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Geopolitica La dimensione domestica ed internazionale del referendum ungherese

(tvsvizzera)

Il referendum con cui domenica scorsa il governo ungherese chiedeva ai cittadini di respingere le quote d'accoglienza dei rifugiati imposte dall'Unione Europea ha mancato il quorum previsto per legge. La bassa affluenza segna la (parziale) sconfitta domestica del premier Viktor Orbán, chiamato ora a rispondere al malcontento della classe media per le negative condizioni economiche. Ma non ne inibirà le ambizioni internazionali, né il tentativo di ergersi a guida ideologica dell'Europa Centrale. Così non frenerà la progressiva implosione dell'architettura comunitaria, palesata proprio dalle convulsioni registrate nella sfera di influenza tedesca.

Nonostante 3,25 milioni di ungheresi abbiano votato contro la ripartizione dei rifugiati voluta da Bruxelles (il 98% dei voti validi), questi costituiscono appena il 43% degli aventi diritto e la consultazione ha dunque valore politico ma non legale. A determinare tanto astensionismo è stata soprattutto l'insofferenza dei cittadini per la difficile congiuntura economica, non il loro (insospettabile) europeismo. In particolare pensionati e dipendenti pubblici reclamano condizioni di vita migliori, mentre la restante classe media pretende dal governo una politica economica meno scenografica e maggiormente concreta. Il referendum si è tramutato nell'occasione per richiamare l'attenzione sui problemi interni, peraltro ritenendone scontato l'esito in termini di preferenze.

Orbán dovrà ora affrontare le lamentele dei suoi concittadini, ma non abbandonerà il proposito di guidare la «rivoluzione sovranista» ordita contro Bruxelles dalle nazioni mitteleuropee. Specie perché ampiamente condivisa dalla stessa opinione pubblica nazionale, animata da spirito vetero-risorgimentale dopo decenni di dominio sovietico ed assai restia a riconoscere come legittima qualsiasi entità sovranazionale. Assieme agli altri paesi di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia) e dell'Europa centro-orientale, l'Ungheria continuerà a disattendere le richieste della Commissione europea e a considerare la costruzione comunitaria come un semplice diaframma tra il (supposto) progresso economico e la collocazione nel fronte occidentale, sotto l'ombrello militare americano. Nulla di più. Così nelle ultime ore il governo ceco ha annunciato l'intenzione di espellere i rifugiati e il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, s'è detto contrario all'imposizione delle quote d'accoglienza.

Segnali della prossima, ulteriore disgregazione dello spazio comunitario. Soprattutto perché scaturiti nella tradizionale sfera di influenza politica ed economica della Germania, ovvero dell'unico paese potenzialmente in grado di tramutare l'Unione europea in un soggetto geopolitico compiuto. Benché siano parte del sistema produttivo teutonico, in questa fase le nazioni mitteleuropee si mostrano perfettamente indifferenti alla leadership di Berlino, ignorandone gli appelli in materia di immigrazione e diritti umani. Con l'Ungheria alla testa del fronte dei "ribelli". Nonostante l'esito referendario.

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