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Un istituto svizzero nel cuore della Grande Mela

Non capita a tutti di ricevere a 29 anni (correva l’anno 2015) un compito così difficile: quello di reggere le sorti dello Swiss Institute di New York, un’istituzione culturale piccola (se rapportata ad altre simili) ma molto attiva e stimata nel mondo dell’arte contemporanea. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 07 gennaio 2019 - 11:08
Claudio Moschin, New York

Un settore, quello dell'arte contemporanea, in cui la (piccola) Svizzera vanta un prestigio quasi unico, non solo, per esempio, per una manifestazione “mondiale” come Art Basel ma anche per i suoi tanti, importanti nomi di artisti che hanno creato un ponte attraverso l’oceano. 

Basti pensare a John Armleder, Pipilotti Rist, Urs Fischer, Olaf Breuning, Fischli/Weiss, senza dimenticare dealer e collezionisti svizzeri come Iwan Wirth, Simon de Pury e Uli Sigg. 

Noi siamo andati a incontrare Simon Castets proprio nel suo istituto a New York,Link esterno al 38 St. Mark’s Place nel quartiere East Village, per farci raccontare le iniziative dell’istituto e quel che ha in mente di fare.


Nato nel 1984 a Caen, in Normandia, spostatosi a Parigi a 17 anni per studiare Lettere prima, Legge e Storia dell’Arte poi (con un Master in Cultural Management all’Università di Scienze Sociali), Simon Castets è arrivato a New York ventiduenne per iscriversi al Master in Curatorial Studies della Columbia University, e da lì ha preso il volo.

Castets è stato anche co fondatore, con Hans-Ulrich Obrist, della piattaforma 89plus, che serve a lanciare e sostenere artisti nati dopo l’anno fatidico in cui è caduto il muro di Berlino. Ha curato la mostra collettiva "Champs Elysées" con Julie Boukobza e Nicola Trezzi, al Palais de Tokyo, a Parigi. Altri progetti recenti includono una mostra personale di Sarah Ortmeyer a Federico Vavassori, a Milano; le mostre collettive "Cherry Picking" al Karma International di Zurigo, "A Stone Left Unturned" a Yvon Lambert a Parigi, e "Aftermath" alla Taka Ishii Gallery, a Kyoto, Giappone.

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