pistola, in Thomas Mann è un veleno lento e inesorabile. In Morte a Venezia (1912), lo scrittore tedesco costruisce una relazione strettissima tra clima, paesaggio urbano e dissoluzione interiore del protagonista. Gustav von Aschenbach, scrittore maturo e disciplinato, arriva in una Venezia oppressa da uno scirocco soffocante. L’aria è stagnante, i canali esalano miasmi, un’epidemia di colera serpeggia tra le calli.

In questa atmosfera malata, Aschenbach cede alla passione inconfessabile per il giovanissimo Tadzio. Il caldo veneziano scioglie le sue difese morali ed estetiche: il trucco che si fa applicare per sembrare più giovane gli cola sul viso sudato nell’ultima, tragica scena. Il clima diventa lo specchio della sua corruzione fisica e morale.

Una visione che Luchino Visconti, nel suo magnifico adattamento del 1971, traduce in immagini di straordinaria potenza: la laguna lattiginosa, i corpi sudati, l’aria pesante che sembra incollarsi allo schermo, trasformando l’afa in una presenza tangibile che soffoca lentamente il protagonista.

Il sudore della colpa e della miseria

Spostandoci nel profondo sud statunitense, troviamo un’intera geografia letteraria fondata sul caldo oppressivo. William Faulkner ambienta i suoi capolavori in un Mississippi dove l’estate è una condanna. In romanzi come L’urlo e il furore o Mentre morivo, l’afa è inseparabile dal senso di colpa, dalla violenza razziale latente e dalla lentezza esasperante di una società impantanata nel passato. Il caldo faulkneriano è un peso che schiaccia i personaggi, rendendo ogni movimento una fatica e ogni pensiero un delirio.

Non molto diversamente, nella Sicilia di Giovanni Verga, il sole implacabile non ha nulla di pittoresco. Nei Malavoglia o in Rosso Malpelo, la canicola brucia la terra e le speranze. È un sole indifferente alla fatica umana, complice della miseria e dello sfruttamento. In Verga, il caldo è il destino di classe: chi è povero non ha riparo, è esposto alla ferocia degli elementi come alla violenza della società.

Vale la pena notare come il clima estremo non abbia bisogno di essere caldo per svolgere la stessa funzione disgregante. Nella letteratura svizzera, spesso è il suo opposto – la pioggia incessante, la frana, l’umidità persistente – a far saltare la ragione. In L’uomo nell’Olocene (1979), Max Frisch racconta la lenta dissoluzione mentale di un uomo isolato in una valle ticinese, assediato da un ambiente naturale che cede e si sfalda sotto l’acqua. È la conferma, per contrasto, di una legge più ampia: ogni clima estremo, nella sua implacabilità, è un catalizzatore di disgregazione interiore. Ed è su questa legge che il caldo torrido ha costruito la sua mitologia più ricca.

L’innocenza violata sotto il sole del Sud

Nella letteratura e nel cinema italiano contemporaneo, il caldo estivo assume spesso i contorni del romanzo di formazione, dove l’innocenza infantile viene brutalmente interrotta. È il caso del romanzo Io non ho paura (2001) di Niccolò Ammaniti. La storia si svolge nella torrida estate del 1978, in un Sud Italia rurale e isolato. L’afa è una presenza costante, palpabile fin dalle prime righe: un caldo che svuota le strade, chiude gli adulti in casa e lascia i bambini padroni assoluti della campagna bruciata.

È proprio in questa libertà estiva, in questo paesaggio deformato dal sole, che il piccolo Michele fa la sua scoperta terribile: un bambino rapito e tenuto prigioniero in un buco nel terreno. Il contrasto tra la luce accecante del giorno e l’oscurità del segreto custodito dagli adulti è il cuore del romanzo. Il caldo di Ammaniti è il tempo in cui l’infanzia finisce. Un clima estremo che spoglia la realtà di ogni illusione, costringendo un bambino a confrontarsi con la mostruosità del mondo adulto.

Gabriele Salvatores, nel suo adattamento cinematografico del 2003, restituisce con precisione questa atmosfera: campi di grano sterminati, cieli azzurri infiniti e un sole che sembra schiacciare i personaggi contro la terra.

I colori della febbre: la pittura sotto il sole

Se la letteratura descrive l’effetto psicologico del caldo, la pittura ne cattura la vibrazione fisica. Vincent van Gogh, trasferitosi nel sud della Francia nel 1888, trova nel sole provenzale una fonte di estasi e di tormento. Nelle lettere al fratello Theo, descrive il caldo intenso del Midi che lo esalta e lo sfinisce e la luce che spinge i colori verso tonalità sempre più accese, quasi irreali.

Nei suoi quadri di quel periodo, il giallo dei campi di grano e dei girasoli non è mai pacifico. In Campo di grano con volo di corvi (1890), il sole (pur non visibile) sembra aver cotto la terra fino a renderla incandescente, mentre il cielo si fa pesante e minaccioso. Il caldo, per Van Gogh, è l’energia vitale portata al suo limite estremo, un passo prima della disintegrazione.

Di segno opposto, ma altrettanto angosciante, è il caldo metropolitano dipinto dall’americano Edward Hopper. Nei suoi interni estivi, come Room in New York o Second-story Sunlight, l’afa è psicologica e alienante: i personaggi sono svestiti, accasciati, circondati da finestre aperte che non lasciano entrare alcuna brezza. Il caldo hopperiano non esplode, si svuota: è la temperatura della solitudine, dell’incomunicabilità, dell’attesa estenuante di qualcosa che non accade mai.

Il cinema e la tensione climatica

È questa stessa qualità visiva e sensoriale che il cinema ha saputo amplificare con straordinaria efficacia. In Fa’ la cosa giusta (1989) di Spike Lee, un’ondata di caldo eccezionale si abbatte su Brooklyn, agendo come una pentola a pressione sui conflitti razziali del quartiere. Con l’aumentare della temperatura crescono tensioni, insofferenze e aggressività, fino all’esplosione finale di violenza. Il caldo diventa il vero antagonista del film: l’elemento che rende impossibile il compromesso e inevitabile lo scontro.

Anche il cinema di Pedro Almodóvar è attraversato da un calore secco, castigliano o andaluso, che scioglie i freni inibitori. In film come La legge del desiderio, Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Carne tremula e Volver, l’estate è il tempo in cui desiderio, gelosia e dolore si manifestano nella loro forma più pura e melodrammatica, senza i filtri del decoro borghese.

In Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino, invece, l’estate della bassa Padania diventa il grembo sensuale in cui sboccia l’amore tra Elio e Oliver. Il caldo è sudore sulla pelle, bagni nel fiume, frutti maturi, notti insonni con le finestre spalancate. È un clima che dilata il tempo, rendendo ogni istante denso e irripetibile, ma che porta con sé anche la malinconia della fine: l’estate, come la giovinezza e il primo amore, è destinata a passare.

Oltre il termometro

Che sia la luce mortale di Camus, l’afa corrotta di Mann, il sole crudele di Verga, il calore rivelatore di Ammaniti o la febbre cromatica di Van Gogh, l’arte ci insegna che il caldo non è mai neutrale. È una forza che penetra i corpi e le menti, erodendo le nostre difese e costringendoci a fare i conti con la nostra natura più profonda.

Quando la temperatura sale oltre il limite della sopportazione, il velo di civiltà che ci protegge si assottiglia. Diventiamo più vulnerabili, più istintivi. E in quello spazio di vulnerabilità, tra il sudore e l’attesa di un temporale che non arriva, l’arte trova le sue storie più potenti.

Oggi, mentre il caldo smette di essere un’eccezione e diventa una condizione permanente, quelle storie ci parlano con una chiarezza nuova. Non sono più soltanto metafore: sono anticipazioni. La letteratura e il cinema della climate fiction – dalle distopie solari di Kim Stanley Robinson ai film di fantascienza climatica degli ultimi anni – non usano più il caldo come sfondo simbolico, ma lo portano al centro della scena come protagonista assoluto: una forza capace di ridisegnare le civiltà, cancellare le geografie e mettere a nudo, ancora una volta, ciò che l’essere umano è davvero quando non ha più riparo.

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