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Da Pirelli a Pininfarina: quando l’Asia fa shopping industriale in Italia

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di Aldo Sofia

“E adesso come la metti? – sorride l’amico -: l’ultima volta hai scritto che anche a causa della corruzione l’Italia è maglia nera per investimenti esteri nell’Unione Europea, ed invece ecco che la Cina si prende la Pirelli”.

Se è per questo, quasi nelle stesso ore dello “scivolone” dei noti pneumatici verso gli acquirenti di Pechino, arriva la conferma che un altro pezzo importante del made in Italy potrebbe finire presto in mani straniere. È infatti confermato che l’indiana Mahindra, grande produttore di SUV, e negli scorsi anni assai attiva nello shopping di case automobilistiche in difficoltà, è in trattative per l’acquisto di Pininfarina, il celebre carrozziere torinese che ha disegnato alcune più belle auto italiane. E il titolo vola in Borsa.

Tasselli di uno storico mosaico manifatturiero, autentici simboli nazionali, che per sopravvivere o assicurarsi un futuro sono costretti a mettersi sul mercato mondiale. “Questa però non è attrazione degli investimenti – dice Giuseppe Berta, docente alla Bocconi e autore di La via del Nord, dal miracolo economico alla stagnazione”, commentando il caso Pirelli – : attrazione degli investimenti significa partecipare ad attività economiche promosse dall’Italia, mentre qui siamo di fronte alla mera alienazione di parti del nostro apparato manifatturiero…Stiamo così assistendo alla destrutturazione degli assetti economici del Paese”. Insomma, una cosa è acquistare l’esistente, altra cosa è investire per creare nuove imprese.

Cuore e testa della Pirelli rimarranno comunque in Lombardia, almeno per i prossimi sei anni, ripetono i difensori dell’ “operazione cinese”. Del resto attualmente il numero e il valore di fatturato delle imprese a capitale italiano in Cina è superiore a quelle cinese nel Bel Paese. E vi sono altre aziende italiane (ad esempio Luxottica che compra l’americana Ray Ban, o Barilla la francese Harry’s) che si sono mosse alla conquista di prestigiose etichette straniere.

Ma l’amaro in bocca rimane quando un ennesimo asset importante del Paese viene acquisito da capitali esteri. E negli ultimi anni vi sono state grandi marchi italiani presi letteralmente d’assalto. Il settore del lusso, per esempio. O il mercato degli alimentari, dove particolarmente attiva è stata la svizzera Nestlé, la più grande azienda mondiale del settore.

È vero che un processo di de-industrializzazione non esclude la possibilità di significativi recuperi. Come negli ultimi anni è per esempio avvenuto per gli Stati Uniti. Ma oltre Atlantico l’economia si è rimessa in cammino. In Italia rischia invece di marciare sul posto (della crisi). Dal 2009 le imprese fallite in Italia sono state oltre 45 mila. Quest’anno il Pil dovrebbe ottimisticamente crescere dello 0,6 per cento, contro l’1,3 dell’Eurozona. In sostanza, significa che se la Penisola riprende a camminare gli altri ricominciano a correre.

Troppo poco per schivare altri acquisti stranieri. Del resto, già due anni fa l’Unione Europea aveva lanciato l’allarme: “In Italia è in atto una vera de-industrializzazione”. Ed il rapporto di Bruxelles portava la firma di un commissario italiano, Antonio Tajani. E, si sa, la de-industrializzazione rimane la madre di tutte le crisi. Economica, sociale, occupazionale.

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