Quando alle Olimpiadi il tempo smise di essere un’opinione
Alle Olimpiadi una medaglia può dipendere da un centesimo di secondo. Ma arrivare a considerare il tempo come un dato oggettivo, incontestabile e universale è stato un percorso lungo, segnato da polemiche, proteste e scandali. La storia quasi centenaria di Omega ai Giochi racconta anche questo: come il tempo sia diventato arbitro supremo dello sport.
In vista delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026Collegamento esterno, il CEO di Omega, Raynald Aeschlimann, ha ribadito il ruolo centrale dell’azienda di Bienne come cronometrista ufficiale dei Giochi. Una relazione che, in quasi 94 anni, secondo il manager va oltre il semplice rapporto commerciale per toccare i concetti di identità, responsabilità e, naturalmente, precisione svizzera.
“I Giochi Olimpici non sono uno strumento di marketing per Omega, ma parte integrante della nostra identità”, ha dichiarato Aeschlimann in un’intervista alla Weltwoche. “Non siamo sponsor, ma cronometristi: garantiamo risultati corretti, che sono il fondamento di emozioni, gioie, delusioni e momenti storici”.
Questa relazione di fiducia, spiega, è nata in un periodo di crisi globale alla fine degli anni Venti, quando il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) si affidò per la prima volta a un singolo partner per garantire misurazioni uniformi. “Essere ancora qui quasi un secolo dopo, dimostra che abbiamo onorato quella fiducia. Non misuriamo un evento sportivo qualsiasi, ma il più grande al mondo”.
Quando il tempo era ancora un’opinione
Questa “storia d’amore”, tuttavia, non è stata esente da momenti critici. Al contrario, alcuni degli episodi più significativi nel rapporto tra Omega e le Olimpiadi sono legati a controversie sul cronometraggio, specialmente nelle edizioni del Novecento, quando i limiti tecnologici erano ancora una realtà tangibile.
Un aneddoto emblematico risale alle Olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen 1936. Al debutto dello sci alpino, il tempo di partenza di uno sciatore veniva annotato su un foglietto di carta, che il concorrente successivo trasportava fisicamente a valle. Solo allora il cronometrista al traguardo poteva calcolare il tempo totale. In almeno un’occasione, il foglietto arrivò in ritardo e danneggiato, costringendo gli ufficiali a ricostruire l’ordine d’arrivo basandosi su cronometri manuali.
Non fu classificato come errore ufficiale, ma è diventato un aneddoto emblematico dei limiti strutturali del cronometraggio preelettronicoprima dell’avvento dell’elettronica.
Alle Olimpiadi di Londra 1948, le prime del Ddopoguerra, il tempo era ancora parzialmente misurato a mano. In alcune gare di atletica emersero discrepanze tra i cronometri e le valutazioni visive, evidenziando come il fattore umano costituisse un limite strutturale del sistema.
Roma 1960, lo spartiacque che cambiò tutto
Il più grande scandalo nella storia del cronometraggio olimpico avvenne a Roma 1960, durante una delle gare più attese: la finale dei 100 metri stile libero di nuoto. Quella sera, l’australiano John Devitt e lo statunitense Lance Larson toccarono il bordo della piscina quasi simultaneamente. Il problema sorse dalla discordanza dei sistemi di rilevazione: la maggior parte dei cronometri manuali indicava Larson come vincitore, ma i giudici di gara, basandosi sull’osservazione visiva, assegnarono la vittoria a Devitt. L’oro andò all’australiano, ma la decisione apparve subito fragile e controversa.
La questione superò l’ambito sportivo, rivelando una frattura fra tre livelli di autorità: il tempo misurato dagli strumenti, la percezione umana, e il verdetto ufficiale. Nonostante la protesta formale degli Stati Uniti, poi respinta dal Comitato olimpico internazionale (CIO), il risultato non fu mai annullato, ma lasciò una cicatrice profonda. La stampa internazionale parlò apertamente di arbitrio e di inadeguatezza del sistema di cronometraggio olimpico.
Paradossalmente, fu proprio questo scandalo a diventare un punto di svolta per Omega e per lo sport. Dopo Roma 1960, il CIO decretò che tutte le gare di nuoto dovessero essere cronometrate esclusivamente con sistemi elettronici automatici. Negli anni successivi, Omega sviluppò le piastre a contatto, che fermano il tempo nell’istante esatto in cui l’atleta tocca il bordo vasca, una vera rivoluzione per la misurazione della performance. Roma 1960 segnò così la fine di un’epoca: da quel momento, alle Olimpiadi, il tempo smise di essere “interpretato” per diventare, definitivamente, misurato.
L’evoluzione della precisione
Anche ai Giochi invernali non mancarono difficoltà. A Grenoble 1968, una delle prime edizioni quasi completamente elettroniche, si verificarono problemi di sincronizzazione nella visualizzazione dei tempi in alcune gare di sci alpino. I risultati finali furono corretti, ma l’episodio contribuì a rafforzare i sistemi di ridondanza e trasmissione dei dati: lo stesso evento viene misurato più volte, in parallelo, da sistemi indipendenti, così che nessun singolo guasto, errore o ambiguità possa decidere una medaglia.
Negli anni Settanta, le proteste cambiarono natura. A Montréal 1976, alcune medaglie furono assegnate per distacchi di pochi millesimi di secondo. Non si trattava di errori tecnici, ma di un nuovo dibattito: fino a che punto era “giusto” decidere una gara su differenze impercettibili all’occhio umano? Il CIO confermò i risultati, ma stabilì regole più chiare su arrotondamenti e comunicazione ufficiale dei tempi, rendendo vincolanti le norme delle varie Federazioni internazionali.
Da allora, con l’introduzione di sistemi digitali completamente ridondanti, non si registrano controversie ufficiali legate a errori di cronometraggio nelle Olimpiadi moderne, da Sydney 2000 fino a Parigi 2024.
Compito tecnico
Di fronte alle critiche sui costi e sulla politica dei Giochi, Omega mantiene il focus sul proprio ruolo. “La nostra funzione è chiaramente definita: forniamo precisione”, afferma Aeschlimann. A Parigi, ciò ha significato l’impiego di quasi 500 sistemi di cronometraggio e 600 tonnellate di materiale. “La perfezione per noi non è un optional, ma un prerequisito per risultati credibili”.
Alle Olimpiadi del 1932 un solo uomo cronometrava tutte le gare?
A Los Angeles, Omega inviò un unico tecnico dalla Svizzera con 30 cronografi meccanici per misurare ogni disciplina. Prima di allora, ogni giudice usava il proprio orologio, spesso non calibrato.
Il cronometraggio elettronico nel nuoto nasce da una polemica?
Dopo la controversa finale dei 100 metri stile libero a Roma 1960, il CIO impose l’uso esclusivo di sistemi elettronici. Da qui nascono le piastre a contatto che ancora oggi fermano il tempo quando vengono toccate dai nuotatori.
Nel 1968 si vede il tempo… ma non è ancora ufficiale
A Città del Messico 1968 il pubblico vede per la prima volta tempi elettronici con due decimali, ma per i record mondiali conta ancora l’arrotondamento al decimo. È una fase di transizione: la tecnologia c’è, la regola non è ancora pronta.
Il fotofinish non è una “foto normale”?
Le immagini al traguardo registrano una sottile striscia della linea d’arrivo nel tempo, non l’intero campo visivo in un istante. È per questo che mostrano atleti “allungati” o deformati.
I numeri del tempo in TV sono un’invenzione olimpica?
La sovrimpressione dei tempi in diretta televisiva debutta alle Olimpiadi invernali di Innsbruck 1964, grazie a un sistema sviluppato da Omega.
Ai Giochi non si misura solo il tempo finale.
Oggi vengono registrate velocità istantanee, accelerazioni, traiettorie e posizioni nello spazio. A Parigi 2024 Omega ha raccolto oltre un milione di dati, molti invisibili al pubblico.
Alcune medaglie sono state assegnate per pochi millesimi di secondo.
Negli anni Settanta, quando la precisione aumentò drasticamente, non mancarono proteste: da allora esiste una distinzione tra tempo misurato (normalmente, al millesimo di secondo) e tempo ufficialmente comunicato (normalmente, al centesimo di secondo).
In un mondo dominato dal digitale, il CEO difende il ruolo unico di Omega, la cui storia iniziò nel 1848 a La Chaux-de-Fonds. “La parte puramente tecnica costituisce forse il 5% del nostro lavoro. Il restante 95% consiste nell’accompagnare lo sport nel lungo termine, seguire eventi di test e sviluppare le discipline”. Una profondità di relazione che, a suo avviso, nessuna azienda tecnologica potrebbe eguagliare.
In qualità di ambasciatrice della Svizzera, Omega sente infine il peso della responsabilità: “Siamo l’unico marchio presente in tutti gli stadi e direttamente associato alla Svizzera. L’errore non è un’opzione: né tecnicamente, né simbolicamente”.
Se oggi un centesimo di secondo basta a decidere una vita sportiva, è anche perché il tempo, finalmente, ha smesso di essere un’opinione.
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