La televisione svizzera per l’Italia

Il Parlamento svizzero riapre le porte al nucleare

centrale nucleare
La centrale nucleare di Leibstadt nel Canton Argovia è una delle tre ancora in funzione in Svizzera. Https: / / Visual.keystone-Sda.ch /

In Svizzera deve essere di nuovo possibile costruire centrali atomiche. Lo hanno deciso le Camere federali, abrogando il divieto in vigore da quasi dieci anni. L’ultima parola spetterà verosimilmente al popolo. Ma la realizzazione di un nuovo impianto non è per domani.

Nel maggio 2017, il popolo svizzero ha sancito la fine dell’energia nucleare, accettando con oltre il 58% dei voti una legge sull’energia che prevedeva lo spegnimento graduale delle centrali esistenti e il divieto di costruirne di nuove.

Una svolta che a quasi dieci anni di distanza, in un mondo che consuma sempre più elettricità e in cui l’approvvigionamento energetico è diventato meno sicuro, appare a molti un po’ azzardata.

Appare azzardata al Club Energia Svizzera, un’alleanza di ambienti borghesi, che ha lanciato un’iniziativa popolare denominata “Stop al BlackoutCollegamento esterno” che chiede di ancorare nella Costituzione il principio secondo cui “sono ammissibili tutti i tipi di produzione di energia elettrica rispettosi del clima”. Quindi anche l’energia nucleare.

Appare azzardata al Consiglio federale. Il Governo respinge l’iniziativa, che rappresenterebbe un “cambiamento radicale” nella ripartizione dei compiti in materia d’approvvigionamento energetico tra Comuni, Cantoni e Confederazione, ma si è detto favorevole alla revoca del divietoCollegamento esterno di costruire nuove centrali nucleari. Ha così presentato un controprogetto indirettoCollegamento esterno che modifica la Legge federale sull’energia nucleare in tal senso.

E finalmente appare azzardata anche alla maggioranza del Parlamento. Dopo un andirivieni tra le due Camere, giovedì il Consiglio nazionale ha deciso in via definitiva (con 108 voti contro 87) di approvare la proposta del Consiglio federale. Respinta invece l’iniziativa “Stop al Blackout”.

Contenuto esterno

Lasciare aperte tutte le possibilità

A far pendere l’ago della bilancia sono stati alcuni esponenti del Centro, che al pari dell’Unione democratica di centro e del Partito liberale radicale hanno votato a favore. Da notare che dieci anni fa era proprio stata la rappresentante centrista in Consiglio federale Doris Leuthard, in veste di responsabile del Dipartimento dell’energia, a difendere l’idea di uscire dal nucleare. Sul fronte opposto Verdi e Partito socialista, così come i Verdi liberali e altri rappresentanti del Centro.

Durante i dibattiti in aula, protrattisi su più giorni visto il numero di oratori ed oratrici annunciatisi (circa 100 solo in Consiglio nazionale), il fronte favorevole all’abrogazione ha insistito sul fatto che non si tratta di approvare un progetto specifico, bensì di lasciare aperte tutte le possibilità.

Revocare il divieto di costruire nuove centrali non significa inoltre dare un assegno in bianco all’energia atomica. Attualmente sul tavolo non c’è alcun progetto concreto e se anche ce ne fosse uno dovrebbe prima ottenere una licenza di massima, soggetta a referendum. E successivamente andrebbe elaborata una legge che dovrà definire, tra le altre cose, il finanziamento. E anche questa legge sarebbe sottoposta a referendum, ha spiegato in Consiglio degli Stati il liberale radicale Thierry Burkart.

>>> Il reportage (21 gennaio 2025) della trasmissione d’approfondimento della RSI dedicato al ritorno in auge del nucleare:

Contenuto esterno

Referendum in vista

Al di là delle opposizioni di principio a questa fonte energetica (gestione delle scorie, rischio di incidenti…), il fronte contrario avrebbe voluto rinviare il progetto al Consiglio federale affinché si faccia prima chiarezza sui costi, l’entità del sostegno da parte dello Stato e le conseguenze finanziarie.

“Nessuna azienda pianificherà un progetto da 100 milioni senza chiarezza finanziaria”, ha ad esempio sottolineato la deputata centrista Priska Wismer-Felder.

Se la proposta era stata accettata lunedì in prima lettura con due voti di scarto, giovedì in seconda lettura (e dopo che la Camera alta si era opposta) gli equilibri si sono leggermente modificati e la maggioranza del Consiglio Nazionale ha finalmente respinto l’idea di rinviare il dossier al Governo.

L’ultima parola spetterà verosimilmente al popolo. I Verdi hanno infatti annunciato l’intenzione di lanciare un referendum.

Gruppi energetici poco interessati

Anche nel caso in cui il referendum dovesse dar ragione a chi è favorevole all’atomo, la costruzione di una nuova centrale in Svizzera non è però certo per domani.

Negli ultimi anni, i più grandi gruppi energetici elvetici hanno investito sullo sviluppo di altre fonti, in particolare le rinnovabili, e non vedono per forza di buon occhio un ritorno al nucleare.

Interpellati dal Corriere del TicinoCollegamento esterno, i tre pesi massimi del settore – Axpo, BKW e Alpiq – indicano in sostanza che la costruzione di una nuova centrale non è tra le loro priorità.

I gruppi energetici elvetici ritengono che il quadro normativo attuale non sia favorevole. Solo se lo Stato si assumesse completamente i rischi finanziari, il gioco potrebbe eventualmente valere la candela.

“Uno sguardo all’estero mostra che le nuove centrali nucleari di ultima generazione vengono costruite solo laddove lo Stato le costruisce direttamente o ne affida direttamente la realizzazione”, sottolinea la BKW, citata dal giornale ticinese. Per il gruppo con sede a Berna, proprietario dell’impianto nucleare di Mühleberg, spento nel 2019 e attualmente in fase di smantellamento, la realizzazione di una nuova centrale in Svizzera presuppone “un ampio consenso della società sull’utilizzo dell’energia nucleare, che sia sostenibile per decenni anche in occasione di votazioni popolari. Attualmente in Svizzera tale consenso non esiste”.

persona che pulisce
Fino a pochi anni fa la Svizzera contava quattro centrali nucleari. Quella di Gösgen è stata spenta nel 2019 e sono iniziati i lavori di smantellamento, che si protrarranno fino al 2034. Keystone / Peter Klaunzer

Tempi molto lunghi

In un’intervistaCollegamento esterno pubblicata sul sito della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), il professore Maurizio Barbato sottolinea dal canto suo le tempistiche per la costruzione di un nuovo impianto.

“Se ci limitassimo al lavoro ingegneristico, tecnicamente in 5-7 anni sarebbe possibile realizzare e mettere in rete un nuovo impianto”, afferma il direttore dell’Istituto di ingegneria meccanica e tecnologia dei materiali della SUPSI.

L’Europa non è però la Cina: “Dal momento in cui si decide di costruire una nuova centrale, bisogna calcolare tempi superiori ai 10 anni: c’è la progettazione, la scelta del terreno, l’accettazione da parte della popolazione, tutto l’iter burocratico ed eventuali opposizioni e ricorsi”. “Gli ultimi esempi europei, come Flamanville in Francia e Olkiluoto in Finlandia, hanno richiesto tempi ancora più lunghi”, prosegue Barbato.

Per il professore della SUPSI sarebbe più sensato far funzionare il più a lungo possibile le centrali esistenti: “Parlare oggi di nuove costruzioni significa proiettarsi come minimo al 2040. E intanto cosa facciamo? Gösgen e Leibstadt possono ancora vivere a lungo, Beznau è un po’ più vecchiotta, ma anche in quel caso si può definire fino a quando potrà operare. A mio avviso, in questa fase, se ben monitorate le attuali centrali possono aiutarci nella transizione energetica”.

infografca che mostra dove si trovano le centrali nucleari in svizzera
Kai Reusser / swissinfo.ch

Dibattito rilanciato anche in Italia e Germania

Al di là delle tempistiche, la Svizzera non è l’unico Paese occidentale che, dopo aver detto addio al nucleare, ci sta ripensando.

In Italia, dove dopo il disastro di Cernobyl del 1986 erano state chiuse le tre centrali in attività, proprio in questi giorni la Camera ha dato il suo via libera a un disegno di legge che riapre le porte allo sfruttamento dell’energia atomica.

Con l’approvazione del ddl – che dovrà ancora passare lo scoglio del Senato – sono state poste le basi “affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile, quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha commentato il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.

“Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza – ha proseguito Pichetto Fratin -. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro.

Dal canto suo, la Germania, che sulla scia di Fukushima ha spento le ultime tre centrali il 15 aprile 2023, sta valutando se non abbia commesso uno sbaglio.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di “errore strategicoCollegamento esterno”. Un termine usato anche dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che era stata tra le prime a rallegrarsi dell’uscita accelerata dal nucleare decisa da Angela Merkel nel 2011.

Difficilmente la Germania farà però marcia indietro con il Governo attuale. Merz ha dichiarato di non ritenere realista il ritorno all’atomo, mentre il ministro dell’ambiente Carsten Schneider ha sottolineatoCollegamento esterno che invece di “puntare sul miraggio nucleare, il Paese preferisce fare affidamento su alternative migliori, più sicure e più economiche”.

Berlino non ha però rinunciato alla ricerca in questo ambito: il Governo ha infatti stanziato oltre due miliardi di euroCollegamento esterno per il programma Deutschland auf dem Weg zum Fusionskraftwerk. L’obiettivo è, tra le altre cose, di costruire nei prossimi anni una piccola centrale dimostrativa che funziona con la fusione nucleare.

Articoli più popolari

In conformità con gli standard di JTI

Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative

Se volete segnalare errori fattuali, inviateci un’e-mail all’indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.

SWI swissinfo.ch - succursale della Società svizzera di radiotelevisione SRG SSR

SWI swissinfo.ch - succursale della Società svizzera di radiotelevisione SRG SSR