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Perequazione finanziaria, Ticino sfavorito da Berna a causa dei frontalieri

Auto incolonnate alla dogana di Chiasso.
Ogni giorno quasi 80'000 lavoratori e lavoratrici frontaliere valicano il confine italo-svizzero per lavorare in Ticino. Keystone / Gaetan Bally

Berna considera il Ticino più ricco di quanto sia davvero, perché nel calcolo della perequazione include i redditi dei frontalieri ma non li conteggia come abitanti. Il risultato è un Cantone “ricco sulla carta”, che incassa meno fondi federali nonostante i costi di una frontiera molto frequentata. 

Il Consiglio di Stato ticinese non usa mezzi termini: la recente decisione del Consiglio federale di non modificare l’ordinanzaCollegamento esterno sulla perequazione finanziaria intercantonale almeno fino al 2030 rappresenta, a suo avviso, “una chiara mancanza di riconoscimento per la realtà del nostro Cantone”, un vero e proprio “schiaffo” che “mina la coesione nazionale e lo spirito di solidarietà svizzero”. 

È una presa di posizioneCollegamento esterno dura, che riaccende i riflettori su uno dei meccanismi più complessi e delicati del federalismo elvetico. La deputazione ticinese alle Camere incontrerà a giugno la responsabile delle finanze federali, Karin KellerSutter, per discutere anche di questo “no” federale. 

Ma quali sono le ragioni di tanta amarezza a sud delle Alpi? E soprattutto, cos’è esattamente questa perequazione finanziaria che ogni anno sposta miliardi di franchi da un capo all’altro della Svizzera? 

Il nodo dei frontalieri: ricchi sulla carta, meno nella realtà

Al centro delle rivendicazioni ticinesi vi è il calcolo del cosiddetto potenziale delle risorse, ovvero la capacità di un Cantone di generare entrate fiscali. La Confederazione misura la “forza” di un Cantone sommando tutti i redditi tassati sul suo territorio e dividendo il totale per il numero di abitanti residenti. Da questo valore medio pro capite dipende quanto un Cantone riceve o versa alla perequazione: più il reddito medio è elevato, minori sono gli aiuti federali. 

Nel caso del Ticino, nel potenziale delle risorse vengono inclusi anche i redditi delle frontaliere e dei frontalieri tassati alla fonte. Attualmente solo un quarto di tali redditi viene escluso: circa il 75% entra quindi nel calcolo della ricchezza cantonale. I frontalieri, tuttavia, non sono conteggiati come abitanti. In pratica, i loro redditi aumentano la ricchezza statistica del Cantone, ma il numero di persone su cui tale ricchezza viene divisa resta quello dei soli residenti. 

L’effetto è che il Ticino risulta artificialmente più “ricco” di quanto non sia nella realtà. Il reddito medio pro capite appare più elevato e, di conseguenza, il Cantone viene considerato meno bisognoso di aiuti perequativi. 

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Secondo il Governo ticinese, questo meccanismo è profondamente iniquo per i Cantoni di frontiera. Il Ticino, con un mercato del lavoro caratterizzato da un’altissima percentuale di lavoratrici e lavoratori frontalieri – circa un terzo delle persone occupate – che incide sia sul gettito fiscale sia sulle dinamiche salariali, e con salari medi inferiori alla mediana nazionale, finisce per apparire “molto più ricco di quello che effettivamente è”. 

Il grafico mostra bene come la percentuale di frontalieri attivi in Ticino sia decisamente superiore alla media svizzera: 

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I lavoratori e le lavoratrici d’oltreconfine, infatti, generano, sì, gettito fiscale, ma allo stesso tempo esercitano una forte pressione sulle infrastrutture, sui servizi pubblici, sul traffico e sul mercato del lavoro locale: costi strutturali che, secondo il Governo cantonale, il sistema federale attuale non riconoscerebbe adeguatamente. 

La beffa, per Bellinzona, è doppia. In primo luogo, la modifica dell’ordinanza – che avrebbe introdotto una nuova ponderazione del reddito dei frontalieri – era stata posta in consultazione e aveva incassato il sostegno della maggioranza dei Cantoni, che si erano espressi per un’entrata in vigore già nel 2027. In secondo luogo, il mancato adeguamento si traduce in una perdita stimata di circa 9 milioni di franchi all’anno per le casse cantonali ticinesi, già sotto pressione. 

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Nel 2026, il Ticino riceverà dalla perequazione circa 98,3 milioni di franchi (8,2 milioni in meno rispetto al 2025), pari a 279 franchi per abitante. Una cifra che il presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, ha paragonato a quella di un Cantone demograficamente e territorialmente simile come Friburgo, che però “riceve cinque volte di più” (490 milioni di franchi, ndr.), pur non dovendo “gestire da solo la frontiera Sud con delle sfide socio-economiche non paragonabili al resto del Paese”. 

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Cos’è la perequazione finanziaria?

Per comprendere appieno la portata della polemica, è necessario fare un passo indietro e analizzare il funzionamento della perequazione finanziaria nazionaleCollegamento esterno. Entrata in vigore nella sua forma attuale nel 2008, è il sistema con cui la Confederazione e i Cantoni ridistribuiscono le risorse per ridurre le disparità economiche e garantire a tutte le cittadine e i cittadini svizzeri servizi pubblici di base comparabili. 

Altri sviluppi

Il sistema non mira a rendere tutti i Cantoni uguali, ma ad assicurare che ognuno disponga dei mezzi necessari per adempiere ai propri compiti, indipendentemente dalla propria forza fiscale o dalle condizioni geografiche. Si fonda su due componenti principali, affiancate da misure temporanee. 

La prima è la perequazione delle risorse, che ha l’obiettivo di garantire ai Cantoni finanziariamente più deboli una dotazione minima pari all’86,5% della media svizzera. Questa componente è finanziata per il 60% dalla Confederazione e per il 40% dai Cantoni finanziariamente forti. 

La seconda è la compensazione degli oneri, volta a indennizzare i Cantoni che devono affrontare costi strutturali eccessivi dovuti a fattori geotopografici (come le regioni di montagna o l’altitudine) o sociodemografici (come i grandi agglomerati urbani o situazioni diffuse di povertà). In questo caso, il finanziamento è interamente a carico della Confederazione. 

Ogni anno, l’Amministrazione federale delle finanze ricalcola i flussi finanziari sulla base dei dati fiscali aggiornati. A intervalli regolari, il Consiglio federale valuta l’efficacia del sistema e propone eventuali correttivi. È proprio in questa fase di revisione che s’inserisce la bocciatura delle richieste ticinesi. 

I numeri del 2026: chi paga e chi riceve

I versamenti previsti per il 2026 fotografano bene gli equilibri economici del Paese. Complessivamente, il volume della perequazione raggiungerà i 6,4 miliardi di franchi, con un aumento di ben 227 milioni rispetto all’anno precedente (+3,7%). Questo incremento è dovuto in gran parte alla crescita delle disparità fiscali e all’aumento generale delle entrate. 

La parte principale è rappresentata dalla perequazione delle risorse (5,2 miliardi), seguita dalla compensazione degli oneri (900 milioni) e dalle misure temporanee (300 milioni). La Confederazione si assume circa due terzi dell’onere totale, pari a 4,3 miliardi. 

Tra i Cantoni donatori – quelli finanziariamente forti – si registra un avvicendamento storico: Ginevra, grazie agli utili eccezionali generati da imprese del settore energetico e del commercio di materie prime, diventa il maggiore contribuente assoluto con 543 milioni di franchi, superando Zurigo e Zugo. Zugo, tuttavia, rimane saldamente al primo posto se si considerano i valori pro capite, con 3’571 franchi. 

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Sul fronte dei beneficiari, Berna, Vallese e Argovia restano i Cantoni che ricevono i contributi più cospicui in termini assoluti, mentre Giura e Vallese si confermano le regioni strutturalmente più deboli. Come detto, sia il Ticino (98,3 milioni) che i Grigioni (210 milioni) vedranno diminuire i loro incassi rispetto al 2025. 

Un equilibrio delicato tra solidarietà e realpolitik

La decisione del Consiglio federale di rinviare ogni modifica sostanziale al prossimo rapporto sull’efficacia, previsto per il 2030, è stata motivata dalla necessità di “garantire la coerenza e la stabilità del sistema e di tenere adeguatamente conto dei diversi interessi dei Cantoni”.  

Dietro questa formula prudente si cela la pressione dei Cantoni donatori – soprattutto Ginevra, Zurigo, Zugo e Svitto – che vedono i propri contributi aumentare di anno in anno e sono storicamente restii ad avallare riforme che potrebbero aggravare il loro onere finanziario o modificare gli equilibri a favore dei Cantoni beneficiari. 

La perequazione finanziaria si conferma così uno strumento essenziale del federalismo svizzero, ma anche un cantiere perennemente aperto. Da un lato, vi è l’esigenza di mantenere la solidarietà confederale e correggere le disparità. Dall’altro, la necessità di non penalizzare eccessivamente i motori economici del Paese. 

In questo gioco di pesi e contrappesi, il Ticino si sente oggi lasciato solo a gestire le complessità di una frontiera porosa. Il Governo cantonale ha già preannunciato “ulteriori passi a salvaguardia degli interessi del Cantone”, paventando anche interventi sul fronte dei ristorni fiscali dei frontalieri, ovvero la quota delle imposte alla fonte svizzere riversata all’Italia, che nel 2025 ammontava a circa 120 milioni di franchi. 

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