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Seveso, 50 anni dopo, la nube tossica che cambiò l’Europa

Un avviso a Seveso che informa che la zona è inquinata.
L'avviso agli automobilisti di passaggio in autostrada. KEYSTONE/Str

Il 10 luglio 1976 una nube tossica si alzò dallo stabilimento chimico ICMESA di Meda, in Brianza, e si spinse verso Seveso e i comuni vicini. Quello che inizialmente sembrò un guasto industriale si rivelò presto uno dei più gravi disastri ambientali della storia europea.

A cinquant’anni di distanza, Seveso non è soltanto il nome di una cittadina lombarda. È diventato il simbolo dei rischi legati all’industria chimica e della necessità di proteggere la popolazione e l’ambiente. Quella tragedia cambiò per sempre il rapporto tra industria, territorio e sicurezza, lasciando un’eredità che ancora oggi influenza le politiche europee.

Una fabbrica contestata da anni

L’ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria) sorge in una zona densamente abitata. Da tempo residenti e amministratori locali denunciavano cattivi odori, emissioni e problemi ambientali.

La società appartiene alla svizzera Givaudan, a sua volta controllata dall’azienda farmaceutica Hoffmann-La Roche di Basilea. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, lo stabilimento avvia la produzione di sostanze chimiche destinate all’industria dei diserbanti e dei disinfettanti, una riconversione produttiva che non fu mai comunicata alle autorità locali.

>> Seveso, 50 anni dopo, e l’intervista della RSI a Stefania Senno, bambina simbolo del disastro:

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Il giorno della nube

Sabato 10 luglio 1976, alle 12:28, qualcosa va storto all’interno del reattore chimico A101. La temperatura aumenta in modo incontrollato, innescando la formazione di diossina TCDD. La pressione crescente fa scattare il dispositivo di sicurezza, che evita l’esplosione del reattore, ma scarica direttamente nell’atmosfera la diossina senza alcun filtro di contenimento.

Per circa venti minuti una nube biancastra si disperde nell’aria e il vento la trasporta sopra Seveso, Meda, Cesano Maderno e altre località della Brianza. Nessuno, in quel momento, immagina che contenga diossina TCDD, una delle sostanze più tossiche mai sintetizzate dall’uomo.

Gli abitanti non vengono allarmati, né c’è un’immediata percezione di trovarsi di fronte a un evento destinato a entrare nei libri di storia.

I giorni del silenzio

Nei giorni successivi gli abitanti notano fenomeni inquietanti. Le foglie degli alberi ingialliscono, gli animali domestici e quelli da cortile iniziano a morire e molte persone lamentano irritazioni agli occhi e alla pelle.

La popolazione non viene subito informata della reale natura dell’incidente. Le prime misure precauzionali arrivano soltanto dopo diversi giorni e la piena consapevolezza della gravità della situazione matura lentamente, tra polemiche e ritardi nelle comunicazioni. Si scopre in seguito che la Givaudan era a conoscenza della presenza di diossina già dal 14 luglio, grazie alle analisi condotte nei propri laboratori svizzeri, ma non aveva informato le autorità italiane. Solo il 19 luglio – nove giorni dopo l’incidente – la società è costretta ad ammettere pubblicamente la contaminazione.

Quei giorni di silenzio rappresentano ancora oggi uno degli aspetti più controversi dell’intera vicenda. Molti abitanti hanno continuato a vivere e lavorare a Seveso e dintorni senza conoscere il rischio reale a cui erano stati esposti.

>>Reportage a un mese dall’incidente della RSI:

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L’evacuazione e la paura

L’area contaminata viene suddivisa in diverse zone in base al livello di inquinamento. Nella cosiddetta “Zona A”, la più colpita, oltre 700 persone vennero costrette ad abbandonare le proprie case. Molti edifici vengono successivamente demoliti.

Non si registrarono vittime immediate tra la popolazione, ma il prezzo pagato è alto. Migliaia di animali muoiono o sono abbattuti per impedire che la diossina entri nella catena alimentare. Molti bambini svilupparono la cloracne, una grave malattia della pelle destinata a diventare il simbolo visibile della contaminazione.

Le immagini di quei bambini fecero il giro del mondo e trasformarono Seveso in un caso internazionale. Per la prima volta l’opinione pubblica si trova di fronte agli effetti concreti di un grave incidente chimico che ha colpito un’intera comunità.

Le conseguenze sulla salute

Per decenni la popolazione di Seveso è stata oggetto di studi scientifici. Le ricercheCollegamento esterno hanno evidenziato, nelle persone maggiormente esposte, un aumento del rischio di alcune malattie tumorali e di altri disturbi cronici. Gli effetti della diossina sono diventati un caso di studio internazionale e hanno contribuito a migliorare la conoscenza degli impatti dell’inquinamento chimico sulla salute umana.

Gli studiosi hanno seguito per 25 anni quasi 280’000 residenti della zona, facendo di Seveso uno dei più importanti laboratori al mondo. Molto di ciò che oggi si conosce sugli effetti a lungo termine della diossina, anche sulla salute riproduttiva femminileCollegamento esterno, deriva proprio dalle ricerche avviate dopo l’incidente.

Risarcimenti e processi

Negli anni successivi al disastro, la società proprietaria dell’impianto ha versato ingenti somme per la bonifica del territorio, per il risarcimento dei danni subiti da enti pubblici e cittadini e per la costituzione della Fondazione Lombardia per l’AmbienteCollegamento esterno. Il totale complessivo dei risarcimenti ammonta a circa 303 miliardi di lire, equivalenti a oltre 500 milioni di euro attuali.

Sul fronte penale, il processo si conclude con la condanna definitiva di alcuni dirigenti e responsabili tecnici dello stabilimento. Le pene sono tuttavia inferiori a quelle richieste dall’accusa e la vicenda lascia aperto un ampio dibattito sulle responsabilità dei vertici aziendali e sull’adeguatezza delle norme di sicurezza vigenti all’epoca. Il direttore di produzione dell’ICMESA, Paolo PaolettiCollegamento esterno, non arriva al processo: il 5 febbraio 1980 viene assassinato a Monza da un commando di Prima Linea.

La bonifica e il Bosco delle Querce

La bonifica ha richiesto anni di lavoro. Terreni, edifici e materiali contaminati sono stati rimossi e confinati in apposite strutture di sicurezza sotterranee.

Laddove un tempo sorgeva la zona più colpita, oggi si estende il Bosco delle QuerceCollegamento esterno, un parco che rappresenta insieme un luogo di memoria e un simbolo di rinascita. Alberi, sentieri e prati hanno preso il posto delle abitazioni demolite, creando uno spazio aperto alla comunità.

>>Podcast sull’incidente di SevesoCollegamento esterno

L’eredità di Seveso

La lezione di Seveso ha cambiato le regole in tutta Europa. Nel 1982 la Comunità Economica Europea approva la cosiddetta Direttiva Seveso, che impone controlli più severi sugli impianti industriali a rischio, piani di emergenza obbligatori e una maggiore informazione ai cittadini. La normativa, aggiornata più volte nel corso degli anni fino all’attuale “Seveso IIICollegamento esterno” del 2012, è ancora oggi uno dei pilastri della sicurezza industriale europea.

A cinquant’anni dall’incidente dell’ICMESA, Seveso resta una ferita aperta nella memoria collettiva italiana. Tuttavia, da quella tragedia è nata anche una svolta nella cultura della sicurezza: il diritto dei cittadini all’informazione sui rischi e l’obbligo per le industrie di prevenire e gestire gli incidenti. Da quell’esperienza sono scaturite norme e tutele che ancora oggi proteggono milioni di persone in Europa.

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