Vannacci, il generale che sfida Giorgia Meloni da destra
Roberto Vannacci guadagna terreno alla destra di Giorgia Meloni, mentre l’avanzata di UniCredit in Commerzbank mette Berlino sulla difensiva. Nella rassegna dei media svizzeri trovano spazio anche l’eredità politica di Emma Bonino e il dibattito sull’ascesa del Monte Bianco da parte di un bambino italiano di soli nove anni.
Vannacci, il generale che agita la destra di Meloni
Iniziamo la rassegna ritornando alla vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt che ha fatto sentire i suoi effetti fino a Roma, dove ha riportato alla luce le crepe della maggioranza di destra. Come scrive la Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno (NZZ), Matteo Salvini l’ha salutata come una “vittoria sensazionale”, Antonio Tajani di Forza Italia l’ha definita “una notizia terribile” e Giorgia Meloni ha scelto il silenzio. Una scelta tutt’altro che casuale: per la NZZ l’esito tedesco rappresenta un avvertimento, perché Roberto Vannacci sta costruendo una formazione in grado di erodere consensi agli stessi partiti di Governo.
La sua Futuro Nazionale, definita dal Foglio “Alternativa a Meloni”, sarebbe vicina all’8% nei sondaggi, davanti alla Lega ,al 4,4%, e a Forza Italia, poco sopra il 7%. Il quotidiano zurighese legge nella sua ascesa la prova che esiste spazio persino alla destra della destra di Governo. Meloni può rivendicare la riduzione degli arrivi irregolari; Vannacci insiste però su migrazione, ordine pubblico, famiglia, rifiuto della cosiddetta “ideologia gender” e maternità surrogata con toni ancora più netti. Il menù è simile, osserva la NZZ, cambia la quantità di peperoncino.
La distanza maggiore riguarda la politica estera. Vannacci viene presentato come un avversario dell’Unione europea e come una figura vicina alle posizioni di Vladimir Putin, più affine quindi all’AfD che a Meloni. La Neue Zürcher Zeitung ricorda che è stato addetto militare a Mosca fra il 2021 e il 2022 e che il Financial Times lo ha definito un “cavallo di Troia della Russia”. Il giornale richiama inoltre alcune inchieste italiane sui suoi presunti legami con ambienti governativi russi.
L’uomo che oggi inquieta Palazzo Chigi avrebbe dovuto inizialmente aiutare Salvini ad allargare la Lega. Eletto al Parlamento europeo nel 2024, se ne è progressivamente separato e nel febbraio 2026 ha annunciato Futuro Nazionale. Esponenti leghisti, racconta la NZZ, hanno commentato con un’immagine al vetriolo: è salito sul taxi della Lega per farsi portare a Strasburgo, poi è sceso senza pagare. Il bestseller autopubblicato Il mondo al contrario, con attacchi a femministe, migranti e omosessuali, lo ha proiettato sulla scena nazionale.
Al Forum Ambrosetti di Cernobbio, Mario Monti gli ha contestato la “rinascita della narrativa, della retorica e dello spirito del fascismo”. La NZZ conclude che i partiti italiani non hanno ancora trovato una risposta: nessuna barriera politica sul modello tedesco, ma molta incertezza.
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Commerzbank-UniCredit, quando una banca diventa una questione nazionale
L’AgefiCollegamento esterno racconta una realtà scomoda per Berlino: UniCredit è sempre più vicina al controllo di una grande banca tedesca e Berlino non ha strumenti per impedirlo. L’istituto guidato da Andrea Orcel ha portato la propria partecipazione in Commerzbank a quasi il 50%. Se in passato il Governo tedesco aveva definito l’operazione “aggressiva”, oggi il ministro delle Finanze Lars Klingbeil chiede negoziati “con responsabilità”. In altre parole: il pretendente non è gradito, ma è già in salotto.
Come riferisce L’Agefi, Berlino vuole tutelare il ruolo di Commerzbank nell’economia tedesca e il futuro di oltre 40’000 dipendenti. La banca è il secondo istituto privato del Paese e finanzia numerose imprese, anche all’estero. Per questo il Governo chiede che resti quotata in Borsa, mantenga la sede a Francoforte, conservi la rete internazionale e non faccia pagare il costo dell’operazione ai lavoratori e alle lavoratrici. Sul tavolo c’è anche la richiesta di un accordo industriale con una prospettiva di almeno cinque anni.
Il problema, osserva la Süddeutsche ZeitungCollegamento esterno, è che molte di queste condizioni assomigliano più a desideri che a obblighi. Lo Stato tedesco possiede il 12,7% di Commerzbank, quota ereditata dal salvataggio pubblico del 2008. UniCredit controlla invece quasi metà del capitale. Berlino può esercitare pressione politica, ma non dispone di uno strumento giuridico che consenta di bloccare l’acquisizione di una banca tedesca da parte di un altro gruppo bancario europeo. Inoltre, la vigilanza della Banca centrale europea sembra guardare con favore alla nascita di un campione bancario continentale di maggiori dimensioni.
C’è però un terreno sul quale, secondo il commento della Süddeutsche Zeitung, il Governo tedesco non dovrebbe cedere: i due seggi nel consiglio di sorveglianza della banca, un organo di vigilanza composto da rappresentanti degli azionisti e dei lavoratori, ottenuti nel quadro degli accordi del 2008. Non rappresentano un diritto di veto, ma costituiscono un importante elemento di equilibrio. Se Orcel decidesse di sostituire Jens Weidmann o Bettina Orlopp con manager di sua fiducia, quella presenza pubblica acquisterebbe un peso politico non trascurabile. In un consiglio diviso tra gli interessi di chi detiene le azioni e del personale impiegato, anche pochi voti possono fare la differenza.
Dal punto di vista industriale, la fusione presenta una logica evidente, scrive l’Agefi. Commerzbank è ben radicata in Polonia, mentre UniCredit è forte in Austria e Repubblica Ceca. Insieme darebbero vita a una presenza particolarmente solida nell’Europa centrale. In Germania, tuttavia, prevale un timore molto concreto, secondo la Süddeutsche Zeitung: una graduale perdita di autonomia e uno spostamento delle decisioni strategiche verso l’Italia.
Emma Bonino, una voce radicale che parlava a un Paese intero
I media svizzeri raccontano la morte di Emma Bonino, a 78 anni, come la scomparsa di una figura radicale ma non marginale. I quotidiani romandi 24 heuresCollegamento esterno e Le TempsCollegamento esterno la definiscono una delle personalità politiche più popolari e rispettate d’Italia: femminista, già commissaria europea e ministra degli esteri, protagonista delle grandi battaglie civili del Paese. Più Europa l’ha definita una delle figure “più lucide, coraggiose e libere” della storia italiana e del mondo libero. Formule commemorative, certo, ma che raccontano il posto singolare occupato da Bonino nella vita pubblica della Penisola.
Il rispetto è arrivato anche da chi ne era politicamente lontanissimo. Come osserva Le Temps, Giorgia Meloni le ha riconosciuto una “voce importante e riconoscibile”, capace di difendere le proprie idee con determinazione. Nel 2022 Bonino scrisse di non condividere “una sola parola, una sola proposta” della futura premier. Due visioni distanti, senza che questo cancellasse il rispetto reciproco. In un’epoca in cui la stima trasversale è sempre più rara, anche questo dice molto del personaggio.
La battaglia che più di ogni altra ne fissò l’immagine pubblica fu quella per il diritto all’aborto. Nata nel 1948 a Bra, Bonino aderì al Partito radicale dopo un’esperienza personale: a 27 anni rimase incinta e, quando l’interruzione di gravidanza era illegale, affrontò un aborto che descrisse come difficile, costoso e umiliante. “L’umiliazione era così intensa”, ricordò, “che mi dissi: mai più, per nessuno”. 24 heures ricorda la fondazione nel 1975 del CISA, il Centro di informazione sulla sterilizzazione e l’aborto, l’elezione alla Camera nel 1976 e la legalizzazione dell’aborto nel 1978.
Il suo impegno si estese ben oltre quella battaglia: divorzio, droghe leggere, nucleare, pena di morte, cause umanitarie, Europa e migranti. WatsonCollegamento esterno ripercorre una carriera che la portò dalle campagne radicali alle istituzioni, da commissaria europea a ministra delle Politiche europee e degli Esteri. Ricorda anche la candidatura alla presidenza della Repubblica nel 2013, quando guidò a lungo i sondaggi. La sua autorevolezza non nasceva soltanto dalla protesta, ma dalla capacità di tradurla in azione politica e istituzionale.
Dopo il tumore al polmone del 2015, Bonino appariva spesso con i suoi caratteristici turbanti colorati. Nel 2025 disse che il corpo la stava abbandonando e che pagava il prezzo di averlo usato per decenni “come arma politica”. Per Roberta Metsola, citata da Le Temps, Bonino non aspettava che il mondo fosse pronto: andava avanti, indicando agli altri la strada. Una sintesi efficace di una vita politica destinata a lasciare un segno duraturo.
Sul Monte Bianco a nove anni, fra critiche e record da verificare
Chiudiamo con una notizia che non fa l’unanimità. 20 minutesCollegamento esterno racconta l’ascesa del Monte Bianco da parte di Lelio Massimo, un bambino italiano di nove anni di Roccasecca, che ha acceso il dibattito sui social: prima delle congratulazioni, scrive la testata elvetica, sono arrivate le critiche. C’è chi la considera un’impresa troppo pericolosa, chi accusa il padre di esibizionismo e chi dubita che la scelta sia davvero partita dal figlio. Si tratta di reazioni online, non di elementi verificabili sulle motivazioni della famiglia, ma sufficienti a spiegare perché questa vicenda non venga letta soltanto come un exploit alpinistico.
La famiglia presenta la salita del 4 settembre come un record: Lelio sarebbe il più giovane alpinista ad avere raggiunto la vetta del Monte Bianco, a 4’807 metri. Come scrive la Basler ZeitungCollegamento esterno, l’ascensione è stata festeggiata al Rifugio del Goûter, circa mille metri sotto la cima. Il custode Antoine Rattin avrebbe confermato a Der Spiegel la probabile riuscita dell’impresa, senza però poter attestare che si tratti del più giovane alpinista in assoluto ad aver raggiunto la vetta. Secondo Alpin, il primato noto appartiene a un britannico che aveva dieci anni. Al momento non risulta alcun riconoscimento ufficiale della nuova rivendicazione. Persino il percorso seguito resta incerto, anche se il portale specializzato ipotizza la via più battuta dal Goûter.
Il padre, Valerio Massimo, sostiene di aver preparato l’ascesa con grande attenzione. Come riferisce sempre la Basler Zeitung, padre e figlio hanno trascorso la notte al Refuge Albert Premier, a 2’704 metri, al Rifugio Torino, a 3’375 metri, e infine al Goûter, a 3’835 metri. Massimo, che in passato ha scalato Everest, Cho Oyu e K2, afferma di aver monitorato la saturazione del figlio con un pulsossimetro senza rilevare anomalie. 20 minutes aggiunge che Lelio aveva già maturato esperienza escursionistica negli Appennini, nelle Dolomiti e sulle montagne svizzere. Il padre insiste su un punto: il bambino ama la montagna, non i record.
Resta però aperta la questione dell’alta quota. La Basler Zeitung osserva che i bambini possono acclimatarsi, ma che per le persone in tenera età le evidenze scientifiche restano limitate. La commissione medica dell’Unione internazionale delle associazioni alpinistiche raccomanda quindi un adattamento graduale e una particolare attenzione ai sintomi. Nella Young Everest Study – cita il quotidiano basilese – nove bambini tra i sei e i tredici anni portati a 3’500 metri hanno registrato un marcato calo della saturazione, pur rimanendo in gran parte sani dopo una settimana. Allo Jungfraujoch, a 3’450 metri, 18 bambini su 48 hanno sviluppato sintomi lievi di mal di montagna acuto. Il comune francese di Saint-Gervais-les-Bains raccomanda il Monte Bianco soltanto dai 16 anni e sconsiglia l’alta quota agli under 15. Dell’impresa del ragazzino, conclude la Basler Zeitung, restano per ora due elementi: un’ascesa considerata verosimile e un record ancora da confermare.
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