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Sei lezioni da trarre dalla bocciatura dell’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”

Gli oppositori di sinistra all'iniziativa dell'UDC volta a limitare la crescita demografica festeggiano il «no» emerso dalle urne questa domenica 14 giugno.
La sinistra festeggia dopo il "no" all'iniziativa dell'UDC volta a limitare la crescita demografica in Svizzera. Keystone / Anthony Anex

Questa domenica il popolo svizzero non ha voluto lanciarsi in un’esperienza radicale né correre il rischio di irritare Bruxelles. Tuttavia, con la sua iniziativa, l’UDC ha toccato diversi punti sensibili. Analisi.

1) La paura di una riedizione della Brexit è stata sfruttata con successo da chi si opponeva al progetto

Ancora una volta, una proposta dell’UDC volta a limitare l’immigrazione ha avuto una forte eco a livello internazionale. Probabilmente perché i Paesi sviluppati si trovano tutti ad affrontare le stesse sfide: definire una politica migratoria capace di conciliare le esigenze economiche, l’invecchiamento demografico e i legittimi bisogni della popolazione locale.

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Questo risalto mediatico si spiega anche con il carattere inedito della soluzione proposta. Il tetto massimo alla popolazione auspicato dal partito di destra era unico nel suo genere. Nonostante gli sforzi compiuti durante la campagna, l’UDC non è riuscita a far dimenticare la radicalità di fondo del progetto. Nella storia, le politiche di controllo della popolazione – come quella del figlio unico in Cina – hanno raramente lasciato ricordi positivi. Gli oppositori del testo, a cominciare dal ministro della Giustizia socialista Beat Jans, hanno saputo sfruttare questo argomento.

Il fronte del “no” ha inoltre fatto leva sull’unico precedente di un Paese che ha abrogato la libera circolazione. Per una coincidenza di calendario, il popolo svizzero si è pronunciato sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” quasi esattamente dieci anni dopo il referendum sulla Brexit. Nel Regno Unito, l’uscita dall’UE si è tradotta in effetti di sostituzione migratoria e in un forte malcontento politico.

Alcuni hanno previsto effetti analoghi in Svizzera in caso di approvazione dell’iniziativa, in particolare la sostituzione dell’immigrazione permanente con la manodopera frontaliera. Questo tema, particolarmente sensibile nei cantoni di confine, non era tuttavia menzionato nel testo dell’UDC.

Certamente, i paragoni non sono mai del tutto appropriati. Ma il partito non è riuscito a dissipare in modo convincente il timore di una “Brexit svizzera”. Si è così affermata l’idea che, in materia migratoria, le promesse valgono solo per chi ci crede.

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“No a una Svizzera da 10 milioni!” e Brexit nel Regno Unito: stesse cause, stessi effetti?

Questo contenuto è stato pubblicato al La Brexit ha avuto conseguenze migratorie inattese. Mentre in Svizzera si discute di un’iniziativa volta a ridurre l’immigrazione, che potrebbe rimettere in discussione la libera circolazione con l’UE, alcune voci invitano a trarre insegnamento da quanto accaduto nel Regno Unito.

Di più “No a una Svizzera da 10 milioni!” e Brexit nel Regno Unito: stesse cause, stessi effetti?

2) In un contesto geopolitico in continua evoluzione, la popolazione svizzera non ha voluto irritare l’Europa

Attaccando esplicitamente l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, l’UDC ha tentato ancora una volta di allontanare Berna da Bruxelles. Nonostante il discorso rassicurante degli esponenti della destra sovranista – “si tratta solo di una misura di ultima istanza” –, il popolo non si è lasciato ingannare: questa votazione offriva un’anticipazione dell’altro grande confronto politico che si profila all’orizzonte. Entro il 2028, infatti, l’elettorato avrà l’ultima parola sugli Accordi bilaterali III, un pacchetto che ha per obiettivo di stabilizzare e ampliare le relazioni tra la Svizzera e l’UE.

Un “sì” all’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” avrebbe lanciato un segnale decisamente negativo a Bruxelles. Eppure, stando ai sondaggi condotti prima del voto di domenica, una larga maggioranza della popolazione resta favorevole agli accordi bilaterali. Si tratta di indicazioni incoraggianti per il Governo federale, intenzionato a proseguire lungo la via bilaterale avviata un quarto di secolo fa con l’UE.

Anche il contesto geopolitico ha probabilmente giocato a favore del campo del “no”. Oggi l’UE appare come un alleato molto più affidabile e desiderabile rispetto a Cina e Stati Uniti, cosa che non era necessariamente evidente nel 2014, al momento dell’approvazione dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Anche se non si può di certo parlare di una dichiarazione d’amore esplicita, il voto di domenica testimonia comunque la volontà di stabilizzare una relazione la cui importanza è più che mai riconosciuta dalla maggioranza della popolazione svizzera.

>> L’impatto della libera circolazione sulla Svizzera:

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3) L’UDC continua a sognare un ritorno ai contingenti

L’UDC ha presentato il suo testo come “la Soluzione” con la S maiuscola per preservare la qualità di vita della popolazione svizzera. Lo ha difeso come una vera e propria scelta di società, accompagnandolo anche con argomentazioni di tipo ecologico.

La maggioranza dell’elettorato, tuttavia, non si è lasciata ingannare. Dietro le immagini di paesaggi idilliaci diffuse durante la campagna si delineava infatti un altro progetto. La destra conservatrice puntava in realtà a operare una selezione tra “cattivi” e “buoni” stranieri. Da un lato, intendeva limitare l’immigrazione legata all’asilo o al ricongiungimento familiare, considerata non produttiva. Dall’altro, voleva regolamentare l’arrivo degli “stranieri utili”: lavoratrici e lavoratori chiamati in Svizzera quando l’economia ne ha bisogno e destinati, teoricamente, a ripartire in seguito. In altre parole, si trattava di reintrodurre il sistema dei contingenti, ossia quote che permettono di adeguare il numero di persone immigrate alle esigenze economiche, ben noto in Svizzera nella seconda metà del XX secolo.

Questo progetto affonda le sue radici nella perdurante frustrazione dell’UDC per la mancata attuazione dell’iniziativa popolare “Contro l’immigrazione di massa” del 9 febbraio 2014. Tuttavia, le ricette degli anni Sessanta non sono più applicabili tali e quali. Il contesto europeo è profondamente cambiato: oggi portoghesi e italiani dispongono di migliori prospettive professionali nei loro Paesi e non sono più disposti a lavorare in Svizzera a qualsiasi condizione. Inoltre, la Confederazione resta legata alla propria tradizione umanitaria e non può quindi agire in modo completamente autonomo in materia di asilo.

4) Una votazione che ha rappresentato un banco di prova in vista delle elezioni federali del 2027

Quasi 15 milioni di franchi: è la cifra record investita dai due fronti in questa campagna. A poco più di un anno dalle elezioni federali del 2027, si è trattato della madre di tutte le battaglie della legislatura.

Qualità della vita, immigrazione e sovranità nazionale: l’UDC, decisa a consolidare il proprio ruolo di primo partito del Paese, ha concepito un’iniziativa che tocca le fondamenta stesse del modello elvetico. Nei manifesti, la campagna è rimasta relativamente moderata. Ma sui social network e nei materiali inviati a tutte le economie domestiche, il partito ha fatto leva sulle emozioni, contribuendo ad alimentare le tensioni. L’obiettivo era duplice: da un lato convincere l’elettorato centrista con argomenti concreti, come la pressione dell’immigrazione sulle infrastrutture; dall’altro compattare la propria base ricorrendo a toni xenofobi e spesso sopra le righe.

Sul fronte opposto, il mondo economico e la destra liberale hanno evocato lo spettro di una Svizzera destinata a perdere competitività e prosperità limitando l’accesso alla manodopera straniera. A sinistra, si è invece insistito sul doppio discorso dell’UDC: mentre il partito denuncia infrastrutture sature e la concorrenza della manodopera immigrata, in Parlamento vota regolarmente contro misure per calmierare gli affitti, contro i salari minimi e gli investimenti nel trasporto pubblico.

In questa sfida giocata sulla paura, l’UDC — partita da sola contro il resto dell’establishment politico — ha perso una battaglia, ma non certo la guerra. Puntando ancora una volta sul suo tema identitario, l’immigrazione, che gli ha garantito successi fin dai primi anni Duemila, il primo partito del Paese si è posizionato abilmente in vista del grande appuntamento del 2027.

5) La crescita demografica rimarrà al centro dei dibattiti

Il risultato risicato di domenica dimostra che l’UDC ha toccato diversi nervi scoperti. Circa il 45% delle elettrici e degli elettori ha espresso un certo disagio di fronte alla rapida crescita demografica del Paese. Carenza di alloggi a prezzi accessibili, infrastrutture sotto pressione, percezione di una Svizzera che cambia: reali o percepite, queste problematiche pesano sulla quotidianità di una larga parte della popolazione.

L’iniziativa dell’UDC ha avuto quantomeno il merito di portarle alla luce. Spetterà ora al mondo politico farsene carico negli anni a venire, poiché si tratta di questioni destinate a non scomparire come per incanto.

La popolazione svizzera dovrebbe superare i 10 milioni entro la metà del secolo. Anche nello scenario meno probabile di una crescita demografica debole, si stabilizzerà comunque oltre i 9 milioni.

Il Paese continuerà a fare ricorso all’immigrazione. Autorità e demografi lo ribadiscono: il fabbisogno di manodopera straniera, già evidente in settori come l’edilizia o la sanità, diventerà presto ancora più pressante a causa dell’invecchiamento della popolazione. Servirà nuova forza lavoro per finanziare il sistema pensionistico.

Trasformazioni di tale portata richiedono un accompagnamento adeguato: pianificazione mirata, investimenti e misure di integrazione. In caso contrario, la Svizzera continuerà a sentirsi sotto pressione, finendo per imputarne la responsabilità proprio agli immigrati.

6) La Quinta Svizzera non è stata presa sul serio dall’UDC

Gli svizzeri e le svizzere all’estero sono stati i grandi dimenticati dell’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”. Hanno perlomeno una magra consolazione: non sono stati presi di mira come in occasione della votazione sulla 13esima rendita AVS, quando erano stati tacciati di essere “egoisti” o “approfittatori”.

Questa volta l’Unione democratica di centro (UDC), tradizionalmente in buoni rapporti con la Quinta Svizzera, ha semplicemente trascurato di prendere in considerazione le persone che vivono all’estero. Il partito ha poi corretto il tiro promettendo di affrontare la questione nella legge di applicazione e ricordando che il diritto al rientro in patria resta comunque garantito dalla Costituzione.

Questa dimenticanza è comunque rivelatrice: il primo partito del Paese concepisce la libera circolazione soprattutto a senso unico, quello che permette agli stranieri e alle straniere di venire a lavorare in Svizzera. L’UDC tende a trascurare il fatto che questo accordo con Bruxelles va a vantaggio anche di quasi mezzo milione di potenziali elettori ed elettrici che scelgono di stabilirsi in un Paese dell’Unione Europea.

Articolo a cura di Mark Livingston

Traduzione di Daniele Mariani

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