Sei consiglieri federali per le vie di Lugano
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Anche i rapporti con l'Italia dietro la visita ticinese del governo svizzero
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Il Ticino è stato meta ieri di una visita del Consiglio federale, il governo svizzero. Non è un avvenimento frequente, tutt’altro. E vale forse la pensa di spiegare i motivi che hanno portato l’esecutivo federale a questa decisione.
Tutto parte dalla controversa votazione contro l’immigrazione di massa. I risultati, quel 9 febbraio, parlarono chiarissimo. Se la Svizzera approvò di misura l’iniziatica udc, il Ticino la plebiscitò o quasi. Un segnale relativo al malessere di uno dei cantoni finanziariamente più deboli, di quello più discosto dal centro economico e politico della nazione, e che rappresenta la culla della minoranza linguistica italiana.
Il segnale è stato recepito, tanto che immediatamente il Consiglio federale fece, almeno a parole, mea culpa ammettendo che andava fatto qualcosa per il Ticino.
La visita con annesso bagno di folla di questi giorni, che interviene ad alcuni mesi alla votazione, ma a ridosso di un’altra tornata di votazioni importanti, è uno dei modi con i quali si tenta di correre ai ripari. Un’operazione di marketing l’ha definita qualcuno. Senz’altro lo è. L’incontro però potrà avere un effetto positivo, a patto che oltre a metterci la faccia,. Il Consiglio Federale ci metta anche i fatti.
E i fatti dovranno riguardare i punti nevralgici del malessere, che non ha smesso di montare: dumping salariale, freno al frontalierato, controlli al confine e viabilità. Tutti problemi reali, ma di difficile soluzione proprio perché direttamente connessi alla politica estera ed ai rapporti con l’Unione Europea. Rapporti che la famosa votazione del 9 febbraio non ha certamente facilitato.
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