Lega dei Ticinesi, dall’anti-sistema alle stanze del potere ma il futuro è ancora da scrivere
La parabola del movimento politico tra scandali recenti, calo dei consensi e la tentazione di una "casa comune" con l'UDC. Un’analisi sull'evoluzione del leghismo tra Ticino e Italia.
Nata con un exploit di voti e mostrando una particolare capacità di leggere meglio di altri una realtà sociale e politica in evoluzione, negli anni Novanta la Lega dei Ticinesi ha occupato uno spazio pubblico che i cosiddetti partiti storici non riuscivano più a riempire. Un movimento di destra dai toni ruspanti, talvolta maleducati, che al contempo ha saputo dare voce alle necessità e ai bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, delle persone comuni in difficoltà socio-economiche.
Il “fenomeno Lega”, sia in Svizzera sia in Italia, è stato un punto di rottura con la politica per come era stata fatta prima dell’arrivo dei loro due leader carismatici, Giuliano Bignasca e Umberto Bossi. Questi ultimi non ci sono più da diversi anni (il primo è morto nel 2013, il secondo nel 2026 ma non ha più guidato il movimento dal 2013) e, anche a causa della loro assenza, il leghismo non è più lo stesso rispetto agli inizi.
I recenti scandali
Nella Svizzera italiana, il movimento sta affrontando uno scandalo legato alla persona di Claudio Zali, presidente leghista dimissionario del Governo cantonale, al centro di due differenti inchieste giudiziarie: un incarto è stato aperto a fine giugno per abuso di autorità e tentata coazione mentre un secondo procedimento penale riguarda reati contro l’integrità sessuale.
Nel frattempo, il Controllo federale delle finanze ha anche segnalato al Ministero pubblico una possibile violazione della leggeCollegamento esterno sui diritti politici da parte della stessa Lega dei Ticinesi. Nel pubblicare i dati sulle entrate finanziarie del 2025, che i partiti rappresentati nel Parlamento federale sono tenuti a segnalare ogni anno, il Controllo delle finanze ha infatti constatato che una delle dieci formazioni politiche mancava all’appello. La Lega sostiene di aver trasmesso regolarmente le informazioni richieste, sono quindi in corso verifiche.
Un’identità politica che vira ancor più a destra
Complici queste ultime novità, ma non solo queste, oggi, l’identità politica delle e dei rappresentanti in carica in quota Lega, così come quella degli elettori e delle elettrici, è meno chiara rispetto al passato. Inoltre, l’intenzione di unire le forzeCollegamento esterno tra la Lega dei Ticinesi e la sezione ticinese dell’UDC (Unione democratica di centro, destra sovranista) sembra piacere a entrambe le fazioniCollegamento esterno.
Al politologo ticinese e professore associato dell’Università di Ginevra Nenad Stojanovic, abbiamo chiesto se, malgrado la Lega strizzi l’occhio ai temi sociali e, talvolta, anche a quelli ambientali, la crisi del movimento non stia comunque portando fortuna all’UDC che, su questi ultimi argomenti, ha sempre avuto una linea da destra dura e pura.
A questo proposito, Stojanovic precisa innanzitutto due cose: “È vero che la Lega di Giuliano Bignasca e Flavio MaspoliCollegamento esterno aveva uno sguardo sociale: aveva avanzato la proposta della tredicesima mensilità dell’AVS – ora diventata realtà – così come di una cassa malati pubblica. Ma era soprattutto Bignasca ad avere questo lato sociale. I rappresentanti di oggi, come Norman Gobbi, Michele Foletti o Lorenzo Quadri, sono molto meno inclini a sostenere queste tematiche”. Quanto all’attenzione per l’ambiente, aggiunge, inizialmente non c’era del tutto nemmeno nella Lega, era un tema quasi unicamente legato a Zali.
“In politica due più due non fa sempre quattro”
Ciò che invece accomuna il movimento e la sezione ticinese dell’UDC resta forte. “Su temi come gli accordi bilaterali, i frontalieri, l’opposizione all’Unione Europea, eccetera, i due sono allineati”, precisa Stojanovic. “Detto ciò, in politica due più due non fa sempre quattro e non è matematico che gli elettori e le elettrici leghiste inizino a votare la lista comune”. Può anche darsi che l’elettorato deluso dalla Lega torni a non votare, suggerisce ancora il politologo, spiegando che molte delle persone che si sono riconosciute nel movimento lo hanno fatto avvicinandosi alle urne per la prima volta, senza cambi di bandiera.
C’è anche chi vota o votava Lega senza ammetterlo troppo ad alta voce?, gli chiediamo. “Era così nei primi anni del movimento, oggi si è istituzionalizzato: la Lega ha la maggioranza nel Governo cantonale e siede sulla poltrona di sindaco a Lugano, per citare alcune delle cariche più importanti. Non c’è quindi più bisogno di nascondersi”, asserisce.
Tornando al profilo delle rappresentanti e dei rappresentanti politici della Lega di oggi e a ciò che li accomuna con l’UDC, sembra profilarsi, anche in Ticino, un rafforzamento delle politiche di destra, così come è avvenuto negli ultimi anni in molte altre realtà svizzere. “L’UDC è un partito che non si rivolge direttamente alla classe lavoratrice, agli ultimi. È neoliberista e, al contrario della Lega, non è protezionista in economia”, spiega Stojanovic.
Questo però porta anche qualche rischio. “Essendo meno attento ai bisogni finanziari del cittadino medio, non è detto che in futuro riesca a captare tutti i voti dei leghisti”.
Un appoggio in calo da tempo
Intanto, però, i democentristi stanno in un certo senso confermando anche in Ticino il proprio successo a livello nazionale. A questa ascesa ha forse contribuito un calo dei consensi alla Lega iniziato ben prima dello scandalo Zali (vedi tabella sotto). “La Lega sta attraversando una crisi forte, ma il calo dei consensi è iniziato già nel 2015. Questo è dovuto a molti fattori – asserisce l’esperto – ma in particolar modo al fatto che è difficile mantenere una retorica anti-sistema e di rottura con le istituzioni se, come abbiamo visto poco fa, diventi tu stessa parte del sistema”.
Il tema dell’istituzionalizzazione del movimento, come vedremo più avanti, non tocca solo la retorica della Lega ticinese ma anche quella italiana.
“L’UDC è stata a lungo assente in tutta la svizzera romanda e in generale nei cantoni cattolici. Oggi ha riempito uno spazio rimasto scoperto dagli altri partiti: economicamente neoliberista e socialmente conservatrice. Uno spazio in cui, oggettivamente, c’è elettorato. Ha fatto un po’ più di fatica in Ticino per una questione di temi sovrapposti con la Lega ma sta avanzando: lo si è visto già nelle elezioni federali del 2023 quando il Ticino ha votato in maniera più marcata per l’UDC che per la Lega”, conclude Stojanovic.
Tra coesistenza e fusione
Le prossime elezioni cantonali saranno quelle in programma nel 2027 e daranno l’occasione di capire in che direzione si sta andando. Su quanto sia possibile una futura fusione totale tra Lega e UDC in Ticino, il politologo infine aggiunge: “A breve-medio termine si parla di ‘casa comune’, o neologismi simili, che prevedono la coesistenza sotto lo stesso tetto. A lungo termine, invece, non escluderei la fusione, anche se la coesistenza da indipendenti è possibile: è già successo in Vallese con le diverse anime del PPD (Partito popolare democratico, che oggi si chiama Centro) che, pur avendo una sezione chiamata ‘nera’ – perché più di destra – una ‘gialla’ – dall’animo cristiano-sociale – e una francofona, sono riuscite a convivere sotto il tetto e la coordinazione del PPD nazionale. Lo stesso potrebbero fare in Ticino Lega e UDC, appoggiandosi all’UDC nazionale”.
Inevitabile paragone
Se parliamo della Lega dei Ticinesi e della sua evoluzione storica, vale la pena, come accennato all’inizio, confrontare le particolarità della sua ascesa e dei momenti di perdita di consensi con quelli vissuti dalla Lega italiana.
Entrambi i partiti hanno avuto un ampio successo mostrandosi critici verso le classi dirigenti dell’epoca ed entrambi sono poi entrati nelle stanze del potere ritrovandosi costretti a cambiare linguaggio. Per comprendere analogie e differenze, abbiamo parlato con il docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Bergamo nonché fine conoscitore della Lega Paolo Barcella.
Tvsvizzera.it: La Lega dei Ticinesi e quella lombarda sono nate entrambe grazie a guide trascinanti che, meglio dei leader di partiti storici, hanno saputo cogliere tendenze e insoddisfazioni popolari e che oggi non ci sono più. Cosa accomuna oggi i due movimenti?
Paolo Barcella: I due partiti hanno avuto in comune anzitutto il fatto di rappresentarsi come movimenti “né di destra né di sinistra”, alimentati da una spinta popolare, capaci di parlare come le persone comuni, di interpretare gli interessi della “gente”, invece che quelli di classi specifiche o di gruppi sociali organizzati.
Ancora, hanno avuto in comune la capacità di presentarsi come novità assolute nel panorama politico dei loro contesti di riferimento, prive dei difetti dei partiti politici tradizionali che vedevano come strutture problematiche in sé, perché autoreferenziali e lontane dagli interessi popolari.
Inoltre, la Lega dei Ticinesi e la Lega lombarda sono stati precursori di stili, linguaggi, retoriche, forme di comunicazione politica che si sono imposti negli anni successivi. Aggiungerei, infine, due elementi di contenuto: la scelta di porre al centro dei loro programmi, sebbene in termini molto diversi, il rapporto tra centro e periferie e l’ostilità nei confronti del fenomeno migratorio.
In cosa invece non sono mai state simili?
Direi anzitutto che per la Lega lombarda il federalismo era un obiettivo da raggiungere, presentato come la soluzione a tutti i problemi, la forma di governo capace in sé di portare un Paese a un grado superiore di democrazia. La Lega lombarda trovava nella Svizzera un modello, proprio per questa ragione. La Lega dei Ticinesi si confrontava con una realtà in cui il federalismo c’era e quindi doveva porre in termini diversi la questione del rapporto tra centro e periferie.
La Lega lombarda parlava a nome delle regioni forti contro Roma. La Lega dei Ticinesi parlava a nome di un cantone che non si voleva vedere ridotto a un territorio trattato da Berna come periferia.
Paolo Barcella, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Bergamo.
Ancora, la Lega lombarda parlava a nome delle regioni forti, contro Roma, individuando nelle regioni meridionali elementi parassitari, che drenavano risorse a danno dei lavoratori e delle imprese settentrionali. La Lega dei Ticinesi parlava a nome di un cantone che, nella sua retorica, non si voleva vedere ridotto a una sorta di riserva indiana, a un territorio trattato da Berna e dai cantoni più forti come periferia da fruttare e depauperare, dove quelli della Svizzera interna si recassero solo per fare le vacanze, bere vino buono e sfruttare lavoro frontaliero.
Entrambe hanno subìto un calo di consensi e crisi di immagine, come ne escono a suo parere?
Io credo che, al di là di una perdita di immagine legata a fattori recenti, queste due formazioni paghino il fatto di essere oramai da decenni parte della classe dirigente dei loro rispettivi Paesi e, quindi, di non avere più la possibilità di presentarsi con le retoriche dei primi tempi, sciacquandosi agilmente di dosso la responsabilità dei problemi; in secondo luogo, mentre all’inizio della loro militanza potevano distinguersi per i toni e i linguaggi diretti, grevi, ostili al “politichese”, oggi vivono in un mondo in cui sono circondate da formazioni che parlano il loro linguaggio, o che lo superano largamente a destra, come nelle galassie trumpiane e mileiste più radicali; analogamente, la battaglia contro le migrazioni, che trentacinque anni fa le vedeva principali interpreti, oggi è diventata l’alimento cardine di una frequentatissima alleanza di formazioni di destra.
L’alleanza tra Lega e UDC, in Ticino, rischia di riproporre meccanismi simili alla relazione di amici-nemici che c’è tra Lega italiana e Fratelli d’Italia?
Indubbiamente sono partiti che si contendono segmenti di elettorato conservatore, persone sensibili alle stesse tematiche, ma con elementi di distinzione che hanno a che vedere con aspetti delle loro culture politiche di riferimento. C’è lo spazio per l’alleanza, ma anche quello per il conflitto.
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